dopo le trimestrali

Conti economici delle big tech, spettro della crisi: è la fine di un’era?

Le ultime trimestrali segnalano dolori, in varia misura, per tutti i colossi o quasi, da Amazon ad Apple a Google a Meta. Segno di una crisi generale dell’economia o di un problema che affligge soprattutto le tech company? Facciamo chiarezza

02 Mag 2022
Umberto Bertelè

professore emerito di Strategia e chairman degli Osservatori Digital Innovation Politecnico di Milano

È stata Meta-Facebook il 2 febbraio ad “aprire le danze”, quando – nonostante gli oltre dieci miliardi di dollari di utile netto realizzati nell’ultimo trimestre 2021 – ha visto la sua capitalizzazione crollare di ben 232 miliardi in meno di ventiquattro ore (il giorno prima ne valeva circa 900) a seguito dell’annuncio che stava perdendo utenti a favore di Tik Tok, soprattutto nella fascia dei più giovani.

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I crolli dei giorni scorsi

In realtà, su scala un po’ minore, già nei giorni precedenti si erano verificati diversi crolli, a fronte di annunci di cadute, come nel caso di PayPal, o anche solo di rischi di future cadute, come nel caso delle “regine dello streaming” Netflix e Spotify. Si era salvata al momento Amazon, la principale indiziata (fra le big five) insieme a Meta di una possibile caduta, sotto l’impatto dell’aumento dei prezzi delle materie prime e del costo del personale (per la crescita a quasi un milione e mezzo del numero degli addetti e gli aumenti salariali), presentando risultati superiori rispetto ai timori degli analisti.

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Il crollo di Amazon

E Amazon è stata viceversa l’impresa che nei giorni scorsi ha subito la maggiore caduta di valore in termini assoluti, dopo le presentazioni dei risultati del primo trimestre 2022: alla chiusura del mercato il 22 aprile valeva 1.470 miliardi di dollari (già molto meno dei 1.860 toccati cinque mesi prima), mentre alla chiusura del 29 aprile la sua capitalizzazione era scesa di oltre duecento miliardi a quota 1.260. Da che cosa era rimasto colpito negativamente il mercato, sempre più nervoso e volatile e sempre più simile – nelle recenti parole di Warren Buffett – a un gambling parlor?

Non solo dai problemi della logistica e dall’aumento dei suoi costi e di quello del lavoro, ma anche – e credo soprattutto – dal rallentamento dell’ecommerce in concomitanza con il miglioramento sul fronte della pandemia e dalle crescite inferiori alle attese nel digital advertising (ove anche il leader Alphabet-Google ha subito una contrazione della crescita) e nel cloud computing (ove Amazon mantiene comunque saldamente la leadership).

La caduta di Neflix

Una caduta, quella di Amazon, che era stata preceduta qualche giorno prima da quella – percentualmente molto più rilevante – di Netflix: a cavallo fra ottobre e novembre 2021 Netflix, forte dei suoi 220 milioni di abbonati nel mondo, aveva superato la soglia dei 300 miliardi di dollari; alla vigilia della presentazione del 19 aprile ne valeva poco più della metà (157), penalizzata per non essere riuscita nell’ultimo trimestre 2021 ad accrescere il numero di abbonati come il mercato si aspettava; alla chiusura del 29 aprile il suo valore si era quasi ulteriormente dimezzato – 84,6 miliardi – dopo aver annunciato una perdita di 200mila abbonati nel primo trimestre e una aspettativa di perdita di altri 2 milioni nel secondo, sotto il triplice impatto del minor interesse per lo streaming nel post-lockdown, del minor potere di acquisto a causa dell’inflazione e dell’entrata in campo – con tariffe più convenienti per rubare quote di mercato – di nuovi agguerriti concorrenti (quale in primo luogo Disney).

Anche Alphabet-Google ha problemi

Ma anche Alphabet-Google è stata punita dalla Borsa – meno 180 miliardi in una settimana (da 1.690 a 1.510) – per aver aumentato “solamente” del 23 per cento (su base annua) i suoi ricavi nel digital advertising e per aver evidenziato il rischio di un calo delle spese in advertising delle imprese, in connessione con la crescita dell’inflazione e dei suoi possibili riflessi sui consumi.

Apple non gioisce troppo

E persino Apple è stata punita – meno 150 miliardi (da 2.720 a 2.570) – nonostante i risultati superiori a ogni aspettativa del primo trimestre 2022, dopo aver evidenziato il rischio di una perdita fra i 4 e gli 8 miliardi di ricavi nel trimestre in corso, soprattutto per le difficoltà nella gestione delle supply chain (che sinora ha saputo gestire in modo brillante).

I problemi del Nasdaq

Complessivamente il Nasdaq ha presentato la più elevata caduta mensile dalla grande crisi finanziaria del 2008 – meno 13,3 per cento e meno 21 dall’inizio dell’anno – contribuendo a trascinare verso il basso il più ampio indice S&P 500 (meno 8,8 e meno 13 rispettivamente). Un po’ minori le perdite del Dow Jones Industrial Average (meno 4,9 e meno 9), anch’esso estremamente volatile e con un profilo temporale (come si può vedere dalla Figura) molto simile.

Fonte WSJ

I motivi della crisi delle tech company

Perché una caduta così forte?

  • Una prima spiegazione è che le enormi risorse messe in campo dalle banche centrali per proteggere l’economia e più in generale la società dall’impatto della pandemia e dei lockdown avevano “drogato” la Borsa e che l’attesa di politiche monetarie molto più restrittive – in risposta alla crescita dell’inflazione – sta “sgonfiando” la bolla che in una certa misura si era venuta a creare.
  • Una seconda spiegazione, fortemente intrecciata con la prima, guarda ai riflessi della guerra in corso, dopo l’attacco della Russia all’Ucraina iniziato il 24 febbraio, e della serie crescente di sanzioni (dolorose anche per le proprie economie) poste in atto come risposta dai Paesi occidentali.
  • Guarda anche ai riflessi della strategia “zero Covid” cinese, che ha comportato un durissimo lockdown per Shanghai, di gran lungo il principale porto del mondo per merci movimentate, creando nuovi problemi per le supply chain già fortemente sotto stress e rendendo più problematico il raggiungimento da parte della Cina dell’obiettivo di crescita del 5,5% fissato per quest’anno; guarda alle carenze nell’offerta di microprocessori, che continuano ad affliggere la produzione di auto, e non solo; guarda all’impatto dell’inflazione, che non dà per il momento cenni di arrestarsi (negli Stati Uniti è all’8,5%) e potrebbe crescere a seguito di nuove sanzioni su petrolio e gas naturale, non solo sulle scelte delle banche centrali ma anche sulle perdite di potere di acquisto e sui consumi.

Ma c’è una domanda che molti si pongono, più in linea con gli interessi della rivista che sta pubblicando questo articolo: siamo di fronte a una crisi di carattere generale, che impatta più pesantemente sulle imprese tech perché il valore loro attribuito comprendeva un forte premio per la crescita, o siamo di fronte – per ragioni strutturali esaltate da una congiuntura particolarmente negativa – alla fine di un’era, che ha visto il comparto tech crescere ininterrottamente, spesso generando disruption negli altri comparti dell’economia?

Un tris di articoli

  • “An Unsteady Moment for Tech”, sosteneva la nota columnist Shira Ovide nella sua rubrica sul New York Times il 28 aprile scorso (a conclusione delle presentazioni delle prime trimestrali del 2022 delle imprese tech), osservando come l’ultimo decennio fosse stato una sorta di party continuo per il mondo tech e chiedendosi però se non si fosse in presenza di un punto di svolta e quale potesse essere il futuro.
  • E il giorno dopo il Financial Times, in un articolo intitolato “Growth stock stars of pandemic tumble into bear market”, rincarava la dose: riportando nel sottotitolo la convinzione dei CEO dei principali hedge fund che le condizioni di mercato del passato decennio – quelle che avevano favorito la crescita incessante delle imprese tech – fossero tramontate per sempre.
  • Meno propenso alla tesi generalizzata della “fine di un’era” Richard Waters (capo del team di giornalisti del Financial Times che segue la Silicon Valley), che in suo articolo a duplice firma di due giorni dopo – “Big Tech trims its sails as it braces for a bruising quarter: IT spending is strong but headwinds from inflation, supply chains and Ukraine war cast a chill over Silicon Valley” – notava come molte imprese tech, a dispetto dei forti timori della vigilia, avessero presentato risultati notevolmente solidi e come per esse fossero le incertezze di origine politica e macroeconomica la maggiore incognita sulla dinamica nei trimestri (o addirittura anni) successivi.

In conclusione

Voglio aggiungere, in chiusura, tre osservazioni.

La prima è che a mio avviso in futuro avrà sempre meno senso parlare di un comparto tech. Perché da un lato le tecnologie digitali sono entrate negli ambiti più diversi e il successo delle imprese che le portano avanti dipende in misura non piccola da fattori non tecnologici: la logistica è ad esempio sempre più rilevante nell’ecommerce e la capacità di gestire le fake news è la chiave di volta per lo sviluppo di larga parte del digital advertising.

Perché dall’altro si fa sempre più sfumato, in molti ambiti, il confine fra imprese tech e non tech: esemplare il caso (che amo citare sempre) di Visa e Mastercard, che – a dispetto della loro immagine finanziaria – sono incluse nell’ambito dello S&P500 fra le imprese IT, alle spalle di Apple e Microsoft, per la rilevanza della infrastruttura tecnologica che possono mettere a disposizione delle loro diverse categorie di clienti.

La seconda osservazione riguarda l’incognita “regolamentazione”.

La Cina ha mostrato negli ultimi due anni come si possano mettere in ginocchio con pochi provvedimenti regolamentari imprese – quali in primo luogo Alibaba e Tencent – fra le principali del mondo: anche se il “costo” per l’economia e l’occupazione può risultare, come si sta verificando in Cina, tutt’altro che irrilevante. L’UE sta mettendo a punto una legislazione almeno in apparenza molto dura nei riguardi delle big tech e altrettanto sembravano fare gli Stati Uniti: anche se il crescente confronto con la Cina – esaltato dalle vicende belliche recenti – potrebbe portare in questi ultimi a misure molto meno drastiche di quelle promesse all’inizio della presidenza Biden.

L’ultima osservazione riguarda i rischi di una progressiva deglobalizzazione, con l’emergere di due macroaree con al loro centro Stati Uniti e Cina.

Le conseguenze potrebbero essere anche molto pesanti, e alcune di esse già si vedono: perché, al di là delle perdite di fette di mercato importanti soprattutto per Apple e Microsoft, le filiere – dalle materie prime, alla componentistica, al manufacturing e al software – sono tuttora fortemente intrallacciate.

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