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Direttore responsabile Alessandro Longo

Industry 4.0

Internet delle cose, perché al Paese tavoli e chiacchiere non bastano più

di Laura Rovizzi, CEO Open Gate Italia

08 Feb 2016

8 febbraio 2016

Ai decisori si apre ora l’arduo compito di “cavalcare” l’onda del processo innovativo garantendo lo sviluppo di soluzioni “open” e neutrali, e favorendo la diffusione di una cultura digitale tra cittadini e imprese che sappia far cogliere tutte le opportunità di questo nuovo mercato

Mai come negli ultimi mesi il dibattito tra varie istituzioni si è riempito di sigle che hanno a che fare con il settore dell’Information Technology: Ioe, Iot, M2M… Lo sviluppo delle soluzioni innovative collegate “in rete” sta ponendo una serie di interrogativi ai decisori politici, che hanno il difficile compito di accompagnare lo sviluppo di tali innovazioni mantenendo una sostanziale neutralità tecnologica di base.

Tiscar e la Presidenza del Consiglio hanno promosso un tavolo di lavoro sull’ Internet of Things, con l’obiettivo di elaborare un documento che fornisse ai decisori delle linee guida “orizzontali”, in grado di dare una visione di insieme del panorama nazionale. Tutti si aspettavano una presentazione dei risultati del tavolo entro la fine dello scorso anno, c’è chi aveva anche ipotizzato che si sarebbe utilizzato lo scenario di Venaria per questo scopo, ma il documento per ora è rimasto nei cassetti di Palazzo Chigi.

In maniera più riservata si era mosso anche il Ministero dello Sviluppo Economico, che aveva costituito al suo interno una task force capitanata dal direttore Stefano Firpo sul tema del Manufactoring 4.0. Qui l’obiettivo era più ambizioso: verificare quali soluzioni potrà adottare in futuro il Ministero per incentivare i distretti industriali e le piccole e medie imprese a fare il salto competitivo della quarta rivoluzioni industriale. Anche qui i lavori della task force sembra siano conclusi, ma i risultati sono ancora tenuti in segreto, anche se Firpo ha dichiarato di recente l’intenzione di confrontarsi a breve sul tema con tutti gli stakeholder.

C’era stata poi l’Autorità Garante della Privacy ad interrogarsi sul tema della sicurezza dei dati nei servizi e applicazioni IoT. Il Garante ha avviato una consultazione, a novembre sono scaduti i termini per presentare i contributi, ma da allora nulla è trapelato su quali siano i risultati.

A fare la sua parte è intervenuta anche l’AGCOM, che ha inizialmente avviato una consultazione sui servizi di comunicazione M2M, e successivamente ha costituito un tavolo di lavoro “multilaterale”, dove da un lato ha posizionato tutti gli operatori del settore, ai quali chiedere sostanzialmente quali siano i colli di bottiglia normativi per lo sviluppo delle tecnologie innovative, mentre dall’altro ha riunito in un bureau i rappresentanti delle altre autorità e agenzie coinvolte (AGID, AEEGSI, ART) e del Ministero dello Sviluppo Economico per discutere delle soluzioni da adottare.

Quali che siano le soluzioni normative del futuro, una cosa è certa: l’Internet of Things (IoT) sarà la prossima rivoluzione nell’ecosistema dei servizi radiomobili ma lo sarà anche per altri attori del panorama più ampio dell’IT, e ogni decisione e linea guida a livello di policy non potrà prescindere da una comprensione dettagliata degli ambiti competitivi in cui si muovono queste categorie di attori.

Vista dal punto di vista dei fornitori di connettività, dei loro fornitori e anche dei loro regolatori di settore, il primo pensiero va alle reti che interconnetteranno tutti gli oggetti. Machina Research ha stimato che entro il 2025 ci saranno nel mondo circa 30 miliardi di dispositivi connessi attraverso le reti mobili (tecnologie 2G, 3G e 4G) ma anche circa 7 miliardi di device connessi per mezzo di reti a bassa potenza ed ampio raggio, chiamate anche Low Power Wide Area (LPWA). Sono reti caratterizzate da basse velocità, scambio di poche decine o centinaia di bit, durata delle batterie anche maggiori di 10 anni (i dispositivi rimangono inattivi ed in stand by senza trasmettere per periodi anche lunghi). I vari competitor stanno sviluppando diverse tecnologie LPWA dividendosi nella scelta dell’utilizzo o meno dello spettro licenziato: dal narrowband LTE-M (in via di standardizzazione da parte del GSMA) al Long Range-LoRa wireless (nato dal contributo dall’alleanza tra Actility, Cisco, Bouygues Telecom, Proximus, SingTel, Semtech, Swisscom, IBM, SingTel, KPN, etc), fino ai servizi SIGFOX con tecnologia proprietaria.

Un altro nodo cruciale sarà lo sviluppo del Manufactoring 4.0, ovvero la capacità del sistema imprenditoriale a fare propria questa spinta di innovazione che viene considerata cruciale per la competitività del nostro Paese. E’ il vero nodo che interseca tutti gli ambiti dell’Internet delle Cose: l’interconnessione di sensori (servizi M2M), l’evoluzione dei processi di collaboration (servizi P2P) e l’evoluzione dell’elaborazione di grandi moli di dati (servizi M2P): non solo Data Analytics ma anche Cloud Computing e Predictive Data. Le previsioni di Cisco non sono incoraggianti: solo il 7% delle aziende è pronta ad abbracciare questa trasformazione sinergica, questa sarà la vera barriera di ingresso al processo innovativo.

Altro tema fondamentale sarà la gestione della grande mole di dati. Secondo Gartner l’enorme volume e velocità dei dati provenienti da sensori e “smart object” genererà forti criticità di sicurezza, gestione dei dati, storage, server e networking. Gartner sostiene che le organizzazioni saranno costrette a cambiare strategia, invece di continuare a centralizzare la gestione in grandi data center dovranno aggregare i dati in diversi piccoli centri distribuiti dove gestire le prime fasi dell’elaborazione, per poi inviare i “semilavorati” più rilevanti al data center principale per ulteriori analisi . Ma questo prospetta notevoli problemi di governance.

Se poi si vuole considerare anche un altro tema fondamentale come lo sviluppo delle smart cities, l’Osservatorio Internet of Things del Politecnico di Milano sottolinea ormai da anni l’importanza dello sviluppo delle SUI – Smart Urban Infrastructures – che abilitano e contribuiscono al progresso  civile e soprattutto al miglioramento della qualità della vita urbana. Nelle nostre case e nei nostri scantinati ormai ci stiamo abituando a convivere con nuovi oggetti come il contatore del gas «smart», ma già alcune amministrazioni stanno installando contatori intelligenti multiservizio che vanno oltre i servizi delle Utility (Elettricità, Gas, Acqua) e le nostre strade si stanno riempiendo di sistemi sensoristici al servizio del cittadino:  dalla verifica del riempimento dei cassonetti dei rifiuti, al monitoraggio degli spazi verdi pubblici, al controllo del  traffico, dei parcheggi ecc…  Tutti questi oggetti interconnessi costituiranno un’infrastruttura di secondo livello condivisa tra più applicazioni e più carriers che garantisca la transizione verso la città intelligente ed abiliti servizi B2Citizen importanti per i Governi centrali e locali. 

I temi di policy da trattare sono ancora tanti e l’insieme dei fattori da tenere in considerazione è certamente complesso. Ai decisori l’arduo compito di “calvacare” l’onda del processo innovativo garantendo lo sviluppo di soluzioni “open” e neutrali, e favorendo la diffusione di una cultura digitale tra cittadini e imprese che sappia far cogliere tutte le opportunità che offre il mondo delle sigle IoE, IoT, M2M, P2P….

  • Claudio Iacovelli

    Non attenderei le decisioni dei regolatori, perché l’enorme valore economico derivante dalla trasformazione dei settori industriali deve guidare le imprese verso una graduale e ineludibile applicazione dei nuovi sistemi di comunicazione machine-to-machine, condizione indispensabile per poter sfruttare appieno i nuovi sensori e i nuovi dispositivi di automazione e controllo.
    Certamente deve essere lo Stato a stabilire e effettuare una campagna informativa, per diffondere nelle PMI la conoscenza dei benefici: può essere sempre lo Stato ad interessarsi a quali forme di cooperazione pubblico-privato possano agevolare l’adozione dei nuovi strumenti tecnologici. Ma dubito che l’Italia possa mettere in campo una regia simile a quella esistente dal 2013 in Germania, dove la politica industriale ha indicato gli obiettivi possibili di innovazione e curato importanti collaborazioni scientifiche, che stanno producendo interessanti risultati in termini industriali e competitivi.

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