innovazione in sanità

La risposta al covid frenata dal regionalismo sanitario: i divari che penalizzano il Paese

L’eccessiva frammentazione del sistema sanitario italiano ha amplificato i divari e reso evidente come sia difficile avere una strategia di contrasto unica, che è pur necessaria, se 19 regioni e due province autonome possono decidere in maniera difforme. Per questo è necessario e urgente tornare a un sistema nazionale

04 Giu 2021
Domenico Marino

Università Degli Studi Mediterranea di Reggio Calabria

sanità

La pandemia da Covid 19 ha avuto come effetto collaterale positivo quello di stimolare la crescita e lo sviluppo di tecnologie digitali che, benché disponibili e mature, erano in realtà sottoutilizzate prima della pandemia. Questo ha interessato, ad esempio, ampiamente il settore della didattica a distanza e dello smart working e, sia pur in misura minore, anche l’ambito sanitario. In quest’ultimo ambito, però, si registrano in Europa situazioni molto diversificate e l’Italia sembra essere rimasta un po’ indietro in questo percorso.

La causa è da ricercarsi in una eccessiva frammentazione del sistema sanitario, legata a una sanità regionale gestita e governata da 19 regioni e due province autonome che ha prodotto il frutto malato di una scarsa capacità innovativa, una gestione più attenta ai bilanci che ai reali bisogni dei cittadini con il contorno di fenomeni corruttivi e di illegalità diffuse che in maniera generalizzata hanno colpito tutti i sistemi sanitari regionali.

Governance e divari regionali in Sanità

Una recente ricerca (Marino D., Priolo M., “La Governance della Sanità in Italia dopo la Riforma del Titolo V, conflitti costituzionali e divari regionali, pubblicata su “Economia Politica”) ha messo in evidenza come nei tre ambiti principali che caratterizzano i sistemi sanitari – quello della prevenzione collettiva, quelli dell’assistenza distrettuale e dell’assistenza ospedaliera – i livelli di assistenza oltre a dover trovare adeguate risorse finanziarie, devono anche poggiare su modelli di organizzazione territoriali efficienti e capaci di utilizzare le risorse.

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Il quadro giuridico condiziona il sistema sanitario dal lato dell’offerta; con l’atto di accreditamento la Regione ne verifica il possesso di standard qualitativi, organizzativi (figure professionali abilitate e in numero idoneo all’attività da svolgere) e strutturali (metri quadrati, sale e spazi, assenza di barriere architettoniche…), equiparando al pubblico le strutture e i professionisti del privato. Pertanto, il contenzioso costituzionale in questo ambito materiale segnala le criticità legate alla fissazione di requisiti minimi validi per tutto il territorio nazionale, dove la norma regionale diventa strumentale al tentativo di alleggerire i costi di struttura prodotti dall’ordinamento (tentativo che è naufragato anche per effetto della posizione rigorosa assunta dalla Corte Costituzionale che ha progressivamente chiuso gli spazi di autonomia regionale consolidando il ruolo dello Stato nel dettare i principi fondamentali in materia di Tutela della salute).

Una governance di questo tipo non può che ampliare i divari regionali della sanità piuttosto che ridurli e la gestione della pandemia, e in ultimo, la lentezza di attuazione del piano vaccinale ha reso immediatamente evidente come sia difficile avere una strategia di contrasto unica, che è pur necessaria, se 19 regioni e due province autonome possono decidere in maniera difforme, ma a ben pensare anche in condizioni di normalità una sanità regionale non fa che amplificare le disparità regionali, alimentando una competizione sulle risorse fra le diverse regioni il cui effetto è la mobilità sanitaria.

Il divario tecnologico

Anche il divario tecnologico nella sanità digitale italiana può essere ricondotto a questa frammentazione regionale delle politiche sanitarie. In Italia il fascicolo sanitario elettronico oggi è un miraggio per un numero consistente di cittadini. Anche le regioni che hanno avviato progetti in questo campo non hanno sempre tenuto in debito conto la necessità dell’interoperabilità nello scambio dei dati. Senza fascicolo sanitario elettronico non solo diventano impossibili le applicazioni avanzate della sanità 4.0, ma perdono di efficacia anche le normali procedure sanitarie. Le grandi difficoltà che molte regioni hanno avuto nell’implementazione di una strategia vaccinale efficace sono causate da questa mancata digitalizzazione. Se avessimo avuto un sistema di gestione nazionale del fascicolo sanitario elettronico, avremmo potuto procedere alla vaccinazione chiamando nominativamente e in base alle priorità i singoli cittadini, sapendo in anticipo quali erano i più fragili, andando a vaccinare a domicilio quelli che non erano in grado di spostarsi. Avremmo quindi velocizzato la procedura, evitato il costo del ricorso a piattaforme di prenotazione esterne al sistema sanitario, eliminato il problema dei furbetti del vaccino. Avremmo potuto vaccinare in ordine di rischio, riducendo significativamente e velocemente la letalità della malattia.

Il modello diagnostico-assistenziale basato fascicolo elettronico sanitario personalizzato è in grado di rispondere alle richieste di servizi di diagnosi, prognosi e cura sempre più efficaci, efficienti e di qualità per il paziente il cui trade-off tra livello di servizio e costi di realizzazione, potrà essere attenuato grazie all’applicazione di tecnologie, sistemi e procedure innovative di gestione del processo clinico secondo una logica di e-Health Service Management. La creazione del fascicolo elettronico sanitario che si arricchisce continuamente con il monitoraggio di valori rilevati in remoto contribuisce a rendere diagnosticabili in una fase molto iniziale molte patologie, a individuare situazioni di rischi, a gestire a distanza l’assistenza e la cura. Il monitoraggio dello stato di salute, la prevenzione di situazioni critiche e il supporto ad attività quotidiane rappresentano, quindi, un ambito applicativo emergente a livello sanitario, con particolare riferimento alle persone fragili, anziane e con patologie croniche.

Secondo alcune stime il semplice tele-monitoraggio a casa dei malati cardiologici ridurrebbe il numero di giorni di degenza del 26% e consentirebbe un risparmio del 10% dei costi sanitari, con un aumento dei tassi di sopravvivenza del 15%. Oggi con l’utilizzo dei big data e delle tecniche di deep learning siamo in grado di fare una effettiva medicina preventiva molto tempo prima della comparsa dei sintomi e per le patologie croniche e ingravescenti questo costituisce un notevole vantaggio. L’accesso istantaneo all’intero set di dati può consentire di prevedere l’evoluzione del quadro clinico attraverso algoritmi decisionali di supporto che rendono maggiormente efficiente l’intero processo.

Conclusioni

Il Covid 19 ha fatto cogliere in pieno il reale ritardo che sistema sanitario italiano ha rispetto a un modello di efficienza ed efficacia che dovrebbe essere lo standard in paese avanzato. Solo per citare qualche esempio concreto, in Calabria la principale (o forse l’unica!?) “innovazione tecnologica” degli ultimi anni nell’organizzazione del sistema sanitario su base territoriale è stata quella di sostituire i ricettari a fastella in cui i medici “amanuensi” scrivevano le prescrizioni, con delle ricette compilabili attraverso programmi di videoscrittura (sic!). Altro che deep learning!

Queste considerazioni non fanno altro che suggerire l’estrema necessità e urgenza di tornare a una sanità nazionale.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

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