Trasformazione digitale

PNRR e PMI, Assintel: “Ecco perché il Paese sta sprecando l’occasione della vita”

Il PNRR avrebbe dovuto cambiare lo schema di un mercato ICT anticoncorrenziale e inefficiente, dominato dalle Big Tech, ma purtroppo questo non è accaduto. Ecco il Dream Digital System che i fondi Ue avrebbero dovuto attivare e i cambiamenti che servono

Pubblicato il 09 Mar 2022

Paola Generali

Presidente Assintel

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Riflettendo sullo stato dell’arte ad oggi del PNRR rispetto ai progetti di trasformazione digitale e su come si sta muovendo il Paese si ha come l’impressione che i grandi cambiamenti che si attendevano non sono avvenuti e che il Paese stia perdendo nuovamente una grande e unica opportunità.

PNRR e PMI: le note stonate

Vorrei perciò fare il punto sul PNRR e le piccole e medie imprese sia dell’offerta digitale che della relativa domanda. Ho la fortuna di poter essere contemporaneamente su due fronti, quello dell’Offerta di tecnologia – ovvero le imprese ICT – e quello della Domanda, lavorando parallelamente sia come presidente di Assintel sia di EDI, il Digital Innovation Hub di Confcommercio.

PMI, il PNRR non basta per “diventare” digitali: ecco le competenze che servono

Su entrambi i fronti ci sono delle note stonate che stridono rispetto agli obiettivi cardini che si è posto il PNRR.

Tutti noi sappiamo che il mercato tecnologico è dominato dalle Big Tech: sono quei brand che hanno creato il loro impero e la loro immagine cavalcando le frontiere dell’innovazione, rappresentando spesso monopoli.

Sviluppare un progetto sotto l’ombrello di una Big Tech è estremamente rassicurante, sia per una Pubblica Amministrazione sia per un’azienda di qualunque tipo. Psicologicamente ci dà affidabilità, è un punto di riferimento indiscusso sul mercato, con loro non possiamo sbagliare. Questi sono i pensieri a cui affidarci per fare una scelta che è necessariamente guidata da fattori diversi da quelli strettamente analitici.

L’abbraccio delle big tech (lato offerta): ecco come inquina il mercato

L’ombrello rassicurante diventa – lato offerta – un grande abbraccio sotto al quale coinvolgere tutto l’ecosistema dei piccoli operatori del digitale che – in una logica territoriale e di subappalto – svilupperanno e personalizzeranno concretamente i progetti.

È un sistema che ormai funziona da anni e che ha inquinato il mercato italiano con le sue logiche poco concorrenziali: i big hanno il potere di influenzare le scelte politiche, a cui seguono assegnazioni di denaro per macro-progetti basati sulle loro tecnologie, che verranno realizzati attraverso i partner (le PMI italiane dell’ICT). All’interno di questa catena del valore, a rimetterci sono le tariffe, in continua erosione, perché più la catena del subappalto si allunga più sono costretti a eroderle per garantirsi margine. Ma più le erodo, più costringo le PMI a lavorare sottocosto, spesso al di sotto addirittura dei minimi salariali e molto spesso facendo “da cassa” ai grandi digital player, togliendosi però quella marginalità che servirebbe per fare innovazione al loro interno e svilupparsi anche su altri mercati. In altre parole: stiamo impedendo al Made in Italy digitale di valorizzarsi e di emergere, perché viene schiacciato da questo sistema oramai ben rodato che da anni ha reso il mercato non concorrenziale.

Sostenendo da sempre che la vera innovazione la fanno le MPMI comprese le startup, mi aspettavo che il PNRR avrebbe finalmente cambiato lo schema di gioco “anticoncorrenziale” e inefficiente, ma purtroppo questo non è accaduto.

È tutto sottosopra: dovremmo partire dalla strategia del Paese per poi mettere a gara i progetti. Invece partiamo dagli obiettivi delle big tech per poi adattarli per differenza ai bisogni del Paese.

Il Dream Digital System che il PNRR avrebbe dovuto attivare

Ecco a mio parere il Dream Digital System che il PNRR avrebbe dovuto attivare. Una prima fase di ascolto e analisi dei settori economici (la domanda), per capire strategicamente di cosa hanno bisogno per il loro rilancio. E questo sarebbe stato possibile attraverso tavoli di ascolto veri con le associazioni che li rappresentano.

Una volta razionalizzati gli output, si sarebbero dovute creare le macro-progettualità strategiche, attivando un matching con le categorie dell’Offerta.

Solo a quel punto la “politica” avrebbe creato la cornice all’interno della quale lanciare i singoli bandi, favorendo così un lavoro progettuale veramente innovativo e aperto a tutte le imprese. Naturalmente si sarebbe dovuto anche lavorare sulle condizioni di partecipazione, per sostenere l’aggregazione delle PMI attraverso, ad esempio, una premialità nell’appartenenza ai DIH, o comunque a contesti inter-associativi in cui l’associazione si fa da garante e raccordo istituzionale. In particolare, si sarebbe dovuto definire come condizione “sine qua non” per partecipare ai bandi l’aggregazione tra la MPMI/Startup e le BigTech. In questo modo si sarebbero valorizzate al meglio le peculiarità di ciascuna: le grandi aziende del digitale per la loro organizzazione, le loro risorse umane ed economiche, la pratica nel gestire bandi imponenti e l’attività di Project Management; le PMI e le Startup nella loro vocazione a portare la vera innovazione nel Digitale, potendo finalmente emergere e mostrando una creatività digitale che spesso stupisce ed incanta.

Conclusioni

Ora il tempo stringe, e quel lavoro diventa impossibile da impostare a livello generale, ma forse possiamo ancora fare qualcosa per utilizzare al meglio le risorse del PNRR. Chiedo al Governo tanto coraggio, perché i cambiamenti spaventano e a volte sono scomodi, e perché per raggiungere obiettivi importanti bisogna avere il coraggio di ammettere qualche volta di aver sbagliato.

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