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Direttore responsabile Alessandro Longo

Appello a Renzi

I quattro grossi problemi dell’Agenda digitale

01 Apr 2014

1 aprile 2014

Siamo stanchi, siamo delusi. Giochiamo una commedia degli equivoci Stato-Regioni in cui i soldi per l’Agenda sono ancora un fatto evanescente. Mentre ancora la telenovela dell’Agenzia non è finita: le mancano pezzi. L’Italia ignora la richiesta europea di avviare le nuove competenze. Infine: le in house dell’Ict della Pa sono una spina nel fianco

L’attuazione della Agenda Digitale Italiana (ADI) è ancora un miraggio che una pattuglia di volenterosi sognatori continua ad inseguire con ostinazione e determinazione ma anche – ad essere onesti – ormai con un pochettino di stanchezza e di delusione.

Il problema principale – in questo breve articolo ne individuo almeno quattro – continua ad essere quello della incertezza sulle risorse finanziarie disponibili, che potrebbe trasformarsi in breve tempo nella certezza della loro indisponibilità.

Il tema è stato più volte sollevato e sottolineato, anche a livello istituzionale, ma la soluzione tarda ad essere individuata.

Stiamo parlando almeno di una dozzina di miliardi di euro, quelli che appunto si stima siano necessari per realizzare i principali programmi dell’ADI, che non possono che essere reperiti nei fondi strutturali europei – gli unici soldi veri – della per noi ancora prossima programmazione 2014 – 2020, per quelli bravi ormai in corso.

La commedia degli equivoci

Il Governo e i Ministeri sono convinti che gran parte delle risorse saranno rese disponibili dai programmi operativi regionali mentre le Regioni sembrano non sentire ragione e ben che vada ci metteranno qualche punto percentuale del FESR, del FSE e del FEASR, ipotizzo al massimo qualcosa tra uno e due miliardi di euro.

Fiumi di parole

Ad aggravare questo inquietante scenario c’è poi un grave problema dicarenza di competenze di dominio in materia di innovazione e di digitale che determina la scrittura di documenti strategiciammesso di averne ancora veramente bisogno – che continuano ad avere il difetto originale di essere tristemente focalizzati e sbilanciati sempre e solo sui temi dell’eGovernment.

Ad esempio continuiamo a farci vanto di avere finalmente recuperato il tempo perduto sugli open data e sull’open government ammesso che sia vero – mentre il mondo ha ormai virato sui big data e sull’internet of things.

Un ecosistema digitale e della innovazione

L’Europa ci chiede giustamente – almeno per quanto concerne l’uso dei fondi strutturali – di considerare l’innovazione e il digitale come elementi centrali della politica industriale del Paese e della smart specialisation strategy e non di focalizzarci ad esempio sull’anagrafe informatizzata, sulla identità digitale, sul fascicolo sanitario elettronico – insomma su progetti di eGovernment – che giustamente dovrebbero trovare copertura finanziaria nei bilanci dello Stato, delle Regioni e degli Enti locali magari attraverso reali politiche di spending review e con la dovuta attenzione al ritorno degli investimenti.

L’Europa ci chiede inoltre – sempre giustamente a mio avviso – di avviare robuste e credibili politiche di generazione delle nuove e pregiate competenze professionali che saranno i posti di lavoro del futuro.

Noi però sembriamo non capire e continuiamo ad essere severamente bacchettati dall’Europa e a tardare a chiudere la fase di programmazione mentre altri stanno già cominciando a spendere, anzi, ad investire per competere e crescere.

Il perdurare della mancanza di operatività dell’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID) – una storia surreale, è incredibile ma ne manca sempre un pezzo – sicuramente non aiuta così come l’assenza al momento di un chiaro riferimento politico a livello governativo sul tema del digitale non può che ingenerare confusione e dilatare ulteriormente i tempi. 

A complicare maggiormente le cose ci si mettono anche quei pezzi di pubblica amministrazione – e sono ancora tanti, anzi troppi – che continuano indisturbati a sviluppare piattaforme e applicazioni secondo la ben tristemente nota logica dell’abito sartoriale.

Possiamo permettercelo?

Anche questo problema è serissimo perché continua a venire meno l’interoperabilità dei sistemi informativi della pubblica amministrazione, si perpetua con lo sperpero delle poche risorse ancora disponibili e si minimizzano le opportunità derivanti dagli investimenti di sistema.

Sicuramente l’ingombrante impianto delle così dette in house dell’ICT della pubblica amministrazione – pensate oltre che per il “brain and buy” anche per il “make” – costituisce un ulteriore problema, tema con il quale vado a concludere.

Il paradosso

Un po’ come se lo Stato, le Regioni e gli Enti locali avessero tante società pubbliche la cui unica missione è quella di produrre mezzi di trasporto, ed erogarne la manutenzione, solo per l’apparato pubblico.

Aziende che non possono vendere al di fuori di un mercato chiuso e circoscritto che, oltretutto, in questo momento ha diminuito drasticamente l’acquisto dei mezzi, aumentandone il ciclo di vita, e ha ridotto ai minimi termini la loro manutenzione.

Produrre o comprare innovazione digitale?

Fuor di metafora abbiamo aziende, di qualche variegata natura pubblica, che sono al tempo stesso vere e proprie fabbriche di software e agenzie di servizi che possono solo vivere di commesse pubbliche in palese contraddizione con, non dico le regole, ma almeno le logiche di mercato.

Ovviamente la necessità di mantenerle in vita, anche a tutela dell’occupazione, non può che essere un serio ostacolo sulla strada di fare efficienza e sul percorso di ottenere soluzioni efficaci.

  • nicodemo

    A che titolo scrivete che rappresenta AGID? Si narra che sia nel comitato di indirizzo nominato dalla conferenza unificata…anche se fosse è ecresta un direttore dell regione

  • Luca

    Piemonte! Cos’è non può scrivere contro il governo in qualità di dirigente regionale ?

  • moriondochi

    Bravo così si parla. Ma qui in Regione Piemonte sanno tutti che si riempie la pancia dei lauti pranzi offerti dal CSI (inhouse della Regione) e le tasche di ipad, ipod, iphone, iMac e altre i sempre a carico del CSI. Sicuro che non le piacciono le inhouse?

  • Claudio

    Fino a quando si continuera’ a ragionare sull’informatizzazione della P.A. in termini di vantaggio per alcuni anziché’ per il sistema Paese non arriveremo MAI ad avere raggiunto nessun obiettivo, nemmeno quelli “scontati” dell’eGovernment. Tanto e’ vero che dell’anagrafe (INA-SAIA) se ne parla dal lontano 1998 e ancora oggi…ne…parliamo. Non sono le in-house il problema ma bensi l’assenza di una visione unica e di insieme della P.A. e di come devono essere resi omogenei i suoi processi. A riprova di questo gli abiti sartoriali (centinaia) costruiti dal mercato per i sistemi informativi delle aziende sanitarie dove le in-house non hanno mai lavorato (o molto poco).

  • Roberto Moriondo

    Tralascio ovviamente di commentare alcune affermazioni ingenerose, ingiuriose e inopportune per le quali mi riservo di tutelarmi nelle sedi opportune.
    Preciso che non parlo a nome dell’AgID ma come rappresentante delle Regioni nel Comitato di Indirizzo dell’Agenzia o, se volete, come Roberto Moriondo.
    Nel merito condivido il post di Claudio che non si discosta dalla mia analisi ma lo integra migliorandola.
    Roberto Moriondo

  • alflaro

    Il solito articolo ideologico e inutile di chi come al solito spara a zero sulle in house per tutelare interessi di mercato ben poco chiari senza parlar dei veri problemi dell’ict italiano.
    Uno di questi e’ sicuramente la presenza di troppi pseudo-esperti parolai e di poche vere competenze ict che spesso nelle in-house e nelle aziende di mercato sono soffocate da gente che con l’ict ha ben poco a che fare se non mangiarci a sbafo con questi inutili articoli vuoti di contenuti ma pieni di parole.

  • Giuseppe

    Che commento lucido !! Ora il problema dell’Agenda Digitale sarebbero le società ict in house delle Regioni. Se chi ha scritto questo articolo conoscesse anche solo un pò delle cose di cui parla saprebbe che la storia dell’informatica pubblica è stata costellata di fallimenti proprio per l’atteggiamento delle società di mercato che hanno sempre e solo avuto l’interesse ovvio di fare business immediato senza alcun interesse nè per il cittadino nè per l’evoluzione integrata dell’ICT pubblico. Nessuno scandalo sono società prvate che devono fare profitto. Lo scandalo è che ci sia ancora in giro questa pletora di finti intellettuali pseudo-liberisti che in nome di una presunta panacea di tutti i mali chiamata mercato puntano a distruggere tutto ciò di buono che c’è nel pubblico solo per il proprio interesse personale.
    Abbia rispetto di chi lavora e spina nel fianco se lo dica davanti allo specchio quando si alza la mattina.

  • Roberto Moriondo

    Ho sinceramente grande rispetto per le opinioni degli altri anche quando queste sono profondamente distanti dalle mie e accetto abitualmente le critiche anche più dure.
    Trovo i toni da Bar Sport invece veramente tristi e svilenti.
    Roberto Moriondo

  • Giuseppe

    Guardi che il Bar Sport lo fa lei quando fa affermazioni qualunquistiche che racchiudono in una sola categoria un insieme di situazioni diversificate. Cosa vuol dire che le socità in-house sono una spina nel fianco? Allora diciamo che i dipendenti pubblici sono tutti fannulloni, i commercianti tutti evasori e gli immigrati tutti delinquenti.
    Le situazioni vanno approfondite , studiate e analizzate.
    Se no si fa la solita demagogia qualunquistica in base alla quale tutto ciò che è pubblico è cattivo mentre tutto ciò che è privato è bello e spldendente.
    Discorsi da Bar Sport, appunto.

  • Roberto Moriondo

    Purtroppo Signor Giuseppe il nostro confronto è asimmetrico in quanto Lei sa chi sono io (non per carità nel senso “lei non sa chi sono io …”) mentre io non so chi è Lei che si copre dietro l’anonimato.
    Ciò premesso io non ho affermato che le in house sono il problema ma piuttosto che la loro configurazione attuale costituisce un problema.
    Infatti ho chiuso il mio articolo ponendo anche il problema delle in house e non mettendolo certamente al centro di una situazione complessivamente preoccupante.
    Le in house operano su un mercato chiuso, per via del c.d. decreto Bersani, e in palese forte contrazione con l’aggravante di una normativa e di una giurisprudenza che rende sempre più complessi gli affidamenti diretti.
    Nascondere i problemi non serve a risolverli.
    Sono un dipendente pubblico fiero di esserlo e lo sono per scelta.
    Studio e approfondisco per cultura e propensione.
    Non sono un finto intellettuale e neppure uno pseudo liberista.
    Se lo ritiene utile possiamo incontrarci e parlare dell’argomento con la massima serietà e serenità.
    La mattina, La rassicuro infine, mi guardo allo specchio senza provare imbarazzo anche se vista l’ora e l’età, lo spettacolo non è sempre bellissimo.
    Roberto Moriondo

  • Alegiac

    Senza voler criticare l’impianto dell’articolo che mi sembra nell’insieme più una sparata propagandistica che non un discorso costruttivo, mi permetto di sottolinere che gli Open Data non hanno nulla a che fare con i Big Data che nel costrutto del discorso vengono inquadrati come una loro evoluzione su larga scala. Gli Open Data hanno a che fare con integrazione, condivisione, normalizzazione, accessi. I Big Data con acquisizione da fonti eterogenee ed innovative quali sensori, rfid, Social media e cellulari, puntando all’analisi predittiva. La critica è sempre accettabile, ma prima è bene documentarsi ed acquisire le necessarie competenze, almeno sul piano tecnico,,,

  • Alegiac

    Giusto per aiutarla nella comprensione tra Open Data e Big Data, dal mio blog le ho estratto due post che forse la aiuteranno a chiarirsi cosa sono:
    http://www.itware.com/blog-itware/vision-mercati/item/935-open-data-in-ordine-sparso

    http://www.itware.com/blog-itware/big-data-analytics-data-management/item/985-previsioni-2014-big-data-un-must-non-pi%C3%B9-unopzione

    Buona lettura

  • Roberto Moriondo

    Grazie Alegiac per la precisazione.
    Non volevo assolutamente affermare che gli open data e big data sono la stessa cosa.
    Probabilmente questa volta mi sono espresso male, e me ne scuso, ma mi è chiaro e ho sempre affermato che si tratta di argomenti diversi.
    Continuo a percepite, e mi dispiace, un tono inutilmente astioso.
    Peccato.
    Roberto Moriondo

  • Maurizio Cuzari

    Caro Roberto, concordo pienamente con le tue considerazioni, e mi permetto di aggiungere che se i commenti al tuo onesto e concretissimo pezzo si riducono a puntualizzazioni, appunti sul particolare, sottolineature sui dettagli, davvero non stiamo andando da nessuna parte. Ci limitiamo ad affrontare singole patologie, mentre il malato va, o forse è già andato… :-(.
    Ma si, facciamoci su un altro Osservatorio!

  • Roberto Moriondo

    Grazie Maurizio,
    purtroppo spesso si cade, anche in buona fede, nell’errore di passare il tempo a rimirarsi il dito, mentre è la luna illumina la notte.
    Roberto Moriondo

  • Alfredo Larotonda

    Condivido alcuni spunti contenuti nell’articolo anche se credo che inserire le società in house tra i quattro problemi dell’Agenda Digitale sia una forzatura.
    E’ assolutamente vero che il ruolo delle società in house vada rivisto e che queste non debbano essere delle fabbriche di software ma piuttosto delle agenzie di innovazione poste dal lato della domanda e non dell’offerta.
    L’equivoco che sorge leggendo l’articolo è che sembra quasi che l’esistenza delle società in house sia un problema in sé.
    Io penso che le società in house possano svolgere invece un ruolo importante nell’indirizzare la domanda di ICT pubblico supportando l’ente pubblico che spesso , e lo dico per esperienza, non ha le competenze e le professionalità interne per poter svolgere questo ruolo.
    A volte spesso si tende a estremizzare le posizioni contrapponendo società pubbliche e private. Io credo che entrambe possano avere un ruolo e che anzi trovare una buona sinergia tra le due componenti non possa che portare benefici.
    Da un lato le società in house dovrebbero lavorare al servizio degli enti proprietari non allo scopo di fornire soluzioni sviluppate in casa ma aiutandoli a definire la domanda analizzando le esigenze , scegliendo le soluzioni opportune e coordinando l’acquisizione delle stesse dal mercato.
    Dall’altro le società di mercato possono fornire il loro contributo di innovazione che solo la competizione nel mercato stesso può stimolare.

  • Evidenza

    Caro Roberto, tu vieni in Agid da poco e forse non conosci la storia travagliata di questo ente.
    Dovresti sapere che nessuno finora è riuscito a risolvere i problemi del personale, sia di quello rac-comandato che percepisce stipendi che al ministero se li sognano, sia quello stabilizzato che è generalmente demotivato e sottoutilizzato.
    Se non avessero smantellato la cara AIPA, facendo entrare tutti i caballeros possibili, le cose potevano essere diverse e invece da anni regna anarchia , complice anche la mancanza di controlli
    Il Direttore con 2 anni di lavoro può fare poco e probabilmente non è bene consigliato ed ha poca voglia di valorizzare personale che non ha scelto lui
    Tutto congiura contro la agenda digitale e, nonostante ottimi pensatori come te, restano tanti fiumi di parole e pochi obiettivi davvero centrati
    Manca un piano chiaro e misurabile, manca una visione coerente e completa,
    Cosa fare ?
    Bisognerebbe avere coraggio e rifare la agenzia, facendo tornare nei ministeri i tanti dipendenti che non servono e prendere gente nuova giovane e motivata

  • Giovanni Altigieri

    Condivido l’impianto di fondo delle sue considerazioni. Mi permetto di rilevare che il ritardo del mondo PA rispetto al mercato e alle soluzioni tecnologiche oggi esistenti, più che alle cosiddette “in house Ict” è da ascriversi a buona parte di quello strato decisionale che ha guardato a queste ultime con sufficienza e sopportazione, e non come ad uno strumento reale di innovazione e di crescita, la leva mediante la quale operare una reale trasformazione. Per metterla giù dura: a fronte di applicativi e soluzioni pensate per la pa, troppo spesso, il dirigente di turno ha elargito i fondi ma ha di fatto consentito che quella soluzione finisse inutilizzata in qualche cassetto, mentre il dipendente di questo o quell’ente continuavano ad utilizzare i propri strumenti privati(appunti, fogli di calcolo, ecc..). Penso che una delle madri di questo ritardo stia in questa impostazione di fondo, in un matrimonio che non si è mai veramente compiuto.

  • Osservatore

    Moriondo non si nasconda dietro un dito. Lei è stato presidente del CSI nominato dalla politica che tanto critica, nella persona dell’assessore regionale inquisito Massimo Giordano della Lega Nord, già ex sindaco di Novara, e contemporaneamente lei è il direttore regionale dell’informatica e finanzia il CSI in barba al suo conflitto d’interesse. Ha scritto che è stanco e deluso. Pensi alle centinaia dii dipendenti del CSI che sta svendendo al miglior offerente, amico dei suoi amici politici di destra. O forse di sinistra? Si ricicli si ricicli presto corra che sta per arrivare Chiamparino in Regione, nuovi amici da servire, si infili non perda il treno, il PD recluta uomini del suo calibro.

  • Dott. Agostino Fanfani

    Letto questo articolo la sensazione che rimane è l’immagine del degrado irreversibile dei manager pubblici italiani, zero preparazione e incapacità di comprensione del ruolo che ricoprono e della responsabilità che hanno di fronte ai cittadini – datori di lavoro, per dirla come un noto comico.
    Parlare di “commedia degli equivoci” quando se ne è gli attori principali è indice del malcostume e dell’arroganza che questi personaggi profondono quotidianamente e di cui sono intrisi fino al midollo. Autoreferenzialità, supponenza, superficialità e ignoranza trasudano come grasso da questo articolo.
    “Volenterosi sognatori”, come incalza questo Moriondo, che inseguono il miraggio di un’Agenda Digitale che sono chiamati a realizzare, ma che nonostante la loro abnegazione e gli sforzi sovrumani a cui si sottopongono non riescono a concludere per colpa del Governo. Governo ladro. E allora tornatevene a casa e lasciate spazio ad altri più preparati, magari in grado di affrontare la complessità delle sfide senza nascondere la propria insipienza dietro al “sistema” di matrixiana memoria.
    Brillante e involontariamente cabarettistico il riferimento dell’autore all’assenza di competenze di dominio e di innovazione di chi scrive i documenti strategici, come se lui non c’entrasse, come se lui si trovasse in una torre d’avorio da cui vede tutto ma non sa, non può, si è fatta una certa, deve andare. Ma allora che vada, e che si porti dietro tutta la bolgia di valvassori suoi pari che bisbocciano a spese dello Stato, gozzovigliano a piè di lista nelle trattorie romane e depauperano la Società con la pochezza del loro cervello e della loro disonestà intellettuale.
    Amarezza infine, perchè questo luminare novello Steve Jobs de noantri e i suoi degni colleghi correi sono ben consapevoli della loro posizione: loro sono loro e gli altri non sono niente.

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