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Direttore responsabile Alessandro Longo

ITALIA DIGITALE

Il fattore cultura digitale per la Crescita italiana

24 Dic 2014

24 dicembre 2014

Il basso livello di competenze digitali minaccia il raggiungimento degli obiettivi sia del piano di crescita digitale sia del piano per la banda ultralarga. Per questo bisogna considerare l’investimento su questo tema come strategico e non farlo dipendere dai tempi della PA digitale

La contemporanea messa in consultazione del piano nazionale per la banda ultralarga e del piano di crescita digitale, documenti di supporto all’accordo di partenariato con la Commissione Europea per la programmazione delle risorse 2014-2020, e la pubblicazione del rapporto Istat-Fondazione Ugo Bordoni sull’uso di Internet nella popolazione consente, credo, di fare il punto sul tema della cultura digitale in Italia. Un tema tra i principali di arretratezza italiana, che nel piano per la crescita viene considerato “fattore di accelerazione” mentre nel piano per la banda ultralarga è individuato non solo come punto debole attuale, ma anche come minaccia per il successo del piano, in quanto elemento principe dello sviluppo della domanda di connettività. Ancora più minaccioso se lo stesso piano per la crescita prende atto che “l’obiettivo dell’Agenda Digitale Europea di avere entro il 2015 il 75% dei cittadini utenti regolari di Internet non sia di fatto raggiungibile per il nostro Paese”, sostanzialmente perché “Negli ultimi cinque anni l’utilizzo di Internet è cresciuto dal 40,3% al 54,3%, con incrementi annui che sono dell’ordine di alcuni punti percentuali nell’ultimo periodo”. E tra l’altro si annette grande importanza al progetto “Italia Login” che, costruendo una sorta di “casa digitale del cittadino”, può rafforzare in senso decisivo la qualità e l’efficacia dell’interazione tra cittadino e amministrazione, centrandola sul primo e non al servizio di quest’ultima.

Il problema, però, sono i tempi.

Italia Login potrà dispiegarsi effettivamente solo quando saranno operativi il sistema di identità digitale (SPID) e l’anagrafe della popolazione residente (ANPR), e quindi solo dopo il 2016. E l’Italia non può accettare di continuare a “trend costante” rispetto allo sviluppo delle competenze digitali della popolazione (con poco meno di un terzo della popolazione in possesso del livello minimo richiesto per un cittadino del XXI secolo). Non può anche perché questo minerebbe la possibilità di successo di tutti gli altri interventi, incluso il piano per la banda ultralarga. Soprattutto lì dove (nei Cluster A definiti nel piano, dove sono concentrate le 15 principali città) lo sviluppo dell’infrastruttura è quasi totalmente a carico dei privati, sulla premessa che questo sia remunerativo anche grazie alla forza della domanda. Se però le città mantengono gli attuali livelli di competenze digitali e le attuali forti aree di digital divide anche culturale (si pensi al grave problema di inclusione e di alfabetizzazione presente soprattutto nelle periferie), questa premessa rischia di non essere vera, o almeno non del tutto.  E se la crescita delle nostre PMI, che rappresentano oltre il 95% delle imprese italiane, dipende fortemente anche dalla loro capacità di sfruttare le opportunità del digitale con un salto qualitativo molto consistente dalla situazione attuale (solo il 4,8% delle PMI vende online, contro una media europea del 14%), ecco che lo sviluppo delle competenze digitali nei lavoratori e negli imprenditori diventa fattore chiave di crescita.

Diventa necessario così disaccoppiare le spinte sugli interventi prioritari, mantenendo naturalmente un forte coordinamento, e quindi programmare interventi significativi sull’area delle competenze digitali in maniera non dipendente dalle evoluzioni pianificate e in corso sul fronte della digitalizzazione del settore pubblico. Bisogna pensare così i legami tra le principali linee di intervento come legami “ad elastico”, in cui sono auspicabili strattoni ed anticipazioni, perché favoriscono e generano movimento.

La diffusione della banda larga e ultralarga causerà auspicabilmente strattoni significativi sull’uso della rete dalla parte della popolazione, perché gli operatori tenderanno a valorizzare i servizi offerti cercando di renderli attrattivi e sempre più vendibili. Allo stesso modo, l’auspicato switch-off progressivo dei servizi di e-government, se accompagnato in modo efficace verso i cittadini (anche con un approccio di coprogettazione) produrrà una spinta “obbligata” verso la percezione di utilità della rete e di importanza di possedere competenze digitali (e naturalmente quanto più diventerà percepibile il disegno di Italia Login quanto più questa spinta sarà forte e continuativa) . E nella stessa logica, una consapevolezza digitale sempre più sviluppata potrà spingere a un desiderio di disintermediazione e di fruizione diretta dei servizi in rete, producendo domanda di connettività e di servizi.

Questa logica a elastico funziona però se ciascuna linea si sviluppa contando su un quadro di interventi che può avere efficacia nonostante le altre linee non progrediscono alla stessa velocità.

Nel caso specifico dello sviluppo della cultura e delle competenze digitali questo può significare:

  • la massima valorizzazione delle esperienze attuali sui territori, generalizzandole comunque e rapidamente come metodo di approccio, pensando che la moltiplicazione delle isole di successo sia in ogni caso un processo di facilitazione alla messa a sistema (utilizzando profondamente, come si evince dal piano, le esperienze dei soggetti coinvolti nella Grand Coalition for eskills);
  • la massima valorizzazione di quelle che nel piano di crescita digitale sono chiamate “piattaforme abilitanti” (open data, pagamenti elettronici) come occasioni di sviluppo di servizi e di formazione e attrazione dell’interesse dei cittadini, così come di tutti quei servizi che già sono disponibili (ad es. internet banking, risorse informative, lavoro collaborativo, viaggi, interazione a distanza);
  • il dispiegamento articolato di azioni capillari e differenziate per target, mirando in modo particolare alle fasce di maggiore esclusione digitale (per età, istruzione, situazione sociale) e valorizzando tutto il mondo dell’innovazione sociale, che deve trovare una collocazione privilegiata nella nuova strategia di open government, come partner essenziale e non accessorio.

Il tutto con la consapevolezza che l’analfabetismo digitale si lega in modo forte con l’elevato analfabetismo funzionale e che quindi gli interventi devono muoversi su entrambi i fronti allo stesso tempo e in modo integrato, con un ruolo centrale da parte della Scuola e delle Università. E un grande supporto dalle attività di disseminazione del Digital Champion e della sua rete sempre più vasta e capillare.

Se questo viene realizzato, se a questa priorità vengono assegnate risorse adeguate all’importanza e alle esigenze, e si definisce un piano articolato e coordinato, ecco che potremmo identificare obiettivi ambiziosi non solo di recupero rispetto ai target europei, ma anche in alcuni casi proiettarci oltre, entrando nel gruppo dei Paesi più virtuosi. Credo ci siano le condizioni e anche le risorse, se utilizzate bene e in modo coordinato. E questa, più che un’ambizione opportuna, è una necessità.

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