Transizione ecologica

Il rischio climatico nelle assicurazioni: cos’è l’impact underwriting

Le assicurazioni sono chiamate a integrare i rischi climatici in un approccio olistico che cambia il modello di business. Cosa è l’impact underwriting, quali sono i criteri di valutazione del rischio e le politiche di pricing

24 Dic 2021
Andrea Sartori

Responsabile Finanza Sostenibile, Area Consulting ALTIS – Università Cattolica del Sacro Cuore

Le assicurazioni sono in prima linea nel contrasto al cambiamento climatico. Mentre la roadmap per la decarbonizzazione dei portafogli finanziari appare in gran parte tracciata[1], è aperto il dibattito riguardante l’impact underwriting, ovvero l’integrazione dei rischi climatici nelle politiche di sottoscrizione.

L’ impact underwriting mette i fattori ESG, e al loro interno i rischi climatici, al centro della costruzione dei prodotti, della valutazione dei potenziali assicurati e della determinazione dei premi. In modo ancora più profondo, l’impact underwriting traccia una possibile evoluzione dei modelli di business assicurativi: per fronteggiare efficacemente la crisi climatica, infatti, le compagnie e i consulenti non potranno più limitarsi a elaborare coperture ai rischi, ma saranno chiamati a sensibilizzare e accompagnare gli assicurati in un percorso di adattamento ai cambiamenti climatici attraverso l’offerta di servizi analitici e consulenziali o di soluzioni digitali dedicate[2].

Contrasto ai cambiamenti climatici, banche e finanza in prima linea: le strategie

Insieme alle banche e agli altri investitori istituzionali, le compagnie di assicurazione sono state protagoniste della nascita di Glasgow Financial Alliance for Net Zero (Gfanz) e dello stanziamento di 100mila miliardi di dollari a favore della neutralità carbonica entro il 2050 annunciati durante la COP26.

Il contributo degli investitori assicurativi in questo campo può essere determinante, considerando l’elevato livello attuale di esposizione a settori carbon intensive come l’Oil&Gas, le utility elettriche e l’automotive.

impact underwriting- climate change-assicurazioni

Fonte: Banca Centrale Europea, “Climate-related risk and financial stability”, giugno 2021, p. 32.

Chiamate a intervenire in copertura ai danni causati a cose e persone dagli eventi meteorologici estremi e dal mutamento del pattern delle precipitazioni, le compagnie di assicurazione avvertono direttamente gli effetti attuali dei cambiamenti climatici, oltre a quelli di medio-lungo termine.

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Impact underwriting: le conseguenze dei rischi climatici sulle polizze

Secondo le stime preliminari della compagnia di riassicurazione Swiss Re, nella prima metà del 2021 il gelo invernale, le grandinate e gli incendi estivi hanno determinato perdite per 40 miliardi di dollari a livello globale, in crescita del 24% rispetto alla media del decennio precedente.

La problematica appare ancora più rilevante se si considera il limitato grado attuale di copertura dei rischi catastrofali: secondo un’analisi dell’EIOPA[3], l’authority europea del settore, nel 2019 solo il 35% delle perdite dovute a eventi climatici estremi risultava assicurata in Europa.

In tale contesto, una accelerazione dei cambiamenti climatici porterebbe necessariamente le compagnie a innalzare i premi richiesti per tutelare la propria sostenibilità finanziaria, con l’effetto di ridurre presumibilmente la domanda per le polizze e accrescere ulteriormente il protection gap, soprattutto nelle aree maggiormente esposte ai rischi.

Per fare fronte a tali prospettive, le istituzioni europee sono intervenute in due direzioni complementari.

Impact underwriting: i criteri di valutazione dei rischi climatici

La capacità delle compagnie di valutare correttamente l’entità dei rischi climatici a cui sono esposti e di anticiparne i possibili impatti di medio termine rappresenta un elemento di garanzia del loro ruolo centrale nel sistema socio-economico e nello sviluppo sostenibile.

Il regolamento delegato 1256/2021 emanato ad agosto 2021 dalla Commissione Europea ha modificato il regolamento delegato 2015/35 inserendo i rischi di sostenibilità, compresi quelli climatici, tra i fattori che le compagnie sono chiamate a valutare per calcolare il fabbisogno di solvibilità globale in regime Solvency II, e di conseguenza per aggiornare i requisiti di capitalizzazione.

La principale sfida che si apre è di carattere metodologico: i dati storici sulla frequenza e sugli impatti dei fenomeni meteorologici, infatti, non sono indicativi delle possibili evoluzioni future e devono essere pertanto integrati ricorrendo a scenari climatici di medio e lungo termine.

Tali proiezioni consentono, a propria volta, di valutare il livello di vulnerabilità o resilienza della compagnia ai rischi climatici attraverso l’effettuazione di stress test. Data la molteplicità delle variabili e delle ipotesi in gioco, in ogni caso, si attende dalle valutazioni di lungo termine un livello di precisione e di specificità inferiore rispetto a quelle di breve e medio termine[4].

Un requisito essenziale per un’efficace valutazione della resilienza della compagnia ai rischi, in tal senso, è costituito dalla disponibilità di database adeguati sulla collocazione territoriale delle imprese e delle relative catene di fornitura e sui rischi specifici connessi al tipo di attività, che allo stato attuale non presentano sempre un livello di granularità adeguato[5].

Analogamente al caso delle banche[6], i leader del settore si sono quindi attrezzati per svolgere analisi specifiche dei rischi climatici nelle fasi di risk assessment e di due diligence sulle transazioni sensibili, attivando in parallelo canali di dialogo con le imprese dedicati a tali tematiche.

Impact underwriting: le politiche di pricing

Il secondo ambito di riflessione per le compagnie e di possibili interventi di policy riguarda le politiche di pricing. Alcune analisi scientifiche hanno rilevato che la prassi diffusa di rinnovo annuale delle polizze e di contestuale aggiornamento dei premi, in caso di un aumento dei costi proporzionale all’andamento dei fenomeni meteorologici estremi, potrebbe rendere insostenibile la copertura di alcune tipologie di rischio in contesti particolarmente vulnerabili ai cambiamenti climatici.

Per rispondere a tale criticità, EIOPA ha valutato la percorribilità di un ricorso a polizze pluriennali nei rami danni, finora osteggiate dalla Commissione per le possibili limitazioni alla concorrenza[7]. Da un lato, tale opzione rafforzerebbe gli incentivi economici a investimenti di lungo termine nella riduzione del rischio e fornirebbe maggiori certezze finanziaria all’assicurato, oltre a ridurre i costi amministrativi dovuti al rinnovo annuale della polizza. Dall’altro lato, tuttavia, l’orizzonte di medio termine ridurrebbe gli attuali margini di flessibilità e la possibilità di rinegoziare le condizioni in caso di danno, mettendo in questione la convenienza economica per gli assicurati e l’efficienza nell’allocazione dei capitali da parte delle compagnie.

Di conseguenza, l’authority si è espressa in favore di una soluzione differente: quella di una riformulazione dei premi che prenda in considerazione non solo il livello di esposizione degli assicurati ai rischi climatici, ma anche la loro adozione di misure di prevenzione dei possibili danni.

Un esempio a livello europeo di tale politica tariffaria sono le polizze casa introdotte nei Paesi Bassi dal 2012, che prevedono uno sconto sui premi del 5% per i proprietari che installano apparecchiature elettriche e sistemi di riscaldamento centrale sopra il piano terra e dispongono di protezioni antiallagamento, nonostante la diffusione di tali schemi rimanga limitata[8]. Ad ogni modo, la previsione di premialità legate alle strategie di adattamento adottate dalle persone e, soprattutto, dalle imprese, appare una strada di interesse, che già alcune compagnie stanno esplorando.

La maggior parte dei gruppi assicurativi, inoltre, offre già ora agevolazioni connesse a misure di riduzione delle emissioni come la riqualificazione energetica degli immobili o l’acquisto di veicoli elettrici. Nonostante tali azioni non determinino automaticamente la resilienza degli asset ai cambiamenti climatici, la loro adozione è generalmente associata a una maggiore attenzione dell’assicurato nei confronti della prevenzione dei rischi, e quindi, indirettamente, a una minore vulnerabilità.

In una direzione analoga si muovono pratiche già ampiamente diffuse nel settore per analogia con gli investimenti sostenibili, quali l’esclusione dalla copertura delle attività maggiormente carbon intensive quali l’estrazione e raffinazione di combustibili fossili o la creazione di prodotti dedicati ad attività “verdi” quali le energie rinnovabili e l’agricoltura sostenibile.

Una visione analoga è alla base anche delle principali iniziative internazionali di settore, tra cui la Net Zero Insurance Alliance, che coinvolge attualmente 15 gruppi impegnati ad allineare individualmente i propri portafogli di sottoscrizione a un obiettivo di zero emissioni nette di gas serra entro il 2050.

Conclusioni

Le compagnie di assicurazione sono fortemente esposte ai rischi climatici attraverso le proprie attività di underwriting, in misura ancor più diretta di quanto avviene nel loro ruolo di investitori istituzionali.

La complessa sfida che le attende può essere affrontata solo adottando un approccio olistico che integri i fattori climatici nelle politiche di progettazione dei prodotti, determinazione dei premi e relazione con gli assicurati.

L’evoluzione dei modelli di business assicurativi coinvolgerà in prima persona anche le imprese, incentivandole a rafforzare le proprie capacità di risk management e ad adottare misure di adattamento climatico per poter assicurare i propri asset a condizioni di sostenibilità economica.

Data la molteplicità dei fattori in gioco, la risposta alla crisi climatica può trarre beneficio da partnership tra stakeholder differenti (assicurazioni, istituzioni, imprese, IT provider e società civile) disponibili a condividere i dati in loro possesso e le proprie competenze per lo sviluppo di soluzioni analitiche a supporto delle strategie di mitigazione e adattamento, anche grazie al ricorso di tecnologie di big data analytics e intelligenza artificiale.

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  1. A questo proposito si segnala la consultazione avviata lo scorso 10 novembre dai Science Based Target alle linee guida per la definizione di obiettivi net zero entro il 2050 da parte degli operatori finanziari (https://sciencebasedtargets.org/sectors/financial-institutions).
  2. Tra queste si segnala il toolkit CRAM, sviluppato nell’ambito del progetto Derris, che dà alle PMI la possibilità di capire a quali rischi sono esposte in caso di eventi meteo-climatici estremi e quali soluzioni possono applicare nella propria azienda per prevenire i danni (http://www.derris.eu/cram-tool/).
  3. European Insurance and Occupational Pensions Authority (EIOPA), “EIOPA Staff Discussion Paper Protection gap for natural catastrophes”, settembre 2019; “Discussion paper on nonlife underwriting and pricing in light of climate change”, dicembre 2020.
  4. EIOPA, “Opinion on the supervision of the use of climate change risk scenarios in ORSA”, 19 aprile 2021.
  5. Banca Centrale Europea, “Climate-related risk and financial stability”, giugno 2021
  6. https://www.agendadigitale.eu/smart-city/contrasto-ai-cambiamenti-climatici-investitori-e-istituti-di-credito-in-prima-linea-le-strategie/.
  7. Communication from the Commission to the European Parliament, the Council, the European Economic and Social Committee and the Committee of the Regions – Sector Inquiry under Article 17 of Regulation (EC) No 1/2003 on business insurance (Final Report) {SEC(2007) 1231}.
  8. EIOPA, “Discussion paper on nonlife underwriting and pricing in light of climate change”, dicembre 2020.
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