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strategia

Come diffondere il Fascicolo sanitario elettronico: ecco i pazienti su cui puntare

Vediamo gli errori fati finora, che hanno portato al flop del fascicolo sanitario elettronico. E come rimediare. Grazie a una strategia più mirata, focalizzata su pazienti cronici e donne in gravidanza

19 Feb 2018

Paolo Colli Franzone

presidente, Osservatorio Netics


Ce lo ricordiamo forse tutti: il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) nasce, dal punto di vista giuridico, nell’ormai lontano 2009 con le prime norme di indirizzo in materia di rilascio online di referti e col decreto “Crescita 2.0” del 2012.
In realtà, alcune Regioni erano partite molto prima: Emilia-Romagna e Lombardia prime su tutte. Altre sono arrivate un po’ dopo, altre stanno ancora arrivando sul filo di lana di scadenze che vengono prorogate forse da un po’ troppo tempo.

Perché non decolla il fascicolo sanitario elettronico

Una cosa è certa, per ammissione delle stesse Regioni e Province Autonome: la diffusione del FSE è ancora ben aldilà del raggiungimento di una soglia che possa definirsi “di successo”. Il FSE continua a essere un “oggetto” ancora poco utilizzato al netto di qualche accorgimento tattico posto in essere da qualche Regione e finalizzato al recuperare adesioni da parte dei cittadini.
Viene da chiedersi il perché, a questo punto.

Temo sia una questione di target non ben definito.
Con alcuni svarioni iniziali (ad esempio nel primissimo approccio lombardo, fortunatamente rimossi), tipo ad esempio considerare il FSE come uno strumento “per il medico” prima ancora che per il cittadino.
Il FSE, perlomeno nella sua declinazione attuale (ma in molte realtà si sta già provvedendo a modificarla) è tutto fuorché uno strumento utile al medico: è un contenitore di documenti e non di dati, quindi troppo difficile da consultare se si vuole rappresentare un quadro clinico o l’evoluzione di una determinata patologia.
Avremo sicuramente presto una seconda generazione di FSE maggiormente orientata al dato, una sorta di “super” Dossier Sanitario (“Clinical Portal”) capace di superare la dimensione monoaziendale (singola ASL, singolo ospedale) di quest’ultimo.
Anche se il rischio è che sia molto difficile coniugare le necessità e le aspettative dei medici e i bisogni dei cittadini di avere un repository completo e utilizzabile per più scopi (compresi quelli di natura fiscale e/o amministrativa in generale).
Probabilmente dovremo attendere la terza generazione del FSE, che di fatto ci porterà ad assomigliare a quei Paesi dove coesistono due piattaforme distinte ancorché fortemente collegate fra loro: Clinical Portal e Patient Portal. Che sono, guarda caso, piattaforme ormai standard e facilmente reperibili sul mercato dei grandi player dell’Healthcare IT.

Come diffondere il Fascicolo sanitario elettronico

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Ma non abbiamo ancora risolto il problema della scarsa diffusione: dobbiamo parlare necessariamente di definizione di una vera e propria strategia di dispiegamento. Strategia che parrebbe essere del tutto mancata in progetti nati e proliferati come strettamente informatici, con un a volte ottimo lavoro fatto soprattutto dalle società “in-house” al quale non sempre (eccezioni: Lombardia ed Emilia-Romagna) cui non ha corrisposto un enorme impegno da parte dei rispettivi assessorati alla salute/sanità nel promuovere le piattaforme ed incentivarne l’utilizzo.
È mancata una vera strategia a monte.

Il problema è semplice: a chi può interessare (e servire) il FSE?
Perché se pensiamo di diffonderlo velocemente portandoci a casa 63 milioni di utenti, ci stiamo illudendo.
Costerebbe uno sproposito in promozione, e non produrrebbe in ogni caso il risultato voluto.
Facciamocene una ragione: in qualsiasi Paese dove è stato ottenuto un risultato notevole, lo si è raggiunto incentivando i medici di famiglia. In alcuni casi, con remunerazioni molto superiori a quelle riconosciute ai nostri medici di medicina generale.
Salvo che…

Salvo che non adottassimo una strategia più mirata. Facendo qualche ragionamento.
Il 70% circa delle prestazioni erogate dal SSN è rivolto ad un 20-25% di popolazione: i pazienti affetti da una o più cronicità. Con 15 milioni di utenti, copriamo quasi tre quarti del totale delle prestazioni e, quindi, dei referti, verbali, lettere di dimissione.

Dove focalizzarsi

Il paziente cronico, ma anche (soprattutto) il suo caregiver, è perfettamente in grado di comprendere il valore del FSE. Paradossalmente, ma neppure poi tanto, sarebbe persino disposto a pagare una piccolissima fee per un servizio che lo affranca da code, parcheggi da pagare, ore di permesso dal lavoro da prendere.
Un’interessante analisi fatta qualche tempo fa dall’Azienda Provinciale Sanitaria di Trento ha evidenziato come gli utenti maggiormente fidelizzati a “TreC” (così si chiama il loro FSE) sia nella fascia degli over 65.
Un FSE fortemente orientato alla cronicità (anche nelle interfacce e nel linguaggio) potrebbe risultare vincente in termini di adesioni e di effettivo utilizzo, di vera fidelizzazione al servizio.

Altro segmento interessante, da “cavalcare” in parallelo alle cronicità: le donne in gravidanza.
In Italia, approssimativamente, nascono 500 mila bambini ogni anno.
500 mila mamme, presumibilmente giovani e quindi confidenti con le tecnologie, che per 9 mesi vivono con una certa intensità anche il loro percorso clinico.
500 mila mamme che alla fine della loro gravidanza “produrranno” 500 mila neonati, i cui primi 2-3 anni di vita saranno a loro volta caratterizzati da un elevato accesso ai servizi sanitari.
Un milione di utenti all’anno, diciamo. Tre milioni in tre anni. E così via.
Anche in questo caso, un target facilmente raggiungibile in quanto circoscritto e “ben evidente”.
Anche in questo caso, interfacce e linguaggi specifici. Magari delle App “figlie” del FSE. Ma ne vale sicuramente la pena.

Il rischio da evitare

Il rischio, in assenza di una strategia di segmentazione dell’utenza del FSE, è che nasca molto presto un’offerta “alternativa”. In Lombardia, in seguito all’attivazione del nuovo modello di gestione delle cronicità, il rischio è fortissimo: i provider privati potrebbero intuire la portata del fenomeno e cavalcarlo cannibalizzando fette di utenza del fascicolo regionale.
Peraltro, la data portability prevista dal DPGR potrebbe facilitare non poco la nascita di offerte alternative al FSE, che ovviamente non potrebbero che lavorare su nicchie ciascuna delle quali rappresenta comunque fasce considerevoli di popolazione.
A un’offerta simile si arriverà in ogni caso, ed è bene che ci si arrivi. Ma probabilmente le Regioni non possono permettersi il rischio di emorragie. A loro il compito di trovare nicchie e segmenti interessanti, lasciando perdere la rincorsa del sogno del FSE nazional-popolare.

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