Inclusione sociale

Disabilità e lavoro: come l’IA può favorire l’occupazione delle persone svantaggiate

Diverse cooperative sociali hanno dimostrato e stanno dimostrando come sia possibile organizzare attività lavorative per disabili anche di tipo mentale nel campo della dematerializzazione e dell’inserimento dati. Ecco in che modo i lavoratori svantaggiati possono trovare impiego nelle attività di back office avanzato

06 Mag 2022
Maurizio Cocchi

presidente di Virtual Coop

Dario Maio

Professore Università Alma Mater di Bologna - già ordinario di Sistemi di elaborazione dell’informazione

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Quando va bene le persone con disabilità, fragili o vulnerabili, di fronte al mondo delle tecnologie, vengono considerate soltanto come consumatori, quando va male non sono proprio considerate.

Non c’è nessun motivo per cui la persona con disabilità o comunque svantaggiata, sia relegata ad un mero ruolo di consumatore, ma al contrario è possibile trovare gli ambiti e le modalità affinché tutti noi possiamo guadagnarci la vita con il nostro lavoro.

Anziani e poveri esclusi dal digitale, il dramma ignorato dal Governo

Gli ausili che facilitano il lavoro delle persone con disabilità

Abbiamo gli ausili per disabili, compresi gli accorgimenti visivi, tattili e audio dei vari strumenti informatici, ma anche le attrezzature per la riabilitazione, le protesi e tutto un mondo che tende a facilitare la vita quotidiana, di relazione e sociale. I risultati non sono sempre brillanti, ma insomma lo sforzo c’è.

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In realtà, il tentativo di rispondere alle esigenze speciali della disabilità, in molti casi, ha stimolato la ricerca e la stessa innovazione tecnologica e il mercato offerto dai consumatori disabili è stato determinante per lo sviluppo di tecnologie e soluzioni operative oggi in uso per tutti. È il caso dello sviluppo dei sistemi di input vocale che tra gli anni 90 e inizio 2000, sono stati sostenuti economicamente dal mercato mondiale dei disabili.

Poco si è fatto per favorire l’occupabilità lavorativa di questa fascia di popolazione. Eppure, in ogni dichiarazione dei diritti a partire da quella dell’ONU sui diritti dell’uomo, a quella sui diritti delle persone con disabilità, financo alla nostra amata costituzione, non si afferma soltanto il diritto a vivere, in maniera più o meno passiva, ma viene sancito solennemente anche il diritto al lavoro.

Perché il lavoro è un diritto e non solo un dovere

Ma perché il lavoro è un diritto e non solo un dovere? Evidentemente, è parte integrante del nostro vivere sociale, ci conferisce dignità e status, partecipazione sociale e senso di appartenenza, indipendenza e libertà.

Detto questo, che impatto ha avuto ed avrà la progressiva introduzione delle tecnologie nel mondo del lavoro sulla possibilità di avere una occupazione stabile e soddisfacente per la popolazione disabile?

Sarebbe particolarmente interessante poter ricostruire la storia dei disabili dal punto di vista dell’attività lavorativa e qualcuno dovrebbe farlo, ma qui non è il caso e allontanerebbe il focus del nostro ragionamento dall’obiettivo che vogliamo perseguire.

Solo per suggestioni, possiamo dire che nel mondo agricolo la disabilità mentale, purché non tale da sconvolgere gli equilibri familiari o quelli dell’ordine sociale, trovava una dimensione di utilità nell’economia familiare, tale dall’essere tollerata e spesso inserita nei processi produttivi esistenti.

Con l’avvento dell’era industriale, le cose si complicano. Viene introdotto il concetto di invalidità, per cui le prestazioni fisiche e mentali richieste sono sempre più complesse e la popolazione che non ha accesso al lavoro cresce in modo ragguardevole, tanto che devono essere messe in atto politiche specifiche per favorire l’inserimento lavorativo.

Nell’attuale era digitale, ci sono disabili che vengono interamente emancipati e possono lavorare in maniera compiuta senza particolari problemi, si tratta di persone paraplegiche, disabili sensoriali senza altre problematiche collaterali, anche se in molti casi sono chiamati a lunghi periodi riabilitativi e di intensa formazione.

Il buco nero sta nella disabilità mentale che richiede attenzioni particolari e un approccio specifico. Attenzione, qui stiamo parlando di lavoro vero, produttivo e di una utilità cristallina, vissuta come tale dal lavoratore svantaggiato e regolarmente retribuita, non di una attività occupazionale, svolta al di fuori di qualsiasi processo produttivo.

Resta inteso che l’evoluzione tecnologica non cancella interamente le attività sin qui accumulate, le può trasformare parzialmente o totalmente, ma i lavori agricoli e artigianali, pur divenendo di nicchia o tecnologicamente avanzati, rimangono ed acquisiscono una precisa ragion d’essere, offrendo occasioni lavorative tradizionali. Stesso discorso vale per le attività industriali, che possono automatizzarsi ma che possono mantenere attività manuali, ripetitive, assemblaggi, ecc. che in alcuni casi possono essere affidati a lavoratori disabili.

Un ruolo per i disabili nel mondo delle tecnologie

Qui, però, stiamo parlando di altro. Vorremmo attrarre l’attenzione su attività da proporre a persone con disabilità mentale collocate nel cuore stesso del processo di digitalizzazione.

Spesso siamo portati a pensare che le attività IT siano ad esclusivo appannaggio di cervelloni superspecializzati, in realtà non è così e lo sarà sempre meno grazie al progressivo permeare dell’informatica in tutti i settori e nella stragrande maggioranza delle strumentazioni.

Nell’ambito stesso delle attività che prevedono la programmazione e la manipolazione dei dati, vi sono pezzi di lavorazioni di carattere ripetitivo e di semplice attuazione.

Cooperative sociali come Arcobaleno di Torino, Alveare di Milano, I Giovani Rilegatori di Imola o la stessa Virtual Coop (ma sono solo le prime realtà che vengono in mente agli autori) hanno dimostrato e stanno dimostrando come sia possibile organizzare attività lavorative per disabili anche di tipo mentale nel campo della dematerializzazione e dell’inserimento dati. Queste cooperative, ma come loro molte altre, non si limitano a proporre le attività di questo tipo a portatori di handicap, ma offrono loro una vera e propria occupazione lavorativa, applicando il contratto collettivo nazionale di lavoro delle cooperative sociali.

Molte di queste cooperative sociali, sollecitate dalle richieste del mercato e verificata la buona risposta dei lavoratori disabili, si stanno già spingendo verso soluzioni più avanzate nel processo di digitalizzazione.

Elaborazione intelligente dei documenti

Le soluzioni di elaborazione intelligente dei documenti (in inglese IDP: Intelligent Document Processing) trasformano dati non strutturati o semi-strutturati in informazioni che possono consentire di aggiungere, per un certo ente, valore utile per vari fini. I dati a disposizione di enti privati e pubblici sono al centro della trasformazione digitale ma, allo stato attuale, una grande mole di dati è incorporata in formati non strutturati in oggetti documentali di vari natura, tra cui e-mail, chat, post, blog, immagini, file audio, brochure, manualistica, rapporti, resoconti, documenti contabili, ecc.

L’elaborazione intelligente dei documenti si può considerare come un’ulteriore evoluzione dell’automazione dei processi di back office, in grado di acquisire, estrarre ed elaborare i dati da una varietà di formati di documenti generando informazione a valore aggiunto. Utilizza tecnologie proprie dell’intelligenza artificiale (AI: Artificial Intelligence) come l’elaborazione del linguaggio naturale (NLP: Natural Language Processing), la visione artificiale, l’apprendimento automatico (ML: Machine Learning) per classificare, etichettare ed estrarre le informazioni pertinenti nonché le correlazioni che sussistono fra i dati estratti.

In sintesi, i tradizionali metodi di digitalizzazione (intesi come digitization from analog to digital e non digitalization) sono destinati a lasciare il posto a tecniche più evolute in grado di aggiungere, già fin dalle prime fasi di elaborazione di dati disponibili su fonti digitali o di altra natura, conoscenza aggiuntiva utile per analisi di livello più qualificato.

Si è soliti indicare col termine Robotic Process Automation (RPA) l’insieme delle tecnologie, prodotti e processi coinvolti nell’automazione dei processi lavorativi ove i cosiddetti “software robot” possono eseguire in modo automatico le attività ripetitive degli operatori, imitandone il comportamento e interagendo con gli applicativi informatici nello stesso modo dell’operatore stesso. Un classico esempio è rappresentato dagli strumenti di automazione del workflow. Allo stato attuale, le operazioni che principalmente sono automatizzate sono quelle che lavorano su dati strutturati (es. file excel, form, database, ecc.) ma l’evoluzione tecnologica, proprio grazie agli approcci IDP consentirà sempre più la gestione anche di contenuti non strutturati, provenienti cioè da una vasta tipologia di fonti, per esempio, documenti cartacei scannerizzati oppure immagini, video e così via, aumentando notevolmente le potenzialità dei software RPA e il conseguente impatto sulla gestione dei processi gestionali e decisionali di un ente.

Insegnare ai sistemi informatici il significato dei documenti

IDP è una parte fondamentale del ridimensionamento e dell’accelerazione dei processi che richiedono l’interazione umana per comprendere il significato dei dati contenuti nei documenti. L’automazione intelligente è dunque la combinazione di IDP e di RPA perché colma il divario tra dati non strutturati, attività di verifica/convalida umana e dati strutturati necessari per automatizzare i processi. Non solo i processi vengono accelerati, ma possono essere un servizio disponibile 24 ore su 24, tutti i giorni della settimana ed essere scalati in modo quasi arbitrario in contesti cloud.

La realizzazione di un sistema IDP per un determinato contesto applicativo richiede, allo stato dell’arte, il ricorso a diversi tool per i quali, in genere, si rendono necessarie alcune fasi di pre-elaborazione dei documenti e post-elaborazione del risultato, fasi che richiedono il ricorso a interventi umani. Per quanto riguarda la pre-elaborazione, anche nel caso di fonti documentali già disponibili in formato digitale, si rendono necessarie fasi di elaborazione spesso non fattibili completamente in a modo automatico senza intervento umano. Spesso, nel contesto di tecniche di machine learning (anche con approcci deep learning allo stato dell’arte), sono necessari – in fase di training – dataset voluminosi, classificati ed “etichettati” in modo supervisionato da un operatore umano, affinché il sistema disponga di un modello d’apprendimento con una quantità d’informazioni sufficiente per prendere decisioni in modo accurato, in fase di verifica, nella classificazione e annotazione di documenti mai visti prima. Poiché il risultato dell’elaborazione è affetto comunque da un errore che può essere anche non trascurabile per vari fattori (si pensi ad esempio al riconoscimento di testi scritti a mano all’interno di un’immagine o alla scoperta di correlazioni tra concetti all’interno di un documento) si rende necessaria una correzione manuale, eventualmente coadiuvata da appositi tool software.

Un ruolo per i lavoratori svantaggiati nelle attività di back office avanzato

Come già accennato i lavoratori svantaggiati operano già con successo nelle attività di dematerializzazione tradizionale e possono trovare impiego anche in tutte queste attività di back office avanzato.

Le attività proposte in primo luogo non presuppongono movimentazione di carichi o manualità fina e dunque possono essere svolte anche da persone con gravi limitazioni fisiche ma con sufficienti competenze cognitive. Allo stesso tempo l’organizzazione strutturata in passaggi chiari e definiti permette di individuare attività di diversa complessità e natura. A titolo esclusivamente esemplificativo, si possono citare alcune di queste attività intendendole come una possibilità di occupazione per varie tipologie di lavoratori svantaggiati. In alcuni casi, per esempio, si tratterà di riconoscere un oggetto in maniera ripetitiva all’interno di immagini, questa attività potrebbe essere svolta da persone con patologie per le quali l’utilizzo di immagini è già di aiuto nella loro strutturazione della quotidianità e del pensiero e quindi sarebbero più efficaci nell’individuare un elemento da un’immagine piuttosto che in un testo descrittivo o persone per le quali la ripetitività della mansione risulta essere un elemento positivo e rassicurante. Nel caso invece in cui si debba etichettare testi, a seconda della complessità del percorso logico da fare, si dovrà prediligere l’impiego di persone con problematiche di natura psichiatrica o di dipendenza da sostanze che comunque riescono a mantenere buone competenze cognitive e una certa flessibilità, se non soltanto persone disabili di carattere sensoriale o motorio.

Il progredire così rapido e talora convulso delle tecnologie IT può disorientare se non addirittura spaventare. In realtà, occorre soltanto cogliere le opportunità che questo processo offre e tradurle seguendo le esigenze e le capacità di tutti nel rispetto delle diversità di ciascuno di noi.

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