L'analisi

Le Agende digitali regionali a supporto di quella nazionale

I piani locali sono andati avanti nei momenti di disimpegno da parte dello Stato. E ancora oggi stanno svolgendo un ruolo di sussidiarietà. Per colmare quei vuoti che soltanto chi è sul territorio può conoscere e risolvere. L’azione governativa invece indica le strategie, sopperisce laddove le forze locali non sono sufficienti e cura l’omogeneità nazionale

26 Mar 2013
Gabriele Falciasecca

Università di Bologna

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Da quando nel 2010 la Commissione europea ha denominato Agenda Digitale una delle iniziative faro della strategia Europa 2020, abbiamo assistito ad un susseguirsi di documenti con il medesimo nome prodotti a vari livelli istituzionali – comuni, province, regioni – fino a che non è stata infine varata la iniziativa a livello nazionale.

C’è dunque da domandarsi quale sia il ruolo di questi documenti, in presenza di un contesto europeo e nazionale, se debbano considerarsi superati o ancora validi e in tal caso come l’auspicabile coordinamento tra i vari livelli possa essere condotto. Va detto intanto che, al di là del nome, documenti sostanzialmente in linea, per quanto riguarda i contenuti, erano già stati prodotti a livello regionale o di provincia autonoma ben prima della Agenda Europea.

La Regione Emilia-Romagna, a livello programmatorio e giuridico, si dotò fin dal 2000 di un Piano Telematico – il PITER – i cui scopi erano quelli di una agenda digitale “ante litteram”, e di una legge regionale sulla società della informazione, la L. R. n.11 del 24 maggio 2004, dove fra l’altro era prevista la creazione di una società per accompagnare il processo di sviluppo dell’ICT regionale sul piano delle infrastrutture e dei servizi abilitanti, Lepida, che vide la luce nel 2007. L’attuale edizione del PITER, che terminerà nel 2013, aveva già delineato le problematiche oggetto della agenda, in termini di “diritti” dei cittadini, che l’ente Regione si proponeva di tutelare. Un primo obiettivo che il PITER si era posto fu la messa in funzione di una rete omogenea a banda ultralarga, di norma in fibra ottica, per tutti gli uffici della Pubblica Amministrazione della regione. Oggi la rete esiste, offre collegamenti omogenei per tutta la PA, consente notevoli risparmi e ha risolto il problema della NGAN, almeno per il settore pubblico. Poiché un primo diritto del cittadino è avere una connessione sufficientemente veloce – oggi il traguardo è almeno 2 Mbit/s – la Regione, e per essa Lepida, si è accordata con il governo per appoggiare il primo progetto contro il Digital Divide (DD) portato avanti da Infratel. L’ente nazionale e quello regionale hanno effettuato interventi coordinati per ottimizzare le risorse disponibili sui due fronti e migliorare l’infrastrutturazione del territorio in modo da consentire agli operatori sul mercato di offrire i servizi a costi compatibili con il loro modelli di business. Negli anni recenti in cui l’intervento centrale ha segnato il passo, la Regione ha continuato con propri mezzi a proseguire nell’azione e recentemente, quando l’ultimo governo ha destinato nuove risorse, ha stipulato un nuovo accordo per completare l’annullamento del DD impiegando, ancora una volta in modo coordinato, le risorse nazionali e regionali. La conoscenza del territorio, capillare, grazie al fatto che tutti i comuni dell’Emilia-Romagna sono soci di Lepida SpA, approfonditasi negli ultimi anni, consente agli interventi di essere più mirati e con effetto ben valutabile: basti dire che si è convenuto che la priorità massima per l’azione governativa sarebbe stata proprio in quelle situazioni molto critiche dove l’azione regionale da sola non avrebbe avuto sufficiente efficacia.

E’ questo un esempio di come il livello regionale possa utilmente raccordarsi con quello nazionale. Inoltre il PITER, pur senza ledere l’autonomia dei comuni, effettua anche una azione omogeneizzatrice per le loro iniziative. E’ auspicabile anche a livello nazionale che le soluzioni siano interoperabili e suscettibili di roaming, ma intanto ciò può essere assicurato a livello regionale. Ma l’azione non si ferma qui: in collaborazione con il sistema camerale è stata avviata una ulteriore iniziativa per risolvere i problemi dei piccoli distretti industriali ed evitare così una ulteriore penalizzazione per le aziende locali. Ciò impedirà lo svuotamento di aree tanto belle quanto periferiche. Altre azioni mirate sono in corso e la strategia è evidentemente di accompagnare tutte le iniziative nazionali ove avviate, di preparare il terreno a quelle future e di svolgere autonomamente i compiti che sono specifici delle realtà emiliano-romagnole.

E’ dunque possibile agire di concerto, se il colloquio è continuo e si condividono i momenti di programmazione. Oggi ad esempio Lepida, che aveva già in programma una razionalizzazione dei Data Center utilizzati dalla Pubblica Amministrazione a livello regionale, ha offerto la propria collaborazione all’Agenzia Italia Digitale, avendo appreso in recenti incontri l’intenzione di questa di portare avanti una cosa analoga a livello nazionale. Dato lo stato di avanzamento che esiste nella nostra regione, si potrebbe avviare una esperienza pilota, coerente con le intenzioni dell’Agenzia, che poi potrebbe essere estesa a tutto il paese.

Mi sembra quindi che il livello regionale sia il più adatto per declinare le strategie governative a livello locale e colmare quei vuoti che soltanto chi è sul territorio può conoscere e risolvere. Si tratta di una sussidiarietà a due vie: l’azione regionale appoggia quella centrale per calarla nello specifico e colmare le lacune sia nello spazio che nel tempo; inoltre cura che ogni azione tenda a rendere più uniforme il proprio territorio e non ad aumentare le diseguaglianze. L’azione governativa indica le strategie, sopperisce laddove le forze locali non sarebbero sufficienti e cura l’omogeneità nazionale. Naturalmente mi rendo conto che le regioni non sono ugualmente attrezzate per questi compiti e hanno anche situazioni e visioni in parte distinte fra loro. Ma in effetti gli obiettivi sono gli stessi e questa varietà può essere una ricchezza se si saprà fare buon uso delle best practices e farle sorgere fin dall’inizio in modo da poterle rendere disponibili a livello nazionale.

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