NUOVO GOVERNO

Sul digitale il rischio della palude?

Dopo anni di attese e ritardi, e solo qualche iniziativa parziale, le aspettative sulle politiche del digitale del nuovo governo sono tante. I fatti fin qui però non seguono le attese. L’auspicio è che non sia questo il quadro finale

11 Mar 2014
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Non penso sia utile andare troppo indietro nel tempo per analizzare l’andamento e l’attenzione riservati nel nostro Paese alle politiche del digitale (anche perché si trovano comunque pochi risultati, poca attenzione, e certamente nessuna visione strategica), e basta focalizzarsi sull’ultimo triennio, che è anche quello di “vigenza” dell’Agenda Digitale Europea, che avrebbe dovuto fornire una spinta significativa per una programmazione organica sul digitale e una sua attuazione concreta ed efficace.

Gli ultimi due governi hanno però avuto un andamento controverso:

· il governo Monti ha avuto il merito di porre nel percorso di mainstream il tema dell’agenda digitale. Ma dopo aver concepito alcuni elementi di governance (l’Agenzia per l’Italia Digitale, la Cabina di Regia) e avviato le attività per la definizione dell’Agenda Digitale preannunciando un decreto organico sugli assi strategici individuati (già denominato decreto Digitalia prima ancora della sua redazione), non è riuscito a tenere fede alle tante aspettative. Probabilmente sotto stress per le turbolenze dell’instabilità, ma anche per la mancanza di un coordinatore governativo con delega piena (si ricorda su questo il rapporto non facile Mise-Miur) dopo pochi mesi il governo ha infatti visibilmente esaurito la spinta propulsiva iniziale e si è accomodato su un sentiero che ha portato al “decreto crescita 2.0” a fine dicembre 2012, riducendo i provvedimenti sul digitale ad alcuni temi (soprattutto relativi alla Pubblica Amministrazione) e consegnando al governo successivo tante incombenze in termini di decreti attuativi e scadenze, così da far pensare che dal dire al fare ci sarebbe voluto molto, troppo tempo (e molti decreti ancora attendono l’emanazione);

· il governo Letta nasce in fragile equilibrio e con un orizzonte temporale ancora più incerto del governo precedente. Difficile pensare a strategie come necessita il tema del digitale, ma non solo. Come necessita l’Italia. Letta però rimette mano alla governance, istituisce il Commissario di Governo con una Unità di Missione, ma già nell’istituzione compie una scelta che fa pensare sulla sua efficacia: il Commissario è part-time e in più senza remunerazione. E così anche il tavolo di esperti. L’evoluzione del digitale basato sulla passione e il volontariato. Ma almeno un riferimento a livello governativo c’è. Non riparte, però, la Cabina di regia, e anche dei lavori avviati non è chiaro se e chi li prenda in carico. Intanto, l’Agenzia per l’Italia Digitale fa il massimo che può in attesa di uno Statuto che arriva agli inizi del 2014, anche qui con un ritardo colpevole e dannoso. Troppi pochi mesi per valutare l’operato di un governo, ma certamente la percezione di un percorso non avviato in modo organico, se temi come la spending review o i problemi dell’occupazione vengono affrontati in modo per nulla integrato con le politiche del digitale. Nel frattempo, in Parlamento ancora non si istituisce la Commissione permanente per l’Agenda Digitale, per cui i provvedimenti sul digitale vengono discussi nelle diverse Commissioni, con discussioni in cui non è assicurata la competenza e la visione organica sul tema (vedi la vicenda della webtax).

In questo quadro, il presidente Renzi arriva al governo seguito da diverse aspettative (non solo perché fruitore abituale di tecnologia ma anche sulla base del suo programma e della sua esperienza al comune di Firenze, uno dei comuni d’avanguardia negli Open Data) anche alimentate da dichiarazioni, tweet, e non ultima la visita simbolica all’H-Farm di Treviso.

Ci si aspetta che la squadra di governo (ministri e sottosegretari) sia pervasa da questo nuovo approccio e che sia visibilmente in grado di interpretare il cambiamento. Ci si aspetta (e da più parti si invoca) che finalmente sia identificato un coordinatore, un riferimento politico per le politiche del digitale, nell’ambito della Presidenza del Consiglio, perché l’Agenda Digitale è pervasiva e trasversale su tutti i settori di intervento governativo. Lo si aspetta dal 2011. E anche prima. Poi, si dovrà mettere mano ad una governance ancora poco chiara e che non consente, tra l’altro, di assicurare decisioni organiche e attuazioni coerenti sui territori.

I fatti

Come sappiamo, finora non è successo nulla di quanto auspicato, né nella composizione della squadra di governo né nella governance sul digitale.

Nel discorso al Senato per la richiesta di fiducia, nessun riferimento all’agenda digitale, solo un cenno ad Internet e all’uso abilitante delle tecnologie “Riuscire ad inviare a tutti i dipendenti pubblici e ai pensionati direttamente a casa, magari attraverso uno strumento di tecnologia semplice – visto che il Papa ha detto che Internet è un dono di Dio, possiamo smettere di considerarlo come il nostro ostacolo o come un problema – la dichiarazione dei redditi precompilata: è una proposta concreta e puntuale che nel corso delle consultazioni abbiamo ricevuto e recepito, che può immediatamente mostrare come cambia il rapporto tra cittadino e pubblica amministrazione.”

E l’impressione, certamente sbagliata, che si rischi di confermare la visione del presidente precedente, che annoverava l’agenda digitale tra i “settori” da sviluppare.

Intanto, sembra consolidarsi la prospettiva di un piano nazionale Banda Larga che incrementa il ritardo nel raggiungimento dei target europei (100% di copertura a 2Mbps entro il 2013).

Gli auspici

L’auspicio principale è che non sia questo il quadro finale. E che la non scelta fin qui fatta a livello di deleghe preluda ad un impegno maggiore e più strutturato e pervasivo sull’Agenda Digitale.

Abbiamo bisogno di mettere rapidamente mano alle politiche del digitale, a comporre una visione strategica e un’Agenda Digitale che ancora non ci sono, a definire una governance che ci assicuri che cambiare marcia è possibile. Dove il digitale finisce di essere un settore, parziale.

Pensando che questa è una visione già trasversale alle forze politiche, da Forza Italia, al Partito Democratico al Movimento Cinque Stelle, solo per citare le maggiori, ma che è minoritaria in ciascuna forza per incompetenza e resistenza al cambiamento.

La buona volontà e le iniziative comunque avviate dall’AgID non bastano.

Per questo è necessario uno strappo che consenta di uscire dalla palude che costringe l’Italia a basse performance secondo lo Scoreboard dell’Agenda Digitale Europea, sotto la media europea. Uno strappo organizzativo, politico, culturale. Capace di affrontare interessi che si muovono in verso opposto.

Con tutto il coraggio che questo richiede. Adesso.

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