Appello a Renzi

I quattro grossi problemi dell’Agenda digitale

Siamo stanchi, siamo delusi. Giochiamo una commedia degli equivoci Stato-Regioni in cui i soldi per l’Agenda sono ancora un fatto evanescente. Mentre ancora la telenovela dell’Agenzia non è finita: le mancano pezzi. L’Italia ignora la richiesta europea di avviare le nuove competenze. Infine: le in house dell’Ict della Pa sono una spina nel fianco

01 Apr 2014

L’attuazione della Agenda Digitale Italiana (ADI) è ancora un miraggio che una pattuglia di volenterosi sognatori continua ad inseguire con ostinazione e determinazione ma anche – ad essere onesti – ormai con un pochettino di stanchezza e di delusione.

Il problema principale – in questo breve articolo ne individuo almeno quattro – continua ad essere quello della incertezza sulle risorse finanziarie disponibili, che potrebbe trasformarsi in breve tempo nella certezza della loro indisponibilità.

Il tema è stato più volte sollevato e sottolineato, anche a livello istituzionale, ma la soluzione tarda ad essere individuata.

Stiamo parlando almeno di una dozzina di miliardi di euro, quelli che appunto si stima siano necessari per realizzare i principali programmi dell’ADI, che non possono che essere reperiti nei fondi strutturali europei – gli unici soldi veri – della per noi ancora prossima programmazione 2014 – 2020, per quelli bravi ormai in corso.

La commedia degli equivoci

Il Governo e i Ministeri sono convinti che gran parte delle risorse saranno rese disponibili dai programmi operativi regionali mentre le Regioni sembrano non sentire ragione e ben che vada ci metteranno qualche punto percentuale del FESR, del FSE e del FEASR, ipotizzo al massimo qualcosa tra uno e due miliardi di euro.

Fiumi di parole

Ad aggravare questo inquietante scenario c’è poi un grave problema dicarenza di competenze di dominio in materia di innovazione e di digitale che determina la scrittura di documenti strategiciammesso di averne ancora veramente bisogno – che continuano ad avere il difetto originale di essere tristemente focalizzati e sbilanciati sempre e solo sui temi dell’eGovernment.

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Ad esempio continuiamo a farci vanto di avere finalmente recuperato il tempo perduto sugli open data e sull’open government ammesso che sia vero – mentre il mondo ha ormai virato sui big data e sull’internet of things.

Un ecosistema digitale e della innovazione

L’Europa ci chiede giustamente – almeno per quanto concerne l’uso dei fondi strutturali – di considerare l’innovazione e il digitale come elementi centrali della politica industriale del Paese e della smart specialisation strategy e non di focalizzarci ad esempio sull’anagrafe informatizzata, sulla identità digitale, sul fascicolo sanitario elettronico – insomma su progetti di eGovernment – che giustamente dovrebbero trovare copertura finanziaria nei bilanci dello Stato, delle Regioni e degli Enti locali magari attraverso reali politiche di spending review e con la dovuta attenzione al ritorno degli investimenti.

L’Europa ci chiede inoltre – sempre giustamente a mio avviso – di avviare robuste e credibili politiche di generazione delle nuove e pregiate competenze professionali che saranno i posti di lavoro del futuro.

Noi però sembriamo non capire e continuiamo ad essere severamente bacchettati dall’Europa e a tardare a chiudere la fase di programmazione mentre altri stanno già cominciando a spendere, anzi, ad investire per competere e crescere.

Il perdurare della mancanza di operatività dell’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID) – una storia surreale, è incredibile ma ne manca sempre un pezzo – sicuramente non aiuta così come l’assenza al momento di un chiaro riferimento politico a livello governativo sul tema del digitale non può che ingenerare confusione e dilatare ulteriormente i tempi.

A complicare maggiormente le cose ci si mettono anche quei pezzi di pubblica amministrazione – e sono ancora tanti, anzi troppi – che continuano indisturbati a sviluppare piattaforme e applicazioni secondo la ben tristemente nota logica dell’abito sartoriale.

Possiamo permettercelo?

Anche questo problema è serissimo perché continua a venire meno l’interoperabilità dei sistemi informativi della pubblica amministrazione, si perpetua con lo sperpero delle poche risorse ancora disponibili e si minimizzano le opportunità derivanti dagli investimenti di sistema.

Sicuramente l’ingombrante impianto delle così dette in house dell’ICT della pubblica amministrazione – pensate oltre che per il “brain and buy” anche per il “make” – costituisce un ulteriore problema, tema con il quale vado a concludere.

Il paradosso

Un po’ come se lo Stato, le Regioni e gli Enti locali avessero tante società pubbliche la cui unica missione è quella di produrre mezzi di trasporto, ed erogarne la manutenzione, solo per l’apparato pubblico.

Aziende che non possono vendere al di fuori di un mercato chiuso e circoscritto che, oltretutto, in questo momento ha diminuito drasticamente l’acquisto dei mezzi, aumentandone il ciclo di vita, e ha ridotto ai minimi termini la loro manutenzione.

Produrre o comprare innovazione digitale?

Fuor di metafora abbiamo aziende, di qualche variegata natura pubblica, che sono al tempo stesso vere e proprie fabbriche di software e agenzie di servizi che possono solo vivere di commesse pubbliche in palese contraddizione con, non dico le regole, ma almeno le logiche di mercato.

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Ovviamente la necessità di mantenerle in vita, anche a tutela dell’occupazione, non può che essere un serio ostacolo sulla strada di fare efficienza e sul percorso di ottenere soluzioni efficaci.

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