smart city exhibition 2015

La consulta degli assessori comunali per una nuova politica smart city

All’interno di #SCE2015, gli assessori si sono chiamati a raccolta per individuare insieme le istanze da portare all’attenzione del Governo. Hanno aderito oltre 40 assessori di città metropolitane, capoluoghi di provincia, ma anche piccole città, che lavorando per tavoli e per temi di interesse definiranno priorità politiche legate all’innovazione urbana

09 Ott 2015
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Gli assessori all’innovazione non ci stanno ad abbandonare il tema delle smart city, così centrale per le città, i territori e il Paese. Equivale al valore della crescita intelligente, basata sulla sostenibilità, sull’abilitazione di nuovi servizi grazie alle tecnologie, sulla green economy, sull’aumento della qualità della vita.

Ecco perché gli assessori si sono chiamati a raccolta in un grande evento mercoledì prossimo a Bologna all’interno di #SCE2015, con l’obiettivo di individuare insieme le istanze da portare all’attenzione del Governo. Una vera e propria consulta, quindi, a cui hanno aderito oltre 40 assessori di città metropolitane, capoluoghi di provincia, ma anche piccole città, che lavorando per tavoli e per temi di interesse definiranno priorità politiche legate all’innovazione urbana.

Tra i principali sostenitori di un incontro nazionale degli Assessori alla Smart City c’è Ludovica Carla Ferrari assessore all’innovazione della città di Modena. “Come tutti i concept di nuovo conio – ci ha spiegato – anche per “smart city” c’è stato il momento del picco”. Il termine è diventato di tendenza sui giornali e nei media e se ne è fatto un uso eccessivo, spesso anche per indicare situazioni, progetti o prodotti che di intelligente avevano ben poco. Al momento siamo ad un punto in cui l’entusiasmo è evidentemente scemato e non si sono fatte attendere le voci e i commenti di quanti hanno cominciato a dire che smart city è un concetto ormai superato. “Per quella che è la mia esperienza, io vedo l’esatto opposto. È solo oggi che il concetto di smart city comincia a diventare popolare nella sua piena e vera accezione. È impensabile, infatti, che cambiamenti così radicali nel modo di pensare e vivere la città si possano realizzare nel giro di due anni, ma questo non vuol dire che il percorso fatto sia da buttare via. Anzi, bisogna continuare ad insistere e ad usare quei termini: smart city, smart community, smart people, non per un vezzo di comunicazione, ma perché sono elementi di strategia importante. Ci sono obiettivi troppo grossi in ballo per vederli abbandonati e dimenticati”.

Effettivamente l’agenda del Governo nazionale sembra aver messo da parte gli impegni presi con il decreto crescita 2.0, ma se si vuole evitare di mancare le opportunità dell’attuale Programmazione europa occorre avere ben chiaro in mente che il 5% dell’intero ammontare del fondo FESR dovrà essere speso per politiche urbane integrate, così come non possiamo dimenticare che l’appena approvato PON metro destina alle città metropolitane 900 milioni in gran parte dedicati ai temi centrali della smart city.

“Tutti concordiamo – continua Ludovica Ferrari – che la nostra non è un’emergenza pari a quelle che si è trovato ad affrontare il Governo, ma dobbiamo impegnarci politicamente affinché anche a Roma si comprenda che si tratta di un investimento cruciale per il nostro futuro. Miglioramento dei processi interni per offrire servizi migliori ai cittadini, trasparenza e accountability, green economy, infrastruttura e connettività: o noi che abbiamo deleghe politiche specifiche su questi temi ci mettiamo insieme per far sentire la nostra voce e far percepire questa priorità, o, altrimenti, ci troveremo in futuro a dover gestire un gap notevole che non ci permetterebbe di essere competitivi e anzi ci costringerebbe a dover correre ai ripari tra qualche anno”.

Ma quali sono veramente i nodi della questione? Cosa si chiede concretamente? Partiamo da un caso concreto: la connettività, un elemento centrale per lo sviluppo di un territorio e al tempo stesso critico dal punto di vista del mercato, con una Autorità chiamata a tutelare la concorrenza tra operatori privati e ad impedire intromissioni da parte del pubblico. Come si fa a pensare che il collegamento alla rete non sia un problema politico, un problema che riguarda il diritto di cittadinanza o la competitività delle aziende del proprio territorio?

Come si fa a pensare che un’amministrazione locale attenta a questi elementi non possa intervenire per migliorare l’ampiezza della banda a cui hanno accesso i propri cittadini anche nelle zone tecnicamente non soggette a digital divide (ad esempio coperte dal satellite o dove la banda arriva a 2 Mbs)? Come spiegare agli imprenditori del proprio territorio che portare la fibra alle zone industriali non è un compito politico? Se si considera la connessione come un valore per la città sia dal punto di vista delle potenzialità civiche sia da quelle economiche un comune non può permettersi di avere cittadini di serie a e cittadini di serie b. Quanto meno è un processo che va governato e che richiede una mediazione “culturale” tra operatori di mercato e cittadini, e linee guida chiare e abilitanti a livello nazionale.

Di esempi come questo se ne potrebbero fare decine, forse uno per ogni, città, uno per ogni progetto che ha analizzato un aspetto specifico della smart city. Dopo aver condiviso progetti e idee, aver messo a riuso le soluzioni già sviluppate e aver collaborato per la nascita di progetti congiunti, il passo successivo da fare, quindi, è sul piano politico. È lì che si gioca la partita più complessa per le smart city.

Affinché si riesca a passare dalle progettualità alle strategie occorre cercare – e trovare – elementi di condivisione per stabilire le priorità del dibattito politico. E’ questo che cercano gli organizzatori dell’incontro di mercoledì prossimo tra gli assessori all’innovazione, ANCI e FPA; è questo che cercano i partecipanti che arriveranno da ogni parte d’Italia; è questo di cui ha bisogno il Paese.

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