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l'analisi

Europa digitale, una Europa più unita: il sogno possibile

Quella che emergerà dalle prossime elezioni, sarà un’Europa che dovrà necessariamente ripensare le proprie politiche digitali, attualmente inconsistenti e incapaci di promuovere le molte eccellenze che pure si possono vantare nel settore. Un sogno possibile solo se riuscirà a parlare con una sola voce

23 Mag 2019

Francesco Sacco

docente di Digital economy presso l’Università dell’Insubria e la SDA Bocconi


Le elezioni europee di quest’anno saranno ricordate come le più importanti per il futuro dell’Europa ma anche come le più incerte sul reale futuro di noi europei.

Tutti in Europa dicono che le cose non vanno bene in qualche modo. D’altronde, è una tornata elettorale ed è normale che sia questo il tono della discussione.

Sui molti altri temi al centro del dibattito, quello che a noi interessa qui evidenziare è il gap tecnologico dell’Europa – e al suo interno quello ancora più marcato dell’Italia.

Mentre il mondo assiste al braccio di ferro tra la Cina e gli Usa, la Ue fa da spettatore passivo, subisce le conseguenze di questo scontro e si interroga, senza riuscire a fornire soluzioni efficaci, sulla deriva innescata anche dalla crescente diffusione della disinformazione a mezzo web.

Tutti temi sui quali  le nuove istituzioni europee dovranno dare risposte chiare, ma soprattutto a una sola voce.

L’Italia nel contesto economico europeo

Ma, a noi italiani, che cosa converrebbe cambiare e, soprattutto, cosa è realisticamente possibile davvero ottenere?

Per capire meglio il sottofondo di questa domanda, diamo uno sguardo al contesto economico europeo. Nelle previsioni economiche appena rilasciate dalla Commissione Europea si prevede che nel 2019 l’economia della UE cresca dell’1,4%, meno rispetto all’1,9% del 2018, migliorando leggermente l’anno prossimo all’1,6%. Inoltre, nella UE la disoccupazione a marzo 2019 era al 6,4%, il livello più basso dal 2000, avendo creato 12,6 milioni di nuovi posti di lavoro a partire dal 2014, con un indebitamento complessivo rispetto al PIL che era l’81,5% alla fine del 2018, in calo ininterrotto dal 2014, e raggiungerà il 77,6% nel 2020.

Rispetto a questo scenario dell’Unione, la distanza del nostro Paese non potrebbe essere maggiore. L’Italia, è il paese che nel 2019 crescerà meno nell’Unione (+0,1%) e l’unico che nel 2018 ha attraversato una fase di recessione tecnica. Ha un tasso di disoccupazione che è tornato a crescere, seppure di pochissimo, era il 10,6% nel 2018 e toccherà l’11% nel 2020, con un rapporto debito/PIL al 133,7% nel 2019 e al 135,2% nel 2020, il nostro livello più alto in tempo di pace.

Al di là delle grandi affermazioni di principio sul ruolo dell’Unione, che sono le più facili da fare ma anche le più difficili da mettere in pratica, ci sono quattro leve principali che la politica ha a disposizione per cambiare l’Unione Europea:

  • la politica fiscale,
  • la politica monetaria,
  • le riforme istituzionali
  • la politica industriale.

La politica fiscale e monetaria

Le prime due leve monopolizzano quasi interamente la discussione. Sono quelle che in passato sono state più utilizzate per governare la UE e, chiaramente, quelle che ci interessano più da vicino, per molte ed evidenti ragioni. La stabilità delle banche e i meccanismi comuni di risoluzione, l’azione della BCE, il bisogno di avere politiche di bilancio coordinate, la stabilizzazione macroeconomica, tra le altre, sono tutte misure che ricadono tra politica fiscale e monetaria.

Ma, data la distanza tra la nostra situazione e quella del resto dell’Unione, pur tenendo conto che anche la Germania quest’anno crescerà poco (+0,5%) e non è del tutto disinteressata rispetto alla stabilità del sistema bancario, non è molto realistico pensare che su questo terreno avremo le risposte che vorremmo. Soprattutto, nella misura di cui abbiamo bisogno.

Le riforme istituzionali e la politica industriale

Delle riforme istituzionali (un maggior peso per il Parlamento Europeo, una difesa comune, una politica estera comune, ad esempio) si parla relativamente meno anche se, talvolta, con una certa disinvoltura. Sono un tema delicato, su cui è difficile incidere realmente per la complessità politica della costruzione europea e per gli assetti politici incerti che stanno emergendo in Europa. Sembra maturo il tempo per cambiamenti anche profondi, ma i tempi non saranno brevi.

Di una possibile politica industriale europea, invece, soprattutto in ambito tecnologico, mentre tutto lo scenario circostante sta cambiando, si parla troppo poco. Eppure, è su questo terreno che, dato il contesto, potremmo avere maggiori possibilità di incidere e di portare a casa qualche risultato concreto in tempi ragionevoli.

L’inconsistenza della Ue sul piano digitale

Se guardiamo alla guerra commerciale tra Cina e USA, la tecnologia è diventata ormai l’elemento centrale e il 5G soltanto uno degli elementi dello scontro tecnologico tra le due superpotenze economiche del nostro tempo.

Intelligenza artificiale, quantum computing, cloud computing e la dominanza nell’e-commerce sono i nuovi temi che man mano si stanno aggiungendo, ampliando ulteriormente un fronte di scontro già molto vasto. È uno scontro duro, ma comprensibile, perché la tecnologia è il più importante catalizzatore di ricchezza del nostro secolo. Infatti, se guardiamo alle aziende più importanti al mondo per capitalizzazione, sette su dieci sono aziende tecnologiche.

Capitalizzano da sole 5,2 triliardi di dollari, più del PIL della terza potenza mondiale, ma nessuna di queste è europea. Anche se allarghiamo l’orizzonte e guardiamo alle prime venti aziende del mondo tecnologico in termini di valutazione, non troviamo aziende europee. Nel 2013, di queste, tredici erano americane e tre cinesi. Nel 2018 le americane si sono ridotte a dodici ma tutte le altre sono ormai cinesi. Mentre la competizione internazionale si è nettamente polarizzata tra Stati Uniti e Cina, nessuna azienda europea è mai stata in gioco, né prima né dopo.

Questo è un problema reale per tutti i membri dell’Unione europea. L’inconsistenza della Ue come credibile protagonista del mondo digitale è davanti agli occhi di tutti. Ed è difficile da capire se si pensa che la Ue ha un PIL (18,7 triliardi di dollari nel 2018) di poco inferiore a quello americano (20,5 triliardi di dollari), ma ben superiore a quello della Cina (13,4 triliardi di dollari). In Europa ci sono molte eccellenze tecnologiche, ma nessuna è così forte da riuscire a imporsi a livello globale ma neanche locale. Nessuna delle 10 aziende europee più grandi per fatturato è un’azienda tecnologica.

I limiti del Digital Single Market e le iniziative degli Stati

L’importanza della tecnologia come fattore competitivo non è ignorata da nessuno dei governi dell’unione europea. Questa è la ragione per cui, di fronte ai limiti del Digital Single Market europeo, che finora è riuscito soltanto molto marginalmente a incidere sul problema, molti membri della Ue hanno preso iniziative autonome per ammodernare il proprio sistema produttivo.

La Germania ha lanciato il suo piano “Industrie 4.0” nel 2013; il Belgio il suo piano “Made Different” nel 2013; la Svezia “Produktion 2030” nel 2014; l’Olanda il piano “Smart Industry” del 2014; la Francia “Industrie du Futur” nel 2015; il Regno Unito “Industrial Strategy” nel 2015 e l’Italia “Industria 4.0” nel 2016. Ma, se guardiamo da lontano a tutte queste iniziative individualmente, le loro possibilità reali di incidere su scala planetaria nel contesto attuale sono molto modeste. Sono pannicelli caldi. Soltanto uno sforzo collettivo, di tutta la UE, potrebbe portare qualche risultato.

La storia dell’Unione Europea è che dell’economia reale ogni paese membro si occupa per conto proprio. Ma, proprio questa potrebbe essere l’opportunità politica da cogliere. Se invece di insistere in prima battuta su misure che sono soprattutto di nostro interesse, puntassimo su un tema e un problema che è rilevante per tutti, potremmo sperare di ottenere qualcosa in più, che comunque sarebbe molto rilevante per l’Italia.

Europa digitale: sogno possibile o battaglia persa?

Come racconta più di ogni discorso il nostro posizionamento al quartultimo posto in termini di digitalizzazione rispetto al Digital Economy and Society Index (DESI) elaborato dalla Commissione, la mancanza di digitalizzazione del nostro apparato produttivo e amministrativo è forse il più grosso ostacolo allo sviluppo futuro dell’Italia. La scarsa crescita economica, la stagnazione della produttività la disoccupazione sono tutti elementi influenzati, sebbene in misura diversa, dal ritardo italiano nel processo di informatizzazione e nello sviluppo di adeguate competenze informatiche diffuse.

Un’Europa che promuove la creazione di centri per l’accelerazione dell’innovazione, competence center e coworking tematici capaci di mettere insieme le competenze necessarie per trasformare e digitalizzare soprattutto i settori tradizionali, come l’alimentare, l’arredamento, la moda, il design, combinando materie e materiali tradizionali con l’ICT più sofisticata, sarebbe un sogno. Ma è un sogno possibile, non un’altra battaglia persa in partenza, se soltanto decidessimo di sognarlo tutti insieme.

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