fiscalità digitale

Web tax inutile senza un nuovo antitrust: la lezione di due economisti del passato

Senza politiche antitrust aggressive sarà difficile evitare che la web tax si traduca in prezzi più alti per i consumatori, condizioni peggiori per i lavoratori del settore e una compressione dei margini di profitto, già ristretti, dei fornitori. Cosa che avevano già previsto due economisti italiani del passato

04 Ott 2021
Enrico D'Elia

Ministero dell'Economia e delle Finanze

digital tax - ravvedimento operoso

L’economia digitale, come tutti i cambiamenti tecnologici, ha visto emergere alcuni big player che hanno sostanzialmente monopolizzato il mercato realizzando profitti enormi, che ora gli Stati vorrebbero tassare. Ma la strada per giungere a una soluzione praticabile e condivisa è lunga e impervia.

La principale criticità della tassa sui servizi digitali, infatti, non è tanto la natura immateriale dei prodotti o il carattere sovranazionale di colossi del web, ma il fatto che questi sono stati lasciati crescere indisturbati per decenni (anche per alcune buone ragioni) diventando più potenti di molti stati sovrani. Oggi tassare la sola Google sarebbe come tentare di imporre dei tributi a paesi come la Romania, il Portogallo, la Grecia o la Nuova Zelanda, il cui Pil è vicino al fatturato della multinazionale di Mountain View.

Due economisti italiani, Maffeo Pantaleoni e Piero Sraffa, avevano compreso e descritto molti dei problemi che stanno ora emergendo più di un secolo fa.

Digital tax: tutte le incognite e gli sviluppi che abbiamo davanti

Web tax, le difficoltà

Con qualche decennio di ritardo se ne sono accorti anche i governi nazionali che, dopo aver “lasciato fare”, ora cercano di correre ai ripari istituendo delle imposte sulle attività di queste imprese. Nel frattempo, i colossi del web, approfittando anche della difficoltà di tassare prodotti del tutto immateriali, si sono attrezzate per pagare meno imposte possibile, ricorrendo a metodi assolutamente legali. I loro migliori alleati si sono rivelati i governi di alcuni paesi (anche molto sviluppati) che, per racimolare qualche spicciolo e per qualche insediamento produttivo in più, hanno praticato forti sconti fiscali e hanno garantito la massima discrezione sugli assetti proprietari.

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A tutto questo si aggiunge il rischio (se non la certezza) che i big player del web riusciranno a scaricare le imposte quasi completamente sui consumatori, sui dipendenti e sui fornitori. Con queste premesse, è facile prevedere che i tentativi di prelevare delle imposte sui profitti dei colossi del web, avviati da molti governi e dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), incontreranno molte difficoltà.

Monopoli digitali: il problema è a monte

Non sfugge a questi rischi la tassa sui servizi digitali in vigore in Italia dal 1° gennaio 2021 dopo molti rinvii, di cui Agendadigitale si è già occupata più volte.

Che sarebbe finita così lo aveva previsto negli anni ‘20 Piero Sraffa, che dimostrò come qualsiasi mercato perfettamente concorrenziale, lasciato a sé stesso, tende a generare monopoli. Lo fece partendo da una caratteristica apparente secondaria di molte attività economiche, ossia il fatto che per raddoppiare la produzione non è quasi mai necessario raddoppiare anche macchine, edifici, personale, ecc. perché generalmente è possibile utilizzare in modo sempre più efficiente le stesse risorse man mano che i livelli produttivi aumentano. Si chiamano “economie di scala” e tendono all’infinito quando un solo esemplare prodotto può essere venduto a più utenti contemporaneamente, come un brano musicale, un programma TV, un software o l’acceso ad un portale. Così basta anche un piccolo atout tecnologico o commerciale iniziale per crescere più degli altri, diventare più efficienti, sbaragliare la concorrenza con prezzi più bassi e prodotti migliori e crescere ancora più velocemente. Secondo Sraffa, che certo non pensava all’economia digitale ma ai prodotti industriali, questa reazione a catena fa degenerare qualsiasi mercato competitivo in un monopolio, o quasi. È esattamente quello che è successo nel giro di un paio di decenni nell’economia digitale, ed oggi il mercato è dominato da pochi colossi extranazionali (non semplici multinazionali). Basta pensare a tutti i gloriosi browser e i motori di ricerca soppiantati dai prodotti di Google, oppure ai software di office automation mandati in pensione da Microsoft o ai sistemi operativi che sono sostanzialmente ridotti a tre (Windows, Linux e Android).

Tasse e ripercussioni sui consumatori: un problema non nuovo

Ma c’è anche un altro grande economista italiano del passato, Maffeo Pantaleoni, che ha molto da insegnare sulle difficoltà che incontrerà qualsiasi web tax. Al di fuori delle facoltà di economia, questo personaggio è noto soprattutto per il suo passaggio dal sindacalismo radicale al nazionalismo e infine al fascismo e per essere il fratello di Guido, co-fondatore della Westinghouse, nonché bisnonno di Tea Leoni, una delle tante muse di Woody Allen. Eppure, Maffeo Pantaleoni, già un secolo e mezzo fa, ammoniva i ministri delle finanze sul rischio che i tributi, compresa la web tax di oggi, pur essendo posti nominalmente a carico di un contribuente particolarmente potente, finiscano per essere pagati effettivamente dai più deboli, in particolare consumatori, lavoratori e sub-fornitori. Questo scaricabarile fiscale è noto come “traslazione d’imposta” ed è più intenso proprio quando le imprese colpite operano in regime di monopolio (grazie al processo descritto da Sraffa) ed hanno davanti una domanda sostanzialmente rigida, esattamente come quella dei servizi digitali di cui non possiamo più fare a meno.

In genere i contribuenti cercano di scaricare gli oneri fiscali “a valle”, ossia sui clienti, ma Pantaleoni considerò anche la possibilità che i soggetti colpiti dall’imposta si rivalgano “a monte” sui dipendenti, riducendo i salari o peggiorando le condizioni di lavoro, e sui propri fornitori, rinegoziando prezzi e tempi di pagamento. È sorprendente che questi temi non siano neanche sfiorati nel dettagliatissimo “Inception Impact Assessments” predisposto in vista della introduzione di una web tax europea.

Web tax, la Ue e la sindrome dello scaricabarile

Forse in omaggio a Pantaleoni, la sindrome dello scaricabarile sembra aver contagiato anche le istituzioni europee, tanto che a fine agosto la Commissione Europea ha deciso di mettere in standby il progetto di web tax, in attesa che G20 e OCSE raggiungano un accordo sulla nell’ambito di una trattativa sulla tassazione globale. È rimasta così lettera morta la proposta di direttiva “COM (2018) 147 final”, pubblicata il primo giorno di primavera del 2018, che prevedeva la tassazione delle società che hanno una “presenza digitale significativa” nella UE pur avendo la sede altrove. Questo ennesimo ritardo ha allarmato il parlamento europeo, che teme di dover trovare altre risorse per finanziare il programma Next Generation EU. In effetti, chi ha fatto affidamento su questo tipo di imposte per rilanciare l’economia europea è stato piuttosto avventato, visto che le proposte su questo tema si susseguono da almeno una decina di anni senza produrre grandi risultati.

La web tax italiana e le normative europee

Nel frattempo, parecchi paesi sono andati avanti da soli. In Italia la web tax a è stata introdotta nella legge di stabilità del 2014, ma la sua entrata in vigore è sempre slittata per i motivi più diversi almeno fino a gennaio 2021 e, nel corso del tempo si è “ammorbidita” rispetto alle primissime versioni. Oggi l’imposta riguarda solo l’ammontare delle transazioni digitali tra imprese (B2B) ed esclude quelle con i consumatori finali (B2C). L’imposta esclude inoltre le imprese agricole, i contribuenti a regime agevolato (forfettario e dei minimi), nonché l’e-commerce. Sono soggetti alla web tax le società con oltre 750 milioni di fatturato globale e incassi online in Italia di 5,5 milioni l’anno. L’aliquota è pari al 3% dei ricavi dell’anno precedente relativi a sole tre categorie di servizi: la pubblicità, la disponibilità dell’interfaccia, e la trasmissione di dati raccolti presso gli utenti (…che dovrebbe allertare il garante per la privacy).

La Tax Foundation ha recentemente analizzato le normative dei paesi europei, rilevando che a tutto marzo 2021 non esiste o non è neanche allo studio una web tax solo in Svezia, Finlandia, Estonia, Lettonia, Danimarca, Olanda, Irlanda, Germania, Lussemburgo e Portogallo. Per puro caso, alcuni di questi sono noti paradisi fiscali per le imprese. Altrove la tassa è già in vigore con aliquote che vanno dall’1,5% in Polonia fino al 7,5% in Ungheria e una base imponibile che comprende solo i proventi pubblicitari (in Austria e Ungheria) o altri servizi (come in Italia) fino all’e-commerce (come in UK). La vendita di dati personali (autorizzata più o meno consapevolmente dagli utenti) è tassata solo in Repubblica Ceca, Belgio, Italia e Spagna. Quasi ovunque l’imposta è entrata in vigore nel pieno della pandemia.

Si tratta di un livello di imposizione molto inferiore a quella delle imprese ordinarie, che conferisce un ulteriore vantaggio ai colossi del web. Tuttavia, le norme nazionali non possono discostarsi troppo da quelle di altri paesi per non subire forme di concorrenza fiscale sleale. In attesa di un accordo globale su questa materia, che viene dato per imminente da parecchi anni, non si può fare di più. Perfino il nostro prudentissimo Ufficio parlamentare di bilancio è stato costretto ad ammettere che sarebbero necessarie “azioni di cooperazione e di coordinamento tra i diversi paesi, ma queste decisioni sono condizionate dai tempi (lunghi) della consultazione e della decisione internazionale, lasciando di fatto ampio margine alla pianificazione fiscale aggressiva delle multinazionali digitali”.

Fino a quando la web tax non si applicherà in tutti paesi, non ci si può stupire che garantisca entrate abbastanza esigue. Quest’anno lo stato italiano ha incassato solo 233 milioni di euro (un terzo rispetto ai 700 milioni previsti in bilancio), che con un’aliquota del 3% corrispondono ad un fatturato annuo di poco inferiore agli 8 miliardi. A titolo di confronto, la sola Amazon fatturava in Italia 4,5 miliardi prima della pandemia (su cui versava 11 milioni di euro di imposte, con un’aliquota implicita dello 0,24%). Non è andata meglio in Francia, dove l’imposta è stata introdotta nel 2019 e il gettito nel 2020 è stato di 375 milioni di euro (pur avendo fatto segnare un incremento del 35% rispetto all’anno precedente).

Le prime ripercussioni

Nonostante la delicatezza del fisco nei confronti di queste imprese, si vedono già i primi segni di traslazione dell’imposta. Purtroppo, non esistono statistiche su questi fenomeni, ma solo evidenze aneddotiche. Ad esempio, chiunque può verificare che sul web stanno scomparendo freeware e shareware, largamente finanziati proprio dalla pubblicità dei giganti del web, sostituiti da forme di abbonamento o acquisto di licenze più o meno onerose. Le app Android, che contavano sugli stessi finanziamenti, hanno cominciato a limitare sempre di più le funzionalità “gratuite”. I costi di spedizione sui marketplace sono sempre più spesso posti a carico del consumatore, a meno di sottoscrivere programmi di abbonamento annuali. Last but not least, sempre più spesso l’accesso ai servizi digitali richiede il rilascio di informazioni inessenziali sugli utenti (dall’età alla lista dei contatti e alla cronologia della navigazione), il cui sfruttamento costituisce un ricco business per le imprese digitali (sebbene soggetto ad imposte solo in alcuni paesi).

Ma il segno più evidente della capacità dei colossi del web di scaricare i propri costi su qualcun altro viene dal mercato del lavoro. Ha fatto notizia la decisione di Google di pagare i dipendenti in smart working in base al costo della vita e alle opportunità di occupazione nei luoghi di residenza/lavoro, ma anche Facebook e Twitter hanno adottato politiche simili. Al di là degli aspetti etici, questa politica spezza il legame tra retribuzione e produttività, corroborando un’altra delle teorie di Piero Sraffa. Si noti che il lavoro a domicilio ha consentito a queste aziende di aumentare i propri utili, soprattutto riducendo gli oneri per sedi, trasferte e lavoro straordinario. Ad esempio, nei primi tre mesi dell’anno Google fa sapere di aver risparmiato 270 milioni di dollari proprio grazie allo smart working, quindi a rigore non vi era alcuna necessità di comprimere le retribuzioni. Invece il potere di mercato di queste imprese è tale da consentire loro queste ed altre “decisioni unilaterali”. Possiamo solo immaginare cosa faranno se la web tax inizierà ad intaccare davvero i loro profitti.

Conclusioni

Per Maffeo Pantaleoni e Piero Sraffa queste sono vittorie intellettuali postume, mentre è una sconfitta per tutti i contribuenti e per quanti si illudono di poter colpire selettivamente gli extra-profitti di organizzazioni che ormai possono contare su coperture politiche bipartisan anche sull’altra sponda dell’Atlantico. Senza politiche antitrust aggressive sarà difficile evitare che la web tax si traduca in prezzi più alti per i consumatori, condizioni peggiori per i lavoratori del settore e una compressione dei margini di profitto, già ristretti, dei fornitori. In Europa sembrano aver intrapreso questa strategia, seppure tra molte incertezze, visto che hanno multato Google per abuso di posizione dominante nel campo del software ma hanno salvato Amazon dall’accusa di intese anti competitive.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

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