il convegno

Sovranità digitale, ecco i nostri migliori asset. Industriali, istituzionali



Indirizzo copiato

Il ritardo europeo nella sfida alle Big tech è enorme. Ne va della dignità delle nazioni, oltre che della loro capacità di autodeterminarsi. Possiamo però contare su campioni nazionali, leggi, autorità; asset giuridici, istituzionali, industriali su cui fare leva, nonostante ritardi e complessità nel mercato unico. Molti spunti emersi all’evento Sovranità digitale di Nextwork360

Pubblicato il 11 mar 2026

Mirella Castigli

ScenariDigitali.info



Sovranità digitale europea: ecco gli asset italiani ed europei per scalare l'Everest

Il ritardo europeo nella sfida alle Big tech è enorme. Ne va della dignità delle nazioni, oltre che della loro capacità di autodeterminarsi. Possiamo però contare su campioni nazionali, leggi, autorità; asset giuridici, istituzionali, industriali su cui fare leva, nonostante ritardi e complessità nel mercato unico. Molti spunti emersi all’evento Sovranità digitale di Nextwork360

In sintesi

  • L’Europa è in ritardo nei giganti tech: solo 6 su 100 aziende più quotate, contro Usa 56 e Cina 16, nei settori intelligenza artificiale, quantum computing e climate tech.
  • La sovranità digitale è definita come controllo autonomo di risorse, infrastrutture e dati, soggetti a norme come Gdpr e Nis2, con cloud abilitante e focus su cyber security.
  • In Italia, il Polo Strategico Nazionale consolida l’IT della PA in architettura cloud con governance e sicurezza, supportato da asset come CDP Equity, TIM, Leonardo e Sogei, mentre crescono VC, deep-tech e casi come Mistral e AMI.
Riassunto generato con AI

Nel creare giganti tecnologici, l’Europa è rimasta a lungo indietro. Oggi l’Unione Europea, con Gran Bretagna e Norvegia, ospita appena sei delle 100 aziende tecnologiche più quotate al mondo. In confronto, gli Usa ne hanno 56 e la Cina 16. E sono nei settori a maggior crescita, dall’intelligenza artificiale al quantum computing, dalla climate tech all’AI.

Tuttavia, nonostante ritardi e complessità nel mercato unico, i passi avanti ci sono, soprattutto “nella presa di consapevolezza che la priorità è l’autonomia strategica della Ue e quindi della sovranità digitale europea, senza la quale non c’è sovranità, non c’è identità e dignità di stato-Nazione”, ha detto Alessandro Longo, direttore di Agendadigitale.eu al convegno “Sovranità digitale: Italia ed Europa a prova di futuro”, organizzato da Nextwork360Agendadigitale.eu, Corcom, ZeroUno, che si è tenuto il 10 marzo 2026 nella Sala della Regina di Palazzo Montecitorio.

“La sovranità digitale è oggi una priorità strategica”, commenta Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy, in un messaggio istituzionale al convegno.

Ora occorre “governare la trasformazione tecnologica dello Stato”, ha detto Alessio Butti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’Innovazione.

Il modello da prendere da riferimento, quando parliamo di sovranità digitale “è quello della pila Iso/Osi (caratterizzata da 7 gerarchici per gestire la complessità del networking, ndr)“, secondo Andrea Rangone, professore ordinario di Digital Business e di Entrepreneurship all Politecnico di Milano, co-fondatore degli Osservatori dell’omonima università.

Nel dettaglio, aggiunge Vincenzo Zaglio, direttore di ZeroUno, “la governance è quella del rischio e le aziende sono chiamate a prendere decisioni, sempre più consapevoli (e data-driven, ndr), accelerate dal fattore geopolitico.

Ecco che cos’è la sovranità digitale, “non come slogan, ma come obiettivo politico”, secondo Federica Meta, direttore di CorCom. “Obiettivo da conseguire attraverso gli asset italiani ed europei. Giuridici, istituzionali, industriali, che abbiamo a disposizione e che abbiamo riunito in questo evento”, ha aggiunto Longo.

Sovranità digitale italiana ed europea: che cos’è

La sovranità digitale è la capacità di controllare, in maniera completamente autonoma, le proprie risorse digitali. Infatti, rientra nell’autonomia strategica degli Stati.

Da questo controllo consegue, inoltre, che infrastrutture e dati siano soggetti a leggi e regolamenti specifici. Dunque, la sovranità digitale si riferisce alla trasformazione digitale, in cui il cloud risulta una tecnologia abilitante, ma dove assi portanti sono AI, quantum computing e cyber security.

“La montagna è molto alta e abbiamo appena iniziato questa scalata”, nota Longo in uno scenario dominato da guerre (militari e commerciali) e da fattori geopolitici tornati prepotentemente alla ribalta in questo scorcio del XXI secolo.

Per esempio, scegliere un cloud provider europeo, impegnato nell’erogazione dei servizi cloud da data center situati soltanto negli Stati membri dell’Ue e quindi è vincolato al rispetto di normative come il regolamento Gdpr sulla protezione dei dati e la direttiva Nis2 sulla sicurezza delle infrastrutture critiche, ha implicazioni significative per proteggere la privacy, la sicurezza digitale, l’indipendenza operativa e l’autonomia economica di istituzioni, aziende e cittadini.

Governare la trasformazione tecnologica

“La sovranità riguarda la scelta dell’infrastruttura attraverso cui veicolare i dati e delle piattaforme all’interno delle quali conservarli e proteggerli”, spiega Butti, “Il fulcro del lavoro del dipartimento per la trasformazione digitale è tutto qui nel governare la trasformazione tecnologica dello Stato in chiave sovrana e indipendente”.

La sovranità digitale “riguarda la sicurezza dei dati, delle reti, delle infrastrutture, l’edge computing e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Cloud sovrano e data center non sono solo elementi tecnologici, ma leve decisive per la competitività delle imprese, la resilienza della pubblica amministrazione e l’autonomia strategica dell’Europa”, secondo Adolfo Urso.

Secondo Butti, “il fulcro del lavoro del dipartimento per la trasformazione digitale” risiede “nel governare la trasformazione tecnologica dello Stato” in chiave di sovranità e indipendenza: “Il primo riguarda la classificazione dei dati e dei servizi pubblici e la la qualificazione dei servizi cloud. In questa traiettoria si colloca il Polo Strategico nazionale che ha un significato prima politico e poi tecnico”.

Il ruolo del Polo Strategico Nazionale

Il Polo Strategico Nazionale (Psn) s’impegna a consolidare le infrastrutture IT della PA in un’unica architettura cloud, presidiando sicurezza e governance. In questo ultimo triennio, ha superato le attese di adesione, raggiunto milestone PNRR e strutturato un’offerta multicloud. L’obiettivo resta la sovranità digitale, soprattutto nel contesto europeo.

“Abbiamo creato in Italia una capacità strutturale di ospitare e proteggere i dati e i servizi più critici della pubblica amministrazione e lo facciamo con standard elevati e con una governance che offre continuità, responsabilità e trasparenza“, spiega al convegno di NextDigital360 Alessio Butti.

“La collaborazione tra privato e pubblico – continua il sottosegretario all’Innovazione – è l’espressione concreta di un Paese che non rinuncia al mercato ma l’orienta. Uno spazio per accelerare sperimentazioni soluzioni competenze attorno alla trasformazione di servizi pubblici con l’obiettivo di rendere la migrazione, il Cloud, un percorso di innovazione, però, misurabile e condiviso”.

Il fronte cyber del Polo strategico nazionale

Il secondo cantiere aperto è la cyber security, “una sovranità che ignora la cyber sicurezza è una sovranità finta di carta messi. Da questo principio abbiamo impostato una collaborazione strutturale con l’Acn, l’genzia per la Cyber sicurezza nazionale”, grazie alla quale “oggi la sicurezza cibernetica opera a 360 gradi e viene integrata nella qualificazione del servizio, nella gestione degli accessi, nella cifratura e nella capacità di risposta all’incidenti”.

Parliamo di una “tecnologia dalle potenzialità enormi, ma che comporta diversi rischi di sovranità nel contesto dell’intelligenza artificiale significa governare l’AI come tecnologia strategica”.

Gli asset italiani per conseguire la sovranità digitale europea

Asset italiani per raggiungere la sovranità digitale tricolore ed europea sono innanzitutto le aziende che hanno aderito alla società istituita via partenariato pubblico-privato, a partire da CDP Equity (il braccio finanziario) e dai partner industriali TIM (soicio di maggioranza), Leonardo (per la cyber security) e Sogei (per il training e formazione), quindi a controllo indirettamente pubblico. PSN si pone come uno degli operatori in Italia al servizio della PA con un’offerta multicloud, al fine di mettere in sicurezza i dati e i servizi critici del Paese, accompagnando l’Italia nel percorso di trasformazione digitale cloud-first.

L’obiettivo “è un’infrastruttura di data center, da cui partono dei dati, dove c’è il cloud degli hyperscaler e dei cloud privati, a cui si aggiungono due elementi: il quantum e l’intelligenza artificiale che va in palestra, entrando in quella nuvola, si allena ed esce”, secondoElio Schiavo, Chief Enterprise and Innovative Solutions Officer in TIM, responsabile di TIM Enterprise.

TIM Enterprise, Leonardo, Aruba, OVHcloud, Retelit fanno parte degli asset italiani ed europei, insieme alle filiali italiane di AWS, Cyberoo, Fortinet eccetera. Sono quelle istituzioni, industria e mondo della ricerca impegnate nel raggiungimento della sovranità digitale europea e nazionale.

I ritardi Ue nella sovranità digitale europea

L’Europa ha grandi talenti, grazie ai suoi laboratori di ricerca e alle sue università di livello mondiale. Ma i suoi imprenditori incontrano sempre difficoltà a raccogliere capitali per espandere rapidamente le proprie aziende.

Gli svantaggi del Vecchio Continente sono ben noti: ha un mercato comune, forte di 520 milioni di persone, ma diviso dalle barriere linguistiche e normative, nonostante gli sforzi di Bruxelles di armonizzare la Ue a colpi di direttive comuni.

Eppure una nuova speranza si aggira per l’Europa. Sconquassati dal deterioramento delle relazioni tra Europa e Usa, dopo la guerra dei dazi ed altri strappi (a iniziare dall’Ucraina invasa dalla Russia), i responsabili politici stanno raddoppiando gli sforzi per rafforzare il proprio ecosistema tecnologico.

Allo stesso tempo, Usa e Cina stanno prendendo decisioni che rendono l’Europa relativamente più attraente per i lavoratori e gli investitori del settore tecnologico.

Le aziende tecnologiche consolidate del continente, sebbene siano scarse, stanno ora alimentando una nuova generazione di startup.

Investimenti europei

L’anno scorso gli investimenti in capitale di rischio (VC) nelle startup europee sono saliti a 85 miliardi di dollari, rispetto ai 22 miliardi di dieci anni prima. Sebbene Gli Usa siano ancora molto avanti nell’intelligenza artificiale, con 339 miliardi di dollari investiti solo l’anno scorso, la Cina appare in ritardo con 53 miliardi di dollari.

Nel 2024 il rapporto Draghi, dell’ex prewsidente della Bce ed ex primo ministro italiano, ha criticato l’Europa per la sua scarsa competitività. Ma Donald Trump, con i suoi strali contro il Vecchio continente, è riuscito a dare la sveglia ai responsabili politici che finalmente considerano le lacune e i ritardi tecnologici europei come un rischio geopolitico oltre che commerciale.
Per esempio, Henna Virkkunen, responsabile tecnologico della Commissione europea, afferma che la Commissione sta studiando modi per incoraggiare i governi dell’Ue ad acquistare più tecnologia dalle startup locali.

Anche le imprese europee stanno “capendo che non possono permettersi di dipendere interamente da fornitori stranieri”, afferma Arthur Mensch, amministratore delegato di Mistral, produttore francese di modelli di intelligenza artificiale.

Il piano per unificare i mercati dei capitali europei

I responsabili politici stanno adottando misure per aiutare gli imprenditori ad espandere le loro attività.

A marzo la Commissione prevede un piano per unificare i mercati dei capitali europei, attualmente frammentati, che aiuterà le start-up a raccogliere fondi. Ciò non avverrà rapidamente, poiché richiederà decisioni difficili su come armonizzare i regimi fiscali nazionali.

Inoltre gli Stati membri stanno migliorando i propri mercati dei capitali. Regno Unito, Francia e Germania stanno modificando le norme per incoraggiare i fondi pensione a investire maggiormente in attività più rischiose, come le giovani imprese tecnologiche.

Secondo il think tank Epoch AI, lo scorso anno l’Europa ha lanciato solo due dei 94 nuovi modelli linguistici all’avanguardia esistenti al mondo.

L’obiettivo della Commissione di produrre un quinto dei chip per computer mondiali entro il 2030 è pura fantascienza.

Tuttavia, in alcuni settori l’Europa sta diventando più competitiva. Tre settori, tutti favoriti dalle azioni di Trump, spiccano in particolare.

I tre settori in cui la Ue ha buone carte da giocare

Anche prima che iniziasse il secondo mandato di Trump, il mercato delle tecnologie climatiche europeo stava raggiungendo quello americano.

Dal 2015 al 2016, la spesa in capitale di rischio per le startup verdi europee era pari al 24% di quella americana. Tale quota è cresciuta fino al 55% nel 2024-25. L’abolizione delle normative ambientali in America da parte di Trump incoraggerà senza dubbio questa tendenza.

La green economy

L’anno scorso il numero di startup statunitensi nel settore delle tecnologie climatiche che hanno raccolto fondi di venture capital è sceso al livello più basso dal 2019.

A dicembre Octopus Energy, un fornitore britannico di energia verde, ha scorporato Kraken, che vende software per reti intelligenti, con una valutazione stimata di 9 miliardi di dollari.

La Svezia è un punto di riferimento per le startup nel settore delle tecnologie verdi. Stegra mira a produrre acciaio senza emissioni di carbonio. Einride sta elettrificando il trasporto merci.

In Svizzera Climeworks costruisce macchine che aspirano l’anidride carbonica dall’aria.

Con il “boom” del fabbisogno energetico, ci sono interessanti opportunità per gli investitori green nel settore dell’intelligenza artificiale. I requisiti per la costruzione e l’alimentazione dei data center rientrano tutti nell’ambito della tecnologia climatica.

La spinta dell’Europa verso una maggiore autonomia sta inoltre alimentando l’interesse per le tecnologie a duplice uso, che hanno applicazioni commerciali e militari. Circa l’80% degli investimenti di Extantia Capital ha un potenziale duplice uso, come nel caso di Voltrac, una start-up spagnola che costruisce veicoli autonomi completamente elettrici che possono essere utilizzati sia in agricoltura che in campo militare.

Il capitale sta fluendo dai fondi della difesa anche verso le start-up verdi. Un fondo di venture capital da 1 miliardo di euro sostenuto dalla NATO elenca “energia” e “materiali e produzione innovativi” tra i suoi obiettivi, mentre Voyager Ventures conta In-Q-Tel, il braccio venture non profit della Central Intelligence Agency, come uno dei suoi principali coinvestitori negli ultimi 14 mesi, afferma Blain.

Il settore militare

La richiesta di Trump che l’Europa (compresa l’Ucraina) spenda di più per difendersi sta anche stimolando la produzione di armi ad alta tecnologia in una regione che ne era quasi priva.

Nel periodo 2015-17 gli investimenti in capitale di rischio nella tecnologia della difesa europea erano appena l’1% di quelli nordamericani. Nel periodo 2023-25 tale percentuale è salita al 6%.

Secondo il think tank International Institute for Strategic Studies, la spesa europea per la difesa è aumentata del 42% dal 2023 al 2025, mentre il bilancio della difesa americano, sebbene molto più consistente, è rimasto invariato. Mentre in Usa gran parte della spesa per la difesa è destinata ad appaltatori di lunga data, in Europa c’è più spazio per le giovani aziende che operano nel settore della tecnologia della difesa.

Monaco di Baviera è diventata un centro nevralgico per queste startup.

L’HX-2, un drone con ali a forma di X e un’autonomia di 100 km, è dotato di sistemi di intelligenza artificiale che lo aiutano ad attaccare obiettivi, come i carri armati, anche se protetti da tecnologie di disturbo delle comunicazioni. Helsing è un’azienda europea. Il caccia autonomo che sta costruendo si chiama “Europa”. Gran parte del capitale proviene dal signor Ek, rendendo l’azienda meno dipendente dai venture capitalist americani.

Helsing non vuole essere “il fratello minore di qualcosa di più grande in America”, afferma Niklas Köhler, co-fondatore. Tra i suoi vicini figurano Quantum Systems, un produttore di droni di sorveglianza con un valore di 4 miliardi di dollari, e Isar Aerospace, che costruisce veicoli per il lancio di piccoli satelliti. Quando gli innovativi produttori di droni ucraini avranno finito di combattere la Russia, molti di loro probabilmente fonderanno o entreranno a far parte di aziende europee di tecnologia per la difesa.

Il Deep tech

Anche le aziende deep-tech che investono in tecnologie non ancora collaudate potrebbero trarre vantaggio dallostilità di Trump nei confronti della ricerca scientifica.

Proxima Fusion, spin-off dell’Istituto Max Planck per la fisica del plasma di Monaco, ha raccolto oltre 200 milioni di euro (236 milioni di dollari) per i reattori a fusione nucleare.

Nelle vicinanze si trovano startup di quantum computing, come Planqc, anch’essa spin-off del Max Planck, e aziende specializzate in nanotecnologia, fotonica e comunicazioni laser.
Secondo Atomico, un fondo di venture capital, la quota di investimenti europei in venture capital destinata alle aziende deep-tech è passata dal 19% nel 2021 al 36% lo scorso anno.

In alcuni settori di nicchia, le startup europee stanno raccogliendo più fondi di quelle americane. Dal 2023 le startup europee che si occupano di idrogeno (la cui tecnologia è sia deep che green) hanno ottenuto più capitali rispetto alle giovani aziende americane. Nel campo delle tecnologie quantistiche, le startup europee e americane sono quasi alla pari.

AI in Europa

L’AI europea è in forte ritardo – con ASML unico grande faro – ma ci sono segnali interessanti anche qui.

Il 10 marzo 2026 Advanced Machine Intelligence (AMI), startup fondata da Yann LeCun dopo l’uscita da Meta, ha annunciato una raccolta da 1,03 miliardi di dollari su una valutazione pre-money di 3,5 miliardi. La società dice di voler costruire sistemi basati su reasoning, planning e world models, cioè un approccio che LeCun contrappone alla traiettoria dominante degli llm puri. I co-lead del round sono Cathay Innovation, Greycroft, Hiro Capital, HV Capital e Bezos Expeditions.

Una parte del capitale europeo sta scommettendo su sistemi che apprendono dal mondo fisico, non solo dal testo. E non si finanziano più soltanto chatbot e assistenti, ma anche stack completi, chip, data center e applicazioni verticali. Non a caso, secondo Atomico, nel 2025 AI e deep tech hanno assorbito il 36% del venture capital europeo.

Lo stesso investitore segnala inoltre un problema strutturale, cioè che l’Europa genera il 17% del nuovo enterprise value globale ma cattura solo il 10% del valore delle exit.

Mistral è il caso più chiaro

Se AMI è il segnale più fresco, Mistral resta il caso più istruttivo. A settembre 2025 la società parigina ha raccolto 1,7 miliardi di euro con ASML come lead investor e partner strategico; Mistral ha presentato l’operazione come un modo per finanziare ricerca, soluzioni industriali e indipendenza europea. Già nel giugno 2025 aveva lanciato quello che Reuters ha descritto come il primo modello europeo di reasoning.

Da allora Mistral ha allargato il perimetro in tre direzioni. La prima è l’infrastruttura: a febbraio 2026 ha annunciato 1,2 miliardi di euro per nuovi data center in Svezia con EcoDataCenter, e pochi giorni dopo ha comprato Koyeb, startup cloud vicino a Parigi, nella sua prima acquisizione.

La seconda è la clientela enterprise: Reuters ha riportato un accordo pluriennale con HSBC, mentre Mistral lavora da tempo con Stellantis su assistenti di bordo, analisi dei dati di sviluppo e rilevamento anomalie in fabbrica.

La terza è la dimensione sovrana e difesa: a gennaio 2026 il ministero delle forze armate francesi ha firmato un framework che consente a varie strutture pubbliche e militari di usare modelli e servizi di Mistral su infrastruttura francese; sul fronte tedesco, Mistral ha annunciato una partnership pluriennale con Sap e una collaborazione con Helsing su modelli vision-language-action per sicurezza e difesa. A monte c’era già il patto da 100 milioni di euro con Cma Cgm, siglato nell’aprile 2025, per applicazioni logistiche e servizio clienti.

Non solo Francia

Fuori dalla Francia, il quadro europeo si sta allargando. La svedese Legora, specializzata in legal ai, ha raccolto il 10 marzo 550 milioni di dollari e ha portato la valutazione a 5,55 miliardi, con l’obiettivo dichiarato di accelerare negli Stati Uniti. Nei semiconduttori, l’olandese Axelera AI ha raccolto a fine febbraio altri 250 milioni di dollari per produrre il chip “Europa” e sviluppare il software collegato; Reuters la descrive come una delle poche aziende europee attive nei chip specializzati per l’ai.

In Italia i nomi che oggi contano di più non sono molti, ma alcuni si vedono bene. Il caso più forte è Domyn, che Reuters a settembre 2025 indicava come ex iGenius: valeva già oltre 1 miliardo di dollari, sviluppa ai per finanza e altri settori regolati, e sta costruendo quello che definisce il più grande supercomputer europeo del settore. Già tra dicembre 2024 e gennaio 2025 aveva raccolto 650 milioni di euro, lanciato il modello Colosseum 355B e annunciato con Nvidia un progetto da 1 miliardo di dollari in cinque anni nel Sud Italia; a maggio 2025 è poi arrivato anche l’accordo con G42 per un hub di calcolo ai nel Paese

Sovranità digitale europea: prospettive future

Secondo l’Economist, l’alba tecnologica dell’Europa potrebbe essere un’illusione. Per esempio, le aziende del settore della difesa temonono che i governi europei siano a corto di liquidità. Il 25 febbraio la commissione bilancio del parlamento tedesco ha chiesto “moderazione” nella spesa per la difesa e ha tagliato le spese per i contratti con Helsing e Stark Defence, un’azienda concorrente.

Pochi pensano che la prossima azienda tecnologica da mille miliardi di dollari sarà europea. Ma per la prima volta non sembra un’ipotesi campata per aria.

La risposta europea per diventare competitivi risiede nel federalismo pragmatico europeo che Mario Draghi promuove proprio per investire 1,2-1,4 trilioni di euro all’anno per almeno un decennio, unendo le forze in Europa.

Federalismo che ha subito diversi smacchi, per diversità importanti di vedute tra i Paesi, su vari fronti, come emerso più volte al convegno Nextwork360. Adesso l’EU ci riprova sul cloud.

La palla passa alla Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen che non può perdere la partita della sovranità digitale europea, ormai un imperativo nell’era del caos globale, insieme all’autonomia strategica.

Attraverso cloud sovrano, data center e infrastrutture digitali, che rappresentano il cuore pulsante dell’intelligenza artificiale, è possibile infondere nuova linfa vitale e nuovo slancio alla competitività italiana ed europea. Ecco perché la sovranità digitale è davvero una priorità.

guest

0 Commenti
Più recenti
Più votati
Inline Feedback
Vedi tutti i commenti

Articoli correlati

0
Lascia un commento, la tua opinione conta.x