Big tech, il peggio in Cina non è ancora passato: ecco perché - Agenda Digitale

l'analisi

Big tech, il peggio in Cina non è ancora passato: ecco perché

Ci sono almeno due aspetti da considerare con molta attenzione prima di dichiarare terminato l’impatto delle misure adottate da Pechino per frenare l’ascesa delle big tech cinesi, da Alibaba a Tencent. Ecco quali sono

17 Nov 2021
Umberto Bertelè

professore emerito di Strategia e chairman degli Osservatori Digital Innovation Politecnico di Milano

“The worst is over”, il peggio è passato, scriveva Bloomberg il 22 ottobre scorso in un articolo intitolato “Next China: Big Tech Makes a Comeback”, evidenziando una ripresa dei titoli tech cinesi in Borsa, di Alibaba e Tencent in primo luogo, dopo il vero e proprio crollo dei mesi precedenti.

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Le conseguenze dell’attacco cinese alle big tech

È vero? Può darsi che si vada verso un assestamento dopo le durissime misure applicate alle imprese tech operanti in Cina nei mesi precedenti – il cosiddetto tech crackdown o techlash voluto dal presidente Xi Jinping – che ha provocato nell’ultimo anno:

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  • un andamento completamente divergente (si veda la figura) nei valori attribuiti dalla Borsa alle big tech statunitensi e a quelle cinesi, dopo la crescita che le une e le altre avevano avuto l’anno precedente per effetto dei lockdown conseguenti alla pandemia, e
  • una perdita complessiva delle capitalizzazioni delle tech cinesi che ha toccato il trilione e mezzo di dollari.

Ma ci sono a mio avviso almeno due aspetti da guardare con attenzione.

La fuga da Pechino delle big tech occidentali

Il primo è che l’impatto delle misure approvate nei mesi scorsi continua a farsi sentire, spingendo ad esempio diverse imprese statunitensi a rinunciare alla loro presenza nel Paese o comunque a ridurla, ancorché con riluttanza per la vastità del mercato. Era stata Microsoft, una settimana prima dell’articolo di Bloomberg sopra citato, a chiudere la filiale cinese di LinkedIn: rimanendo però con i suoi altri business, a partire da Windows che ha tuttora una posizione dominante in Cina.

È stata poi la volta di Yahoo!, che ai primi di novembre ha lasciato il Paese – ove aveva una presenza ormai quasi simbolica – dopo vent’anni di faticosa convivenza con la censura. E più rilevante negli stessi giorni è stato l’abbandono di Epic Games, dopo tre anni di test del suo famoso gioco Fortnite, per l’incapacità di Tencent (che avrebbe dovuto diffonderlo dopo i test per legge gratuiti) di ottenere dal governo una licenza, a seguito delle norme limitative (motivate con la necessità di protezione della salute mentale dei bambini) poste in atto dal governo stesso.

Verso un nuovo giro di vite sul fintech

Il secondo punto a mio avviso rilevante è il recentissimo intervento del Governatore della People’s Bank of China – “We are cracking down on excessive collection of consumer data, and unfair practices that require customers to hand over data in exchange for financial services” – che fa pensare a un nuovo giro di vite nei riguardi delle fintech e delle grandi imprese (Alibaba e Tencent in primo luogo) cui le principali di esse fanno capo. Perché è un intervento rilevante? Perché va al cuore del potere delle imprese tech B2C, alla possibilità cioè di raccogliere e conservare dati, spesso acquisiti in cambio di servizi gratuiti. In nome della privacy il governatore ha promesso che verrà stroncata ogni raccolta non autorizzata ed eccessiva di dati personali, dove l’interpretazione del termine “eccessiva” lascia aperte ampie discrezionalità di azione.

Com’è cambiato tutto in un anno

Sono stati molti i giornali, in giro per il mondo, che hanno “commemorato” l’anniversario del primo manifestarsi del techlash. “Alibaba subsidiary Ant Group was planning on a $37 billion listing in November 2020, then—poof!—it was gone”, ha sotto intitolato Fortune un suo articolo, ricordando come quello che un anno fa si preannunciava come il più ricco IPO della storia (per entità della raccolta) fu cancellato con un subitaneo cambio delle regole, da parte dell’authority competente, che di fatto “uccideva” il più lucrativo business di Ant a tre giorni dalla data ufficiale dell’IPO stesso. E Bloomberg ha intitolato significativamente un suo articolo del 2 novembre “In Just One Year, Beijing’s Crackdown Has Changed Corporate China Forever”, per evidenziare come le diverse misure adottate durante gli ultimi dodici mesi, quali

  • le nuove normative antitrust, che hanno portato tra l’altro a una multa di 2,8 miliardi di dollari ad Alibaba per abuso di posizione dominante,
  • le nuove normative sui dati, che hanno ad esempio costretto Alibaba e Tencent a rendere interoperabili e aperte ai terzi le loro superapp Alipay e WeChat,
  • i nuovi limiti posti alle quotazioni di imprese cinesi – e addirittura alla permanenza di quelle quotate – nelle Borse statunitensi,
  • la spinta verso una più equa distribuzione della ricchezza, che ha di fatto “obbligato” molte imprese a devolvere alla collettività una parte significativa dei loro profitti,

abbiano cambiato profondamente, e con effetti di lungo termine, l’intero sistema delle imprese cinese.

Con un inevitabile impatto – aggiungo io – sull’organizzazione dell’intero sistema delle imprese mondiale.

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