La trasformazione delle dinamiche aziendali e l’evoluzione delle competenze richiedono una profonda ridefinizione dei modelli organizzativi. Riflettere sul futuro del lavoro in una prospettiva proiettata verso il 2035 significa interrogarsi non soltanto sui ritmi dell’innovazione tecnologica, ma soprattutto sulle modalità con cui la creatività umana può essere tutelata, valorizzata e integrata all’interno dei processi decisionali. Le riflessioni sviluppate nell’ambito della convention organizzata dall’Osservatorio FUTURES | Sense Making by System Thinking del Politecnico di Milano offrono una chiave di lettura originale su come le strutture aziendali stiano evolvendo per accogliere la complessità.
Indice degli argomenti
La centralità della persona nel futuro del lavoro
Uno degli aspetti emergenti nelle analisi sulla prospettiva del futuro del lavoro riguarda il cambiamento di paradigma nella visualizzazione e nella progettazione degli scenari a lungo termine. Mentre le rappresentazioni orientate al breve o medio termine tendevano a porre al centro l’infrastruttura tecnologica e gli spazi fisici, riducendo la figura umana a un elemento marginale o quasi impercettibile, gli scenari proiettati al 2035 mostrano un’inversione di rotta sostanziale. Nel lavoro svolto dai gruppi di ricerca del Politecnico di Milano attraverso lo strumento del Manifesto del Futuro e le attività delle Factory, l’attenzione si è spostata sulla centralità della persona e sulla qualità della sua esperienza espressiva.
L’espressione artistica e il supporto tecnologico
Analizzando le rappresentazioni visive generate dalle tecnologie di intelligenza artificiale generativa per descrivere questi futuri desiderabili, Alejandra Ruíz Gómez, Innovation Consultant per NOI Techpark Südtirol/Alto Adige, ha sottolineato come la figura umana torni a occupare il primo piano. Secondo l’esperta, la percezione visiva restituisce un’immagine in cui l’elemento umano non appare sopraffatto dalla macchina, bensì supportato da essa. Ruíz Gómez osserva infatti che: “Si percepisce anche la tecnologia: è evidente che sia un’immagine generata da una Generative AI, eppure conserva tutte le caratteristiche espressive dell’atto creativo umano”. Questa osservazione evidenzia come la trama delle pennellate, la leggerezza degli abiti e la naturalezza della postura suggeriscano un ritmo non affannato, in cui la creatività non viene sacrificata in nome della velocità produttiva.
La sfida per le aziende non consiste quindi nel correre alla stessa velocità della tecnologia, ma nel modulare i ritmi affinché l’individuo possa esprimersi al meglio. Come evidenziato dai relatori, la presenza di una singola figura al centro della scena visiva non equivale a una condizione di isolamento. Al contrario, come spiegato da Ruíz Gómez: “Facendo un “zoom out”, questa persona sembra sola, ma certamente non lo è, perché dietro di lei c’è un’organizzazione, un sistema “dietro le quinte” che le permette tale espressione”. Il futuro del lavoro si configura quindi come l’armonizzazione tra il contenuto umano, titolare del protagonismo creativo, e la struttura organizzativa che opera come abilitatore sistemico.
Il respiro aziendale: tra automatismi e scelte consapevoli
La metafora del respiro rappresenta uno dei concetti chiave espressi per interpretare la relazione tra l’individuo e le strutture aziendali in rapida trasformazione. Roberta Avanzini, Head of Customer Experience & Innovation di BNP Paribas Cardif Italia, propone una distinzione profonda tra le dinamiche biologiche del corpo umano e le prassi operative delle aziende. Il respiro biologico possiede una dimensione involontaria, essenziale per la sopravvivenza automatica, e una dimensione volontaria, che può essere guidata attraverso l’esercizio, la concentrazione e la disciplina.
Trasferendo questo parallelismo nel contesto aziendale, Avanzini mette in luce come ogni struttura viva di un doppio binario. Roberta Avanzini afferma: “Se spostiamo lo sguardo verso le organizzazioni, riconosciamo meccanismi involontari o sedimentati: i processi, il modo di fare le cose, la cultura aziendale”. A questi elementi automatici e consolidati si affiancano le componenti volontarie, determinate da fattori interni o sollecitazioni esterne, quali l’innovazione tecnologica e la trasformazione dei processi. In questa dinamica, il futuro del lavoro richiede che ciascun collaboratore possa ritrovare un proprio respiro volontario e consapevole per offrire un valore originale all’interno di un respiro collettivo aziendale.
Il tempo lineare dell’uomo di fronte al tempo esponenziale della tecnologia
Una delle cause principali dell’affaticamento cognitivo registrato nelle aziende contemporanee è la frizione tra la temporalità umana e quella tecnologica. Silvia Campioni, Head of Open Innovation di Lactalis Italia, evidenzia come le persone si trovino spesso in difficoltà di fronte alle metriche dell’innovazione digitale. Campioni spiega infatti che: “I tempi esponenziali delle tecnologie sono difficili da gestire per l’umano, che è più a suo agio con il tempo lineare”. Questa discrepanza genera timore verso il cambiamento e la paura che le competenze individuali o l’attitudine creativa possano essere superate dagli agenti artificiali.
Per superare questo stato di appesantimento mentale, la riflessione sul futuro del lavoro invita a riaffermare il ruolo insostituibile dell’uomo all’interno del processo creativo. Campioni sottolinea che l’umano continuerà ad avere il compito di orchestrare, decidere e giudicare. Il gusto estetico e critico, la capacità di attribuire significato alle azioni e l’assunzione di responsabilità sono prerogative esclusivamente umane che la tecnologia non può sostituire, ma soltanto amplificare se guidata con visione strategica.
Relazione uomo-macchina: l’addomesticamento dell’intelligenza artificiale e la danza organizzativa
Riflettere sulle nuove modalità di collaborazione tra uomo e macchina richiede la ricerca di segnali e metafore capaci di offrire prospettive inedite. Marco Schiavi, Transformation Lead di Alidays SpA, suggerisce di reinterpretare testi e narrazioni tradizionali per comprendere la natura della transizione digitale. Prendendo come spunto il celebre passaggio del libro Il Piccolo Principe in cui la volpe chiede di essere addomesticata, Schiavi applica questo insegnamento al rapporto tra l’umanità e gli strumenti di intelligenza artificiale.
Secondo la ricostruzione di Schiavi, la volpe rappresenta la tecnologia e il piccolo principe rappresenta l’umanità. In questa prospettiva, Schiavi chiarisce che: “Addomesticare significa coltivare la relazione, metterci sforzo, fatica ed emozionarsi”. Questa metafora suggerisce che la tecnologia non vada considerata come un mero strumento passivo o un concorrente, ma come un’entità con cui costruire una relazione strutturata. Il coordinamento tra uomo e macchina viene così accostato al movimento fluido di un’orchestra guidata da un ritmo condiviso, orientato al miglioramento delle condizioni di lavoro.
Dalla coreografia rigida all’improvvisazione guidata
L’evoluzione dei modelli organizzativi trova una sintesi formale nella formulazione del manifesto intitolato “Leading Complex Organisms: Trusting complexity, Protecting thinking, and Creating with rhythm”. Questa visione propone di concepire le aziende come organismi complessi in cui la gestione della creatività richiede flessibilità e adattamento continuo.
Approfondendo il concetto di coordinamento dinamico, Ruíz Gómez introduce la metafora della improv dancing (danza d’improvvisazione) per descrivere le interazioni all’interno degli ecosistemi lavorativi del 2035. Ruíz Gómez afferma: “Mi piace pensare a una danza che non è un balletto preparato per il palco, ma una improv dancing, perché bisogna adattarsi ai ritmi di ogni progetto creativo per aggiustare al meglio ogni passo”. La rigidità dei ruoli tradizionali cede il passo a una modulazione costante delle relazioni tra persone, agenti artificiali e tecnologie.
Il valore strategico della pausa nel futuro del lavoro
Un elemento di profonda rottura rispetto ai modelli produttivi tradizionali risiede nel valore assegnato alla pausa e ai tempi di recupero cognitivo. Durante la sessione di lavoro e l’analisi delle parole emerse dal pubblico di esperti, l’attenzione si è concentrata sulla necessità di integrare momenti di sospensione all’interno dei flussi operativi. Avanzini, utilizzando la metafora del tedoforo della trasformazione, descrive l’innovatore come colui che trasporta il cambiamento all’interno dell’ecosistema aziendale, per poi concedersi una pausa di consapevolezza.
A differenza delle rivoluzioni industriali del passato, caratterizzate da soluzioni standardizzate, l’adozione dell’intelligenza artificiale consente un apporto fortemente personalizzato. Avanzini evidenzia infatti che: “A differenza di altre innovazioni come l’elettricità, dove il risultato è uguale per tutti, queste nuove tecnologie ci permettono un contributo soggettivo”. Dopo aver offerto questo contributo individuale, il professionista necessita di una “pausa soddisfatta” per assimilare il lavoro svolto prima di intraprendere un nuovo ciclo creativo.
Il concetto di pausa viene elevato a vera e propria competenza organizzativa da Campioni, la quale mette in guardia contro i rischi del sovraccarico cognitivo permanente. Campioni dichiara in modo netto: “Se la creatività deve diventare una competenza organizzativa, parte di essa è saper fare il vuoto”. Nelle strutture aziendali classiche, la fermata viene percepita esclusivamente come una risposta patologica all’esaurimento delle energie. Campioni precisa tuttavia che: “Solitamente ci si ferma solo quando si è in burnout. Noi invece vogliamo dire che la creatività è saper si fermare per poter ripartire”. Perciò, la capacità di sospendere il pensiero diventa il presupposto indispensabile per rigenerare le idee.
Superare i confini tradizionali: ecosistemi aperti e coordinamento dinamico
La ridefinizione dei ritmi creativi si riflette anche sulla struttura fisica e concettuale delle aziende. Commentando l’emergere del termine “apertura” tra le parole chiave rilevate durante il confronto, Schiavi evidenzia la necessità di superare la rigidità degli organigrammi e delle barriere perimetrali. Schiavi dichiara: “Per me rappresenta il nuovo significato stesso di organizzazione: uno spazio aperto, non confinato nei tratti di un organigramma o tra le pareti, ma che connette i punti, ovvero le competenze delle persone”.
La visione emersa dalla tavola rotonda moderata da Chiara Esposito, Senior Research Team del Politecnico di Milano, restituisce un modello in cui il futuro del lavoro si fonda su quattro pilastri interconnessi: la fiducia nella complessità dei sistemi, la protezione dei tempi dedicati alla riflessione profonda, la creazione secondo ritmi umani sostenibili e la gestione di ecosistemi fluidi composti da persone, macchine e agenti intelligenti. La capacità di governare le relazioni e di preservare lo spazio per la dimensione soggettiva rappresentano dunque il fattore determinante per la sostenibilità e l’innovazione dei processi creativi.
























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