Smart health

La telemedicina oltre la pandemia: fare sistema per non sprecare la lezione del covid-19

La telemedicina non può più essere considerata come un’opzione o un componente aggiuntivo per reagire a un’emergenza. Come già succede alcune Regioni, il paese deve entrare nell’ottica che le misure implementate nel contesto dell’emergenza sono la normalità. La pandemia ci insegna che non possiamo più rimandare

13 Mag 2020
Michele Gentili

consulente ICT e Digital transformation - Associate Partner Fatto24


In questo periodo caratterizzato dal “distanziamento sociale” si sta riscoprendo il valore della tecnologia per la cura a distanza dei pazienti, nonostante quella che viene definita comunemente “telemedicina”, sia una tecnologia di origine piuttosto datata e mai sfruttata su larga scala per mancanza di “visione” e per un’atavica resistenza al cambiamento dei processi consolidati.

Ma come tutte le fasi difficili e drammatiche della storia anche questa sta portando delle grandi opportunità e dei cambiamenti che saranno irreversibili.

Vediamo allora come il Covid-19 ha “costretto” il mondo sanitario a fare un salto in avanti sulla telemedicina, facendola diventare un concetto più ampio e definibile come Smart Health nel suo insieme.

La telemedicina pronta a spiccare il volo, finalmente

La telemedicina ha avuto una storia abbastanza travagliata e di certo, negli ultimi dieci anni, non ha ottenuto il successo che era auspicabile e forse anche prevedibile. Nei primi anni duemila, la possibilità di avere servizi remoti relativi al controllo e al monitoraggio della salute, la possibilità di fare consulenza e formazione tra medici e pazienti online, tramite una connessione sicura, di rendere le cure sanitarie all’avanguardia e più accessibili senza la necessità di attendere mesi per una visita, aveva illuso tutti, sembrava veramente essere il futuro, o quanto meno l’evoluzione della medicina, ma così non è stato.

Inizialmente ha pesato certamente anche il limite delle velocità di connessione, soprattutto quella del 3G nelle periferie e nelle campagne, ma da qualche anno a questa parte, con il 4G che ha raggiunto un’altissima percentuale di copertura del territorio italiano e così le linee ADSL fisse, si è capito che il problema con tutta probabilità era da ricercare altrove. Un problema evidentemente culturale, sia dello Stato che non è stato capace di investire e finanziare adeguatamente questo settore, ma anche degli stessi cittadini poco inclini a sfruttare questi enormi vantaggi.

Ma evidentemente non è solo un problema italiano; uno studio statunitense ha dimostrato infatti che negli Stati Uniti solo il 18% dei cittadini utilizza, almeno saltuariamente, servizi di telemedicina.

La ragione dunque va anche ricercata nella qualità dei servizi offerti che, evidentemente, non ha raggiunto fin oggi, il livello e la qualità attesi.

Ma poi è arrivato il 2020 e la pandemia di Covid-19. Questa crisi globale in corso ha costretto le istituzioni sanitarie e gli organismi di regolamentazione a ricorrere a modi alternativi di fornire assistenza sanitaria soprattutto con un obiettivo ben preciso: limitare l’esposizione al virus. E la telemedicina si sta rivelando come la soluzione ideale a questi problemi limitando lo spostamento dei pazienti negli ospedali, allocando la capacità ospedaliera per i casi più importanti e avendo, in sostanza come risultato, il contenimento della diffusione della malattia.

Smart Health e Covid-19

Solo un paio di mesi fa nessuno avrebbe potuto prevedere l’estensione e la portata dell’effetto del Covid-19 sulla società. Interi paesi sono stati bloccati con un lock down totale nel tentativo di limitare la diffusione del virus, come unico metodo ritenuto realmente efficace. Le tecnologie sanitarie digitali rappresentano una soluzione, forse l’unica affiancabile nell’immediato, in questa circostanza. L’ausilio di robot, di oggetti connessi (IoT) al letto del paziente o a casa, aiutano i medici a monitorare i pazienti infetti per limitare il contatto con il personale medico, fornire forniture mediche e disinfettare i reparti.

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Ci sono già svariati esempi, anche in Italia, di molti casi già attuati ed in uso, che ci fanno ben sperare e riporre molte attese sulla futura evoluzione della telemedicina per il futuro.

  • L’assistenza sanitaria in quarantena – In questo frangente assistere i pazienti a casa, tramite servizi di telemedicina con la possibilità di effettuare visite e prescrizioni a distanza, è solo un lato della medaglia. In questo caso c’è anche il rovescio, molto importante, che è rappresentato dai tanti medici che, nonostante siano loro stessi in quarantena e costretti a casa perché risultati positivi, continuano a svolgere la propria attività (se lo stato di salute glielo consente naturalmente). Attività fondamentale vista la carenza di medici, soprattutto sul territorio, per continuare ad assistere pazienti che stanno facendo le terapie domiciliari. Il problema risulta acuito dai tanti medici che sono stati posti in quarantena, anche solo in via precauzionale, nelle tante strutture ospedaliere che si sono trovate nel cuore della pandemia, come le strutture lombarde, piemontesi, venete ed emiliane.
  • Robot per le visite ai pazienti e per disinfettare le stanze – Mentre il conteggio globale dei casi continua ad aumentare in tutto il mondo, con particolare forza negli stati uniti, i fornitori si sono rivolti a tecnologie innovative per aiutare a curare i pazienti infetti limitando al massimo l’esposizione dei sanitari e al contatto fin quando non assolutamente necessario. Ad esempio, in diversi ospedali sono stati utilizzati dei robot che, essenzialmente, sono dei Tablet trasportati su ruote, per permettere la comunicazione con i pazienti maggiormente infetti. Anche in Italia sono diversi i casi di strutture che stanno attualmente utilizzando questa tecnologia per limitare al massimo l’espansione del contagio: Ci sono i casi dell’ospedale di circolo di Varese e anche all’ospedale di Rimini.
  • Telemedicina per unità di terapia intensiva – Il trattamento di pazienti con grave sintomatologia da COVID-19 può essere molto impegnativa anche dal punto di vista psicologico ma anche molto pericolosa soprattutto per quei piccoli ospedali senza una vasta esperienza in malattie infettive gravi, o anche nei centri geograficamente meno coinvolti nella gestione dell’emergenza. Con la telemedicina, specificatamente pensate per le unità di terapia intensiva (Enhanced Recovery after Intensive Care), le competenze mediche specifiche possono essere rese immediatamente disponibili per affrontare, fin dalle fasi iniziali, le fasi critiche e predisporre le migliori terapie possibili. Grazie alla telemedicina, le unità di terapia intensiva più piccole possono così accedere al know-how dei centri universitari e quindi compensare la mancanza di medici esperti in loco.

La Toscana e la telemedicina pediatrica

In Toscana, quasi tutte le strutture sanitarie pubbliche della Regione (circa 10) usano un modello innovativo di teleconsulto pediatrico (Rete Pediatrica Toscana), usato anche per il “progetto isole” (supporto clinico specialistico remoto alle strutture dell’Isola d’Elba e di Capraia) e teleconsulti di emergenza soprattutto legati al nuovo Coronavirus.

L’idea consente di creare una rete che connette telematicamente strutture sanitarie per consentire ai medici e agli operatori di collaborare remotamente tra loro. Dal punto di vista applicativo, TeleMedicinaItalia – TLMIT, questo il nome del progetto creato da Medas Solutions, consente di creare in modo molto veloce e con il solo intervento dell’amministratore di Rete della struttura ospedaliera, progetti di teleconsulto Hub & Spoke di qualsiasi tipologia, come ad esempio: tele radiologia, tele cardiologia, tele neurologia, tele neonatologia, etc., tra i medici appartenenti ai nodi della rete (ogni struttura che aderisce entra a far parte della rete).

Tra le principali funzionalità disponibili vi sono quelle di garantire l’omogeneità dei dati anagrafici del paziente rispetto all’anagrafica del mittente e del destinatario ed eventuali altre banche dati, come ad esempio, i DB Regionali o Nazionali dei Pazienti. C’è la possibilità inoltre, di allegare referti e immagini alle richieste, la possibilità di allegare fotografie tramite apposita APP (iOS e Android) o da file system locale e la possibilità di attivare sessione di comunicazione sincrone di audio video conferenza, di streaming, oltre alla possibilità di pilotare remotamente delle telecamere. La parte di consultazione può usare viewer di immagini sia non diagnostici sia diagnostici (attualmente di Xerox e di Agfa). Le richieste e le risposte di teleconsulto sono sottoposte a firme digitali nel rispetto del regolamento europeo (eIDAS) e opzionalmente alla loro conservazione digitale a norma di legge.

I nodi della rete sono costituiti da specifiche componenti, denominate MedasBox, che connettono da una parte i sistemi informatici della Struttura Sanitaria, come anagrafica pazienti, repository documenti clinici digitali e archivi Immagini, utilizzando i protocolli informatici e le regole di sicurezza specifiche dell’ Azienda e dall’altra il server centrale di in Cloud che risiede presso un Data Center TIER IV.

Oltre alla Toscana, stanno aderendo a questo importante progetto le strutture sanitarie della Regione Sicilia (circa 60), dove verrà usata come rete regionale per il teleconsulto neurochirurgico in pazienti neurolesi (trauma cranico, ICTUS emorragico, patologie tumorali intracraniche, e patologie vertebro-midollari);

Nelle strutture sanitarie pubbliche della Regione Marche (circa 20) verrà invece usata come strumento di supporto al progetto regionale di screening prenatale di 1° e 2° livello.

Smarth Health – sicurezza e protezione dei dati personali

Nell’era del GDPR e con la crescente minaccia del crimine informatico (cyber crime), è ovvio che non si possa però perdere di vista la sicurezza e l’affidabilità dell’impianto che rimangono componenti di fondamentale importanza. Gli operatori sanitari devono essere in grado di comunicare informazioni mediche riservate senza timore che queste possano cadere nelle mani sbagliate.

L’uso dei dati medici è strettamente regolamentato al fine di preservarne la riservatezza. Così, il medico di un ospedale A non avrà diritto ad accedere o trasferire i dati medici di un monitoraggio del paziente in un ospedale B (salvo esplicita autorizzazione). I dati necessari per le analisi debbono sempre essere anonimizzati per proteggere la privacy del paziente.

Con l’evoluzione e la diffusione della Telemedicina gli attacchi informatici diventeranno sempre più frequenti ed è assolutamente legittimo, se non prioritario, chiedere ai fornitori delle soluzioni di garantire l’integrità dei dati e la loro sicurezza per proteggere il paziente e la struttura che ne ha in carico la responsabilità della protezione dei dati personali.

Un’opportunità per il futuro

Mentre le aziende e persino le scuole adottano “soluzioni da casa”, come lo smart working e il distance learning, soprattutto la “diagnosi e la cura a distanza” tramite l’impiego di tecnologie innovative, come l’intelligenza artificiale e i robot si sono rivelate un’opzione sempre più necessaria, facendo di fatto evolvere la telemedicina verso un concetto più ampio definibile smart health. La priorità assoluta è che i professionisti sanitari non si contagino, per poter continuare a svolgere il proprio prezioso lavoro e la necessità di adottare tecnologie abilitanti e proficue per l’ottenimento di questo risultato è diventata l’unica opportunità che garantisce il risultato ma anche la sicurezza. Sia l’ISS (Istituto Superiore di Sanità) che l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) stanno sostenendo lo Smart Health per monitorare i pazienti e ridurre i rischi che diffondano il virus, tenendoli lontani, fin quando possibile, dagli ospedali.

L’Italia però è sempre stata poco incline a questa metodologia e di fatto pochissimi lavoratori del settore privato avevano un contratto già conforme ed adeguato alla regolamentazione di questa tipologia di lavoro, per non parlare di quelli del settore pubblico nel quale vige da sempre la regola della presenza. Questo è dimostrato dal fatto che gli sforzi su cui il legislatore si è concentrato, anche recentemente, sono stati in maggior parte per determinare l’evoluzione dei meccanismi di controllo della presenza, dal cartellino all’ipotizzata impronta digitale, senza minimamente pensare ed intuire (e non era difficile) che l’evoluzione di cui questo paese ha bisogno di ben altro. Solo i liberi professionisti e le partite IVA avevano realmente sperimentato con successo, ben prima della pandemia, i vantaggi di poter lavorare senza muoversi, a distanza e senza particolari vincoli su orari e posto fisico da cui viene erogata la prestazione.

Sarà importante dunque scoprire come apprendere e strutturare ciò che è stato fatto durante questa tremenda crisi, per renderlo disponibile “a regime” e in una situazione in cui ci sarà una fase molto importante e delicata per il ritorno verso la “normalità”.

Dobbiamo scongiurare il pericolo che tutte le misure di Smart Health implementate nel contesto dell’emergenza sanitaria vengano ritirate una volta che la pandemia passerà. Questo potrà succedere se non saremo in grado di fare “sistema” e di imparare da questa tragica ma importante esperienza.

Probabilmente ci sarà una pausa dopo la crisi, il tempo di esaminare gli impatti e fare un’analisi di ciò che è accaduto, di ciò che è stato più efficace e ciò che lo è stato meno, ma pensare che torneremo a fare le cose come le facevamo prima, ci sembrerebbe del tutto illusorio.

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Di sicuro questa epidemia ci insegna che non possiamo più indugiare. Dobbiamo attuare pienamente una transizione verso un modello di assistenza più moderno, che deve obbligatoriamente prevedere la piena integrazione dei servizi e delle soluzioni di telemedicina e dello Smart Health nel suo complesso mettendolo pienamente a disposizione dei servizi di assistenza sanitaria. La telemedicina non deve più essere considerata come una possibile opzione o un componente aggiuntivo per reagire a un’emergenza. Piuttosto dovrebbe essere considerato come un approccio proattivo per garantire la continuità delle cure ai pazienti affetti da malattie croniche, per le quali, ad esempio, l’assistenza non può essere rimandata neanche durante le emergenze nazionali, ma anche e soprattutto per avere una maggiore efficienza nel reperire le competenze dove servono e quando servono, senza costringere i pazienti, ma anche gli stessi medici, a doversi spostare in modo del tutto improduttivo.

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