Reti digitali, la Cina minaccia sicurezza e stabilità: ecco perché - Agenda Digitale

L'ANALISI

Reti digitali, la Cina minaccia sicurezza e stabilità: ecco perché

Il salto tecnologico della Cina passa anche attraverso il progetto “New IP” di Huawei, una riprogettazione che minaccia l’integrità di internet come la conosciamo ora. Questo progetto, insieme all’espansione in molti altri ambiti del digitale – dall’eCommerce al Fintech – non può non inquietare le democrazie mondiali

23 Giu 2021
Alessia Amighini

Associate Professor of Economics and Public Policy - Department of Economics and Business, Università del Piemonte Orientale

Il G7 a Carbis Bay ha concluso la sua riunione lanciando una visione unificata per “costruire meglio” e “ricostruire”. Sebbene forse si sarebbero potuti scegliere termini più ispirati, è indubbio che alla frontiera della concorrenza – non solo economica ma sempre più politica – globale vi sono le reti, molte delle quali da costruire o ricostruire.

Se le ben visibili reti di trasporto attirano sempre il grande interesse di Pechino (si pensi al recente interesse per l’acquisizione cinese di una quota del porto di Amburgo, che a sua volta ha acquisito parte del porto di Trieste), meno visibili ma più insidiose sono le reti digitali.

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La Digital Silk Road

Da molti anni la Cina pianifica un salto tecnologico, non necessariamente un sorpasso, ma lo sviluppo di una tecnologia più indipendente e soprattutto più in sintonia con gli obiettivi del paese. Nel 14° piano quinquennale per lo sviluppo economico (2021-2025) include anche quella che ha preso il nome di Digital Silk Road (DSR), volta ad aumentare la connettività digitale della Cina con il resto del mondo, senza però che essa debba aprirsi alle reti internazionali, anzi sviluppando un proprio internet e diffondendolo il più possibile. A questo si accompagna una grande presenza nelle piattaforme di eCommerce e il lancio della sua nuova valuta sovrana digitale, l’eCNY. Lo sviluppo e l’esportazione di reti fisiche e digitali non è scollegato dall’internazionalizzazione finanziaria, anzi i primi sono strumentali alla seconda. Nell’insieme, infatti, Pechino si appresta a realizzare una serie di infrastrutture sulle quali far transitare e controllare dati e denaro.

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Huawei e la nuova (pericolosa) architettura internet “New IP”

La Cina ha favorito l’espansione di un suo campione nazionale – Huawei – che non gestisce solo le reti, ma ha appena annunciato un nuovo sistema operativo, HarmonyOS. Huawei sta proponendo una riprogettazione fondamentale di internet, che chiama “New IP”, progettata per costruire la “sicurezza intrinseca” nel web. Sicurezza intrinseca significa che gli individui devono registrarsi per utilizzare internet, e le autorità possono chiudere l’accesso a internet di un singolo utente in qualsiasi momento. In altre parole, Huawei sta cercando di integrare il “credito sociale” cinese, la sorveglianza e i regimi di censura nell’architettura di internet.

La proposta di Huawei minaccia di frammentare internet in un pasticcio di reti meno interoperabili, meno stabili e anche meno sicure.

Perché la Cina preferisce le istituzioni multilaterali (non multistakeholder)

Huawei ha aggirato gli organismi internazionali di standardizzazione dove gli esperti potrebbero mettere in discussione le carenze tecniche della proposta. Invece, ha lavorato attraverso l’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni (ITU) delle Nazioni Unite, dove Pechino ha più influenza politica.

Il fatto che Huawei abbia preferito il contesto multilaterale dell’ITU non è una sorpresa, anche se la giurisdizione dell’ITU non include l’architettura di internet. Quando si tratta di governance di internet, il PCC e altri regimi autoritari hanno a lungo favorito le istituzioni internazionali multilaterali come l’ITU rispetto alle istituzioni internazionali multistakeholder come l’IETF o l’International Corporation for Assigned Names and Numbers (ICANN). Le istituzioni multistakeholder sono governate da una gamma diversificata di rappresentanti dell’industria, della società civile e del governo; le istituzioni multilaterali danno potere di voto solo ai governi nazionali. Nei contesti multistakeholder, i rappresentanti della società civile e dell’industria tendono a favorire un internet libero e aperto, il che diluisce l’influenza dei governi nazionali, molti dei quali potrebbero favorire un internet strettamente regolato e censurabile.

I governi autoritari possono emarginare l’industria privata e i gruppi di cittadini lavorando attraverso fora multilaterali come l’ITU, il che significa che l’ONU e l’ITU saranno naturalmente più ricettivi a proposte come New IP che concedono ai governi nazionali un maggiore controllo su Internet. Per esempio, nel 2019, la Cina e la Russia hanno fatto leva su un simile blocco autoritario all’interno dell’ONU per far passare una risoluzione sui crimini informatici a loro favorevole. Una coalizione paragonabile di paesi che la pensano allo stesso modo potrebbe aiutare la Cina a far passare la proposta del Nuovo IP, con i suoi difetti e tutto il resto. Eludere le istituzioni convenzionali per la governance di internet a favore dell’ITU stabilisce anche un precedente per le future proposte relative alla governance di internet per passare attraverso l’ITU invece di istituzioni multistakeholder più equilibrate.

Per di più, la Cina ha avuto la presidenza dell’ITU negli ultimi sette anni. Durante il suo mandato come segretario generale dell’UIT, il cinese Houlin Zhao ha incoraggiato l’espansione del mandato dell’UIT da semplice agenzia di telecomunicazioni a “agenzia tecnologica”, lavorando su tecnologie non legate alle telecomunicazioni, come l’architettura internet, l’internet delle cose (IoT) e l’intelligenza artificiale (AI).

Sostenere l’espansione del 5G oltre il G7

Non sappiamo ancora se il G7 sarà disposto a sostenere il proprio campione come Ericsson, Nokia o Samsung, per costruire l’infrastruttura necessaria in tutte le economie del G7. Potrebbe essere una soluzione per permettere alle economie del G7 di recuperare il ritardo collettivo in un mondo in cui l’intelligenza artificiale sarà pervasiva. Sostenere l’espansione del 5G al di là del raggruppamento si rivelerà difficile, tuttavia. L’inclusione di alleati e partner al di fuori del G7, come l’Australia, la Nuova Zelanda e l’India, richiederebbe un sostanziale sostegno finanziario e una collaborazione tecnica.

L’industria fintech cinese

Sulle reti digitali navigherà anche il futuro della finanza. Secondo un report pubblicato da KPMG e H2 Ventures, 5 aziende Fintech cinesi si piazzano tra le prime 10 nella classifica mondiale. Rispetto a tutti gli altri paesi, la Cina è in testa anche in termini di utenti e di dimensione del mercato. I principali attori dell’industria Fintech cinese sono in primo luogo i giganti del mondo di internet, quali Alibaba, Baidu e Tencent, che hanno tratto vantaggio dall’esiguo numero di concorrenti presenti nel mercato. Seguono Union Pay, Alipay e WeChat Pay, che possono essere utilizzati nella vita quotidiana non solo per i pagamenti online, ma anche per i pagamenti via POS; bisogna inoltre considerare che la quasi totalità dei residenti in Cina ormai utilizza i QR code regolarmente.

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La Cina si sta inevitabilmente trasformando in una società senza contanti, spesso anche senza un conto corrente o una carta di credito, ma quasi mai senza uno smartphone.

Conclusioni

L’obiettivo cinese di digitalizzare il paese è volto a realizzare una forma avanzata e inquietante di Stato che ha il controllo in tempo reale di tutti i movimenti e le transazioni dei propri cittadini attraverso i loro dispositivi mobili, attraverso la rete e le applicazioni internet.

Obiettivo ben diverso è quello della digitalizzazione da parte delle democrazie. Poiché internet sarà la rete sulla quale tutto ciò dovrà avvenire, allora un internet libero e aperto è l’unica garanzia che il mondo tutto non finisca diviso a pezzi, ciascuno delimitato dai confini delle proprie reti digitali.

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