il quadro

Convergenza media-tlc, il covid ha cambiato tutto e ora servono nuove regole

Il covid ha decisamente modificato gli equilibri nel settore dei media, con un balzo netto del video streaming nei confronti di pay-tv e broadcasting. Le telco hanno tenuto botta, ma ora urge un cambio di strategia. In questo contesto in trasformazione servirà un quadro normativo e regolamentare adeguato

10 Giu 2020
Augusto Preta

IT Media Consulting


In tempi straordinari come quelli del lock down, in cui si è trascorso tutto il tempo in casa, limitando fortemente i viaggi e gli spostamenti, si è scoperto che le reti di telecomunicazioni e i servizi media hanno svolto un ruolo fondamentale nella resilienza sociale. Hanno fornito gli strumenti necessari per un ambiente di lavoro virtuale trasformato; hanno svolto una funzione di intrattenimento importante a casa, in un momento in cui i teatri, le sale cinematografiche e le strutture sportive erano fermi. Più che mai, la natura trasformativa dell’innovazione digitale nel settore dei media e delle telecomunicazioni si è mossa e adeguata al modo in cui viviamo e lavoriamo oggi.

Ma questo fenomeno, che oggi assume dimensioni rilevanti, non è solo frutto di una emergenza sanitaria, bensì di un processo iniziato molto tempo prima – circa un decennio – con il broadband, il video streaming e il lancio e il successo su scala globale di Netflix. Oggi, in conseguenza del Covid-19, viene ulteriormente accelerato e trova probabilmente la sua definitiva consacrazione.

Nuove forme di consolidamento

Come ampiamente illustrato in un recente studio realizzato per la Fondation Robert Schuman con Gerald Pogorel, professore emerito all’Università Paris Tech, per far fronte a questo panorama in continua evoluzione e alla sfida lanciata dagli innovatori del video streaming, così da favorire il passaggio delle trasmissioni verso la banda larga, i tradizionali accordi di distribuzione verticale tra emittenti e operatori di rete, che forniscono principalmente TV lineare o pay-TV, sembrano ora inadeguati. Nuove forme di consolidamento prevalgono, portando il livello della competizione su scala globale.

Mega fusioni e acquisizioni – AT&T/Time Warner, Disney/Fox, Comcast/Sky – le più grandi della storia dei media e in chiave di convergenza tra telco e tv, hanno portato a grandi conglomerati globali, con interessi nelle telecomunicazioni, nella tv via cavo, nel broadcast e video a richiesta (SVOD), nonché nella produzione, creazione e fornitura di contenuti. Questi soggetti vanno a competere direttamente con i leader dello streaming Netflix e Amazon, nonché con Apple e Google ricchi di flussi di cassa. Netflix e altre società (Amazon, Apple) che non possedevano una vasta libreria di contenuti premium preesistente, stanno diventando studi a sé stanti, impegnandosi in un vasto programma di produzione di contenuti, attirando produttori affermati e i migliori talenti. All’opposto, la tendenza per i grandi studi di Hollywood e le nuove società consolidate, è quella di costruire le proprie piattaforme rivolte direttamente al consumatore, fornendo I propri contenuti in esclusiva, piuttosto che incassare accordi di licenza da Netflix e Amazon, come hanno fatto fino ad oggi con le emittenti televisive.

Telecomunicazioni, la convergenza non più rinviabile

Al contempo anche gli operatori di telecomunicazioni sono rimasti relativamente in buona forma, poiché il massiccio aumento dell’accesso online ai contenuti compensa gli investimenti degli operatori nelle reti e fornisce il giusto incentivo per l’industria delle telecomunicazioni per continuare a investire nelle reti di prossima generazione (5G, fibra ottica). In generale, poiché i ricavi sono migliori dell’intera economia, il flusso di cassa è rimasto elevato e le restrizioni normative potrebbero essere alleggerite. Per il futuro, il mondo delle telco non può non comprendere che è giunto il momento di sfuggire alla maledizione del “tubo stupido” di concorrenza indifferenziata, di commoditation e tariffe ridotte, e trarre vantaggio dalla relativa forza finanziaria e dalla crescita superiore dei contenuti video nelle loro offerte. Il passaggio dal know-how tecnologico e il controllo dei costi, alla gestione del talento creativo ha registrato finora risultati contrastanti: la compatibilità delle competenze è un problema, ma la tendenza alla convergenza non è più ritardabile. Il modo in cui definire il mix di attività, come gestire proficuamente non solo un portfolio, ma combinando il know-how ingegneristico e i talenti della creazione artistica sarà pertanto fondamentale.

Video streaming in pole position

Più complessa appare la situazione dal lato del broadcasting e della televisione tradizionale. Nell’ultimo periodo infatti mai tante persone hanno trascorso così tanto tempo confinate in casa e il fenomeno non riguarda solo il video streaming ma anche la televisione in generale, con un aumento dei consumi ad esempio nel mese di marzo di oltre il 40% in Austria e Spagna e del 32% in Germania e Italia. Però se la televisione tradizionale rischia di veder vanificati questi positivi effetti dall’andamento macroeconomico generale, che porterà a una forte riduzione degli investimenti pubblicitari (si parla in media di un calo del -30% in marzo e aprile, e un -12% a fine anno), per il video streaming le previsioni rimangono invece ottimistiche anche per la fase di post-lockdown.

Al contempo ulteriori fattori legati all’emergenza Covid dovrebbero favorire in futuro la progressiva migrazione della tradizionale TV lineare verso i servizi di video streaming a banda larga. In particolare la perdita della programmazione sportiva ha spinto molti abbonati ad abbandonare la tv a pagamento (cord cutting) verso le meno costose e al momento più attraenti offerte di video streaming; la crisi economica e la prevedibile riduzione del reddito disponibile delle famiglie potrebbe comportare la cancellazione dei loro abbonamenti tradizionali più costosi verso modalità più economiche come quelle di Netflix & co., come pure una crisi delle televisioni in chiaro che dipendono più delle altre dalla congiuntura economica in termini di ricavi pubblicitari.

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Le sottoscrizioni sono una fonte di entrata più stabile e prevedibile che proviene direttamente dai consumatori e che rispetto ai tradizioni servizi di tv a pagamento (Sky) offrono l’ulteriore vantaggio di costo 4-5 volte inferiore a quello delle pay-TV. Non a caso Netflix, che è il leader e che non fa affidamento sulla pubblicità, sta beneficiando più di tutti dell’impennata dello streaming online, avendo raddoppiato gli abbonati nel primo trimestre 2020 rispetto alle previsioni degli analisti, volando in borsa e promettendo nuovi contenuti già pronti. Le azioni del gruppo hanno raggiunto livelli record all’inizio di maggio quando la sua capitalizzazione di mercato è salita a 192 miliardi di dollari, raggiungendo in pieno Covid-19, 16 milioni di nuovi abbonati, il doppio delle aspettative degli analisti. Inoltre, a marzo le installazioni dell’app Netflix sono aumentate del 57% in Italia. Anche Disney, con il suo nuovo servizio Disney+, nonostante il Covid-19 si fosse già manifestato a livello mondiale, non ha rinunciato al lancio previsto in Italia e in altri Paesi europei alla fine di marzo. Nei giorni scorsi ha annunciato di aver toccato 50 milioni di abbonati a fine aprile dal lancio iniziale avvenuto in settembre e di rappresentare in alcune reti di telecomunicazioni europee già l’8% del traffico SVOD totale e il 18% di quello peering a esso correlato.

Almeno nel breve-medio termine tale tendenza è destinata a crescere ed accelerare, dal momento che il Covid-19 ha incoraggiato le persone a godersi l’intrattenimento domestico, coinvolgendo in tale modalità di consumo anche una parte della popolazione meno incline all’uso della tecnologia. Tutto ciò lascia intravvedere un futuro assai incoraggiante anche per il post Covid, dal momento che in Italia, secondo uno studio ITmedia Consulting realizzato alla fine del 2019, secondo cui i servizi di video streaming in broadband avrebbero raggiunto 9,2 milioni di abitazioni in Italia nel 2021, affiancando la tradionale tv terrestre come principale piattaforma di ricezione.

Quel che è certo è che in futuro, ancor più di prima, i consumatori valuteranno le proprie finanze personali, la propria più ridotta disponibilità a pagare, valutando attentamente ciò che possono permettersi di acquistare, e valutare quali prodotti e servizi offrono il massimo valore al minor costo. La definizione delle priorità nella scelta dei servizi di intrattenimento, soprattutto quelli a pagamento, verrà analizzata con maggiore attenzione anche rispetto agli altri servizi domestici utilizzando ad esempio più ampiamente versioni di prova gratuita, offerte promozionali o contenuti esclusivi più attraenti tra tutti i fornitori.

Conclusioni

In questo contesto in grande trasformazione, sarà infine necessario disporre di un quadro normativo e regolamentare adeguato. Nel 2018 e 2019, l’UE ha completato il processo di revisione di tre importanti atti legislativi: il codice delle comunicazioni elettroniche, la direttiva sui servizi di media audiovisivi e la direttiva sul diritto d’autore. I primi due in particolare sono ancora soggetti a un quadro settoriale specifico, che ha più di 20 anni, risalente all’età della televisione analogica e delle reti fisse di rame a banda stretta.

Le successive revisioni che hanno portato all’attuazione delle nuove direttive a livello nazionale mantengono la chiara distinzione tra i due settori, compresi i nuovi servizi nel quadro normativo consolidato. A mio avviso, sebbene ciò rappresenti un prezioso tentativo di adattare la vecchia legislazione alla nuova realtà in una prospettiva evolutiva, non tiene in debita considerazione le innovazioni dirompenti che stanno rimodellando l’industria delle comunicazioni non solo europea. In questa prospettiva, la nuova Commissione e la nomina di un vicepresidente esecutivo per il digitale aprono la strada a un nuovo scenario in cui lo sviluppo della politica tecnologica, il mercato unico digitale e una politica di concorrenza ridefinita possono ora combinarsi. In questo quadro, la “Legge sui servizi digitali“, a uno stadio ancora iniziale, dovrebbe prevedere uno spostamento radicale nella logica della regolamentazione delle relazioni tra fornitori di contenuti e operatori di telecomunicazioni.

Un decennio fa, ad esempio, l’accento era posto sul monitoraggio dell’accesso a contenuti esclusivi, al fine di preservare un panorama competitivo. I contenuti esclusivi sono stati considerati potenzialmente dannosi per la concorrenza. Il contenuto oggi è abbondante, altamente competitivo, ma richiede sempre più risorse finanziarie e canali di distribuzione facilmente accessibili. Dovrebbe incoraggiare la concorrenza e il pluralismo, nel quadro della definizione europea di mercati geografici ora più ampia, a cominciare dalla messa in discussione del principio tabù del geo-blocking. In un’ottica di convergenza è pertanto necessario trovare una soluzione per porre fine alla frammentazione del mercato europeo dei diritti, un grave ostacolo alla promozione di un’offerta europea realmente competitiva ed efficace rispetto alle grandi sfide dei nuovi grandi operatori globali.

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