Fabbriche digitali

Industria 4.0: l’Europa ci chiede standard, ma in Italia manca una strategia nazionale

A livello governativo manca la consapevolezza dell’importanza degli standard e una visione strategica nazionale, presente nei principali Stati membri dell’Unione. L’Ente Nazionale Italiano di Unificazione (UNI) è stato oggetto di tagli che potrebbero pregiudicare in modo irreversibile la capacità dell’Italia di essere ai tavoli dove vengono definiti gli standard. Ecco che cosa invece dovremmo fare

Pubblicato il 06 Lug 2016

Andrea Caccia

esperto UNINFO, presidente Focus Group CEN/CENELEC su Blockchain e DLT

Daniele Tumietto

Dottore commercialista

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La quarta rivoluzione industriale “Industria 4.0” nasce dall’applicazione pervasiva delle tecnologie digitali e rappresenta sostanzialmente la possibilità per macchinari, sensori, dispositivi e persone di interagire tra loro in modo intelligente creando così da un lato modelli virtuali della produzione che avviene nel mondo fisico, dall’altro una flessibilità, adattabilità ed integrazione nelle catene di approvvigionamento e del valore finora impossibili.

La sola applicazione delle tecnologie digitali è assolutamente insufficiente. Un chiarimento che forse apparirà banale: non si sta parlando più dei classici interventi di automazione d’ufficio che portano generalmente ad un equivalente digitale dei processi cartacei o più in generale analogici. Per rendere digitali i processi e gli scambi delle informazioni è necessario rivedere completamente il modo di lavorare ed è indispensabile adottare standard comuni almeno su scala europea, sviluppandoli ove necessario.

La recente Comunicazione della Commissione “Priorità per la normazione delle TIC per il mercato unico digitale”  è proprio su questa linea: “l’introduzione di norme tecniche comuni garantisce l’interoperabilità delle tecnologie digitali e costituisce il fondamento per un mercato unico digitale efficace” e va vista in sinergia con le altre Comunicazioni che si riferiscono in modo specifico ad Industria 4.0.

L’aderenza a questi standard (norme nel linguaggio ufficiale) è dunque una condizione necessaria per ottenere industrie basate sul digitale inserite in ecosistemi industriali europei fortemente interconnessi che avranno la possibilità di interagire in modo strutturato con altre piattaforme, ad esempio i mercati elettronici delle Pubbliche Amministrazioni e del settore privato (grandi imprese o consorzi e reti di SME) e di pagamento elettronico, gestiti da società o consorzi interbancari. L’allineamento agli standard europei in questo scenario è quindi l’unica strada per evitare che le nostre industrie si trovino a operare come monadi, senza beneficiare della libera circolazione di prodotti e servizi del mercato unico digitale che potrebbe viceversa essere un’occasione irripetibile per invertire il declino ormai in atto da decenni.La Comunicazione menzionata si pone l’obiettivo di garantire che le forze in Europa siano indirizzate tutte in una direzione comune e identifica 5 aree prioritarie: le comunicazioni 5G, il cloud computing, l’Internet delle cose (IoT), le tecnologie di dati e di big data e la cibersicurezza.

Queste aree prioritarie sono tutte applicabili ad Industria 4.0 come si evince dalla figura qui sotto, tratta dalla Comunicazione.

Le attività che già fervono in Europa presso il CEN/TC 434 (electronic invoicing) e CEN/TC 440 (electronic public procurement) si inseriscono perfettamente in questo contesto e forniscono le basi per l’attuazione di quanto previsto dalle Direttive europee in materia nei prossimi 2-3 anni: la 2014/55/UE sulla fatturazione elettronica e la 2014/24/UE e 2014/25/UE sugli appalti pubblici.

Sempre con questa visione l’Europa ha avviato una strategia di digitalizzazione dell’industria puntando sul Partenariato Pubblico-Privato per raggruppare sulle tecnologie chiave e il loro sviluppo e la loro diffusione, con un investimento previsto di 20 miliardi di Euro nei prossimi 5 anni nell’ambito del rafforzamento del mercato unico digitale.

Con il programma quadro dell’Unione Europea per la ricerca e l’innovazione Horizon 2020, la stessa, oltre ad aver pianificato investimenti pubblici, mira a stimolare investimenti privati per incentivare più innovazioni e scoperte partendo anche dalle invenzioni che dai laboratori poi arriveranno sul mercato.

Proprio partendo dal collegamento tra ricerca ed innovazione questo programma quadro sta già contribuendo a raggiungere questo risultato grazie all’eccellenza scientifica ed industriale che, rimuovendo le barriere esistenti all’innovazione, rende più facile la collaborazione tra i settori pubblico e privato con un nuovo approccio: lavorare insieme per realizzare l’innovazione più velocemente.

In questo contesto la tabella di marcia delle Fabbriche del Futuro, per il periodo 2014-2020, indica quale sono le strade da percorrere per sviluppare tecnologie avanzate di produzione a valore aggiunto per le fabbriche del futuro, che saranno:

–         pulite,

–         altamente performanti,

–         rispettose dell’ambiente,

–         socialmente sostenibili.

Le fabbriche del futuro, grazie all’iniziativa di Partenariato Pubblico-Privato possono essere la chiave di volta dell’evoluzione delle imprese manifatturiere europee, specialmente le PMI, che potranno così contrastare positivamente le pressioni concorrenziali mondiali e sviluppare tecnologie abilitanti in molti settori (anche integrandoli tra loro) puntando su prodotti personalizzati, qualità superiore, generazione di minori quantità di rifiuti e migliore utilizzo delle risorse disponibili.

Si può ragionevolmente ipotizzare che l’attività di ricerca e sviluppo, che sarà portata avanti nei prossimi anni anche grazie al programma quadro Horizon 2020, svilupperà nuovi processi industriali di:

–         produzione ad alta tecnologia, tra cui la stampa 3D e le nanotecnologie;

–         produzione intelligente di sistemi quali meccatronica, robotica e fotonica;

–         utilizzo efficiente delle risorse e gestione dei dati per aumentare le prestazioni della produzione;

–         collaborazione tra le imprese, con fabbriche collegate in rete per creare delle vere “catene di approvvigionamento dinamiche” per la produzione;

–         riprogettazione dei luoghi di lavoro, con innovativi approcci collaborativi delle risorse umane;

–         produzioni focalizzate sul cliente, collegando questi ultimi ai prodotti acquistati anche con servizi innovativi ad elevato valore aggiunto;

–         ottimizzazione della produzione, con un minor spreco di risorse e minore produzione di rifiuti;

–         creazione di posti di lavoro attrattivi, sicuri;

–         coinvolgimento, anche grazie all’innovazione della gestione delle aziende, di giovani talenti.

Nella sottostante grafica è rappresentato lo schema di funzionamento dei Partenariati Pubblico-Privati che la Commissione Europea ha progettato:

In particolare i Partenariati Pubblico-Privato hanno come obiettivo quello di:

–         fornire dei modelli replicabili per mettere in comune le risorse per raggiungere più facilmente la massa critica;

–         rendere il finanziamento di ricerca ed innovazione in tutta l’Unione Europea più efficiente attraverso la condivisione di risorse infrastrutturali, umane e finanziarie;

–         facilitare la creazione di un mercato interno per prodotti e servizi innovativi;

–         consentire lo sviluppo di tecnologie innovative  accelerandone l’inserimento nel mercato;

–         fornire un corretto quadro di riferimento per le aziende internazionali per localizzare i loro investimenti di ricerca e innovazione in Europa.

La produzione industriale rappresenta il 17% del PIL europeo e rimane un fattore chiave per l’innovazione, la crescita economica e la creazione di posti di lavoro. Più di 32 milioni di persone nell’UE è impiegato nel settore della produzione e ogni lavoro genera almeno un posto supplementare nei servizi. L’80% delle innovazioni ed il 75% delle esportazioni sono realizzate internamente, ma la capacita industriale dell’Europa, e ancor più dell’Italia, è costantemente in diminuzione. Proprio per questo in Europa saranno create sinergie per invertire la tendenza alla deindustrializzazione mediante:

–         la modernizzazione dei processi produttivi, mettendo a fattor comune i punti di forza di molti singoli settori della produzione, in sinergia con i progressi rilevati nel settore delle TIC che sono si disponibili ma spesso distribuiti a macchia di leopardo sul territorio interno;

–         l’accelerazione delle fasi di sviluppo attraverso la diffusione di “best practice” da parte dei soggetti che hanno attivato il partenariato, anche mediante misure di sostegno che permettano alla maggioranza delle industrie di intraprendere un percorso di evoluzione più redditizio.

Il focus sul settore TIC nei Partenariati Pubblico-Privati mira a sfruttare i progressi nelle TIC per tutta la catena del processo di produzione, portando ad una modernizzazione della produzione in tutta l’Europa.

Gli obiettivi specifici sono i seguenti:

–         rendere la produzione più efficiente con l’introduzione di soluzioni basate sulle TIC in tutto il processo di produzione, e per l’intero ciclo di vita del prodotto, che garantiscano adattabilità e flessibilità permettendo di ottenere prodotti più personalizzati e diversificati e, contemporaneamente, processi in grado di affrontare meglio i possibili cambiamenti del mercato;

–         ridurre il time-to-market, migliorare la qualità dei prodotti, e aumentare la produttività attraverso l’utilizzo di simulazioni più realistiche, l’adozione di processi di visualizzazione e analisi di progettazione fatti in digitale, la prototipazione più rapida e la diffusione dell’ingegneria di produzione;

–         consentire una migliore integrazione dell’elemento umano nella produzione;

–         rendere la fabbricazione più sostenibile in termini di risorse, materiali ed energia anche attraverso l’utilizzo di moderne tecnologie di produzione basate sulle telecomunicazioni;

–         stimolare piattaforme comuni, all’interno delle fabbriche per poi condividere all’interno degli ecosistemi, ottenendo così un rinforzamento intorno a queste piattaforme;

–         creare catene di valore “virtuale” indipendentemente dalla posizione geografica dei suoi attori, consentendo in tal modo un migliore sfruttamento del potenziale della forza di lavoro qualificata esistente in Europa.

E in Italia?

Nell’ultimo anno di Industria 4.0 si è (finalmente) iniziato a parlare anche se l’impressione è manchi ancora una regia e, come spesso accade, si proceda a macchia di leopardo.

I progressi sono stati significativi soprattutto nell’ambito dei progetti infrastrutturali nelle aree della fatturazione elettronica (soprattutto nella sua evoluzione tra privati), pagamenti elettronici, appalti elettronici si è avviato un processo che potremmo dire industriale e che può essere visto come un primo passo nella direzione corretta.

SPID è un elemento infrastrutturale che rappresenta un ottimo esempio di Partenariato Pubblico-Privato in un’area per altro molto critica come l’identità.

Anche nel settore pubblico progetti infrastrutturali come l’ANPR rappresentano elementi indispensabili per una politica digitale nazionale e rappresentano un mattone fondamentale anche di Industria 4.0.

Si rileva purtroppo a livello governativo la mancanza di consapevolezza dell’importanza degli standard e la conseguente mancanza di una visione strategica nazionale, presente nei principali Stati membri dell’Unione. L’Ente Nazionale Italiano di Unificazione (UNI) è stato oggetto di tagli che potrebbero pregiudicare in modo irreversibile la capacità dell’Italia di essere ai tavoli dove vengono definiti gli standard. Ci auguriamo che l’avvicendamento al MISE, competente su questa materia, possa portare novità positive.

Sono però da segnalare, in questo ambito, alcune eccellenze italiane come quella  rappresentata dall’attività di normazione CEN menzionata grazie all’AgID che coordina la posizione delle PA e di alcune associazioni di categoria.

Serve inoltre lanciare definitivamente lo sviluppo di una economia 4.0!

Solo così sarà possibile avviare un nuovo ciclo economico in Italia che coinvolga tutti i partner industriali come i grandi produttori del settore automobilistico, aerospaziale, dell’ingegneria e i loro fornitori quali i produttori di software, l’industria elettronica e, più in generale, i fornitori di servizi.

Inoltre deve realizzarsi anche una nuova collaborazione tra pubblico e privato con il coinvolgimento degli istituti accademici e di ricerca specializzata sulla produzione, dei poli di innovazione regionali e nazionali che sono presenti vicino agli ecosistemi europei per l’innovazione nel settore manifatturiero.

*

Andrea CACCIA è ingegnere dell’informazione, esperto di dematerializzazione, firma e fatturazione elettronica. Partecipa alla Commissione STP (Straight Through Processing) di AITI e al direttivo Anorc. Membro di gruppi di lavoro UNI e UNINFO per la redazione di standard sulla conservazione sostitutiva. A livello europeo partecipa ai lavori sugli standard sulla firma elettronica, la REM (Registrered Electronic Message, la “PEC europea”) in ETSI e ai lavori dei workshop CEN eInvoicing e BII. In ambito internazionale partecipa ai lavori del progetto security UN/CEFACT ed OASIS.

Daniele TUMIETTO, commercialista, è titolare dell’omonimo Studio Tributario, componente del Forum Italiano della Fattura Elettronica presso l’Agenzia delle Entrate, commercialista, collaboratore degli Osservatori della School of Management del Politecnico di Milano per le problematiche connesse alla conservazione sostitutiva e alla fatturazione elettronica all’interno delle aziende e degli studi professionali, componente di ISOC – Internet Society.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

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