connettività e crisi telco

Pastorella (Azione): “Ecco perché il Fair Share non è lo strumento giusto per sostenere le telco”

Il Governo sta mostrando interesse per la strategicità delle reti di telecomunicazione: il settore è in sofferenza, ma deve sostenere importanti investimenti. La soluzione dell’equo contributo delle Big Tech non è però percorribile. Ecco perché

Pubblicato il 20 Feb 2023

Giulia Pastorella

Deputata della Repubblica italiana, vicepresidente di Azione e Consigliera comunale a Milano

agcom piattaforme telco

In occasione delle votazioni parlamentari sul cosiddetto Ddl Settori Strategici abbiamo avuto conferma che, anche per il Governo, la connettività è, a tutti gli effetti, un aspetto strategico per il nostro Paese. Ma i nodi irrisolti restano tanti

Il Ddl Settori Strategici e le nuove competenze Agcom

L’articolo 2bis del decreto Settori Strategici ribadisce, appunto, il carattere strategico dell’infrastruttura di rete in fibra ottica, sottolineando la necessità di assicurare l’interesse nazionale anche attraverso la realizzazione di una rete di telecomunicazione capace di garantire servizi altamente performanti in banda larga e ultra-larga. La norma riprende in un certo senso quanto già indicato nella direttiva NIS2, che aggiornando il framework normativo europeo NIS sulla protezione dagli attacchi cibernetici alle infrastrutture strategiche, include tra gli asset che i paesi devono proteggere in modo prioritario proprio il settore delle reti.

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Fin qui non sarebbe un problema, se non fosse che il Governo non si è limitato ad affermare questi principi di strategicità, ma è andato oltre attribuendo, sempre nello stesso articolo del Ddl Settori Strategici, la seguente competenza all’Autorità per le Garanzie delle Comunicazioni: “[l’Agcom] sentito il parere del Ministero delle imprese e del made in Italy e nel rispetto della normativa europea e internazionale, individua, per i cavi in fibra ottica, gli standard tecnici a cui devono attenersi gli aggiudicatari dei bandi per la realizzazione dell’infrastruttura di rete, in modo da assicurare adeguati livelli qualitativi e prestazioni elevate di connettività. Le disposizioni […] si applicano ai bandi pubblicati successivamente alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto”.

In effetti, si tratta di investimenti importanti, visto che il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha destinato 6,71 miliardi di euro all’investimento “Reti ultraveloci – banda ultralarga e 5G”, con l’obiettivo di garantire entro il 2026 una connettività a 1 Gbps per circa 8,5 milioni di famiglie, imprese ed enti situati nelle aree periferiche del Paese, garantendo inoltre la copertura 5G di tutto il territorio nazionale.

Il rischio di confusione regolatoria

Il problema è che il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, attraverso la società in-house Infratel Italia S.p.A., ha già pubblicato nel corso del 2022 i bandi pubblici relativi al Piano Italia a 1 Giga e al Piano Italia 5G, il che significa che le infrastrutture di rete in fibra ottica che copriranno gran parte del territorio nazionale potrebbero non essere in linea con gli standard tecnici eventualmente definiti in seguito a questa norma.

A questa confusione regolatoria si sommano altri nodi più politici, come quello della questione Rete Unica, o Rete Nazionale, come all’attuale governo piace chiamarla. Il progetto per la realizzazione di una rete unica è stato affrontato già durante il Governo Renzi, quando al Ministero dello Sviluppo Economico c’era Carlo Calenda, e già allora la posizione era quella di realizzare una rete unica, così come viene ora riproposta dal governo Meloni: neutrale rispetto agli operatori, a controllo pubblico ed efficiente perché destinataria di investimenti maggiori. Ma come sempre il diavolo sta nei dettagli e non è ancora chiaro cosa il governo Meloni intenda fare sul fronte dell’acquisizione della rete TIM, sul futuro dei piccoli operatori infrastrutturali indipendenti, nelle relazioni con chi offre servizi di Fixed Wireless Access, in particolare in zone remote del paese, e tanto altro.

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Crisi delle telco: le richieste degli operatori

Infine, rimane il problema di fondo di un comparto, quello delle telecomunicazioni, che fa sempre più fatica. Le Telco stanno vivendo anni di estrema sofferenza, in particolare nel nostro paese e, come ha ricordato il ministro Urso in una recente audizione in Commissione Trasporti alla Camera (in cui siedo), negli ultimi 11 anni i ricavi del comparto sono scesi di 14 miliardi di euro, pari al 33% del valore iniziale sul totale mercato delle telecomunicazioni.

Proprio a causa di queste difficoltà, in sede di approvazione della Legge di bilancio, gli operatori telefonici hanno chiesto a tutte le forze politiche di intervenire abbassando l’IVA sulle tariffe telefoniche, facendo appello al fatto che si tratta ormai di un servizio essenziale per i cittadini italiani, di prolungare in qualche forma il voucher connettività per le famiglie in modo da stimolare la domanda di servizi telefonici, e naturalmente di attivare una consultazione sul fair share per gli operatori Over the Top in sede europea.

Il nodo dell’equo contributo allo sviluppo e al mantenimento delle infrastrutture di rete

Quest’ultima richiesta, qualora dovesse venire discussa e accolta, potrebbe essere – a mio avviso – un vero e proprio spartiacque per lo sviluppo del settore digitale. L’equo contributo allo sviluppo e al mantenimento delle infrastrutture di rete richiesto alle aziende che operano Over-The-Top (e in particolare alle aziende cosiddette Big Tech) sfruttando la rete internet e telefonica, dalle associazioni europee delle Telco è stato supportato, in una strana continuità tra governi molto diversi, sia dal governo Draghi col suo ministro Colao, guarda caso ex CEO di una Telco, che dal Sottosegretario Butti dell’attuale governo Meloni.

Personalmente ritengo, tuttavia, che sia sbagliato per diverse ragioni. Innanzitutto, metterebbe in seria discussione la net neutrality, ovvero il principio che vede la rete come un’infrastruttura effettivamente neutrale da cui attingere per usufruirne in maniera libera e autonoma, e in secondo luogo costituirebbe dei problemi anche in una logica di mercato. Persino il Berec (Organismo dei regolatori europei delle comunicazioni elettroniche) ha esplicitamente affermato di essere contrario all’ipotesi di tassare le Big Tech, affermando che “non ha riscontrato alcuna prova del fatto che il metodo di un compenso diretto sia giustificato considerate le condizioni attuali del mercato”. E poi rimane il problema di come questa compensazione possa essere effettivamente calcolata senza rischiare di penalizzare i nuovi OTT entranti e la loro crescita.

Inoltre, dal momento che già adesso alcuni OTT stanno investendo massicciamente in cavi per connettività e altre infrastrutture, siamo sicuri che per il mercato sia una buona soluzione avere i finanziatori e i fruitori della rete che diventano uno stesso soggetto?

Conclusione

Sostenere un settore in difficoltà è dovere dello Stato quando si rischia una crisi occupazionale, come quella di cui parlano le aziende di telecomunicazioni italiane, ma bisogna stare attenti a non chiedere ad aziende sane, che stanno riuscendo a intercettare i trend di mercato e i bisogni e dei consumatori, di pagare il costo di modelli di business altrui che non sono più al passo coi tempi.

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