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Direttore responsabile Alessandro Longo

la ricerca

Tra medici e digitale è grande amore, ma il fascicolo sanitario è fermo

di Chiara Sgarbossa, Direttore dell’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità, School of Management del Politecnico di Milano e Paolo Misericordia, Responsabile del Centro Studi FIMMG

15 Mag 2017

15 maggio 2017

Tra i servizi online più usati dai Medici di Medicina Generale, la consultazione dei referti di laboratorio e di visite specialistiche. Interesse per la consultazione online dei verbali di Pronto Soccorso e le lettere di dimissione. Tutte funzionalità comprese nei FSE regionali, usati però solo da 1 medico su 3

Negli ultimi anni il sistema delle cure primarie ha mosso passi importanti verso un modello assistenziale sempre più orientato alla promozione attiva della salute, anche attraverso un processo di riorganizzazione e integrazione delle cure territoriali e ospedaliere, al fine di migliorare il livello di efficienza, la capacità di presa in carico dei pazienti e l’empowerment del cittadino stesso. Mai come in questo momento le tecnologie digitali stanno accompagnando i medici di medicina generale (MMG) lungo questo percorso evolutivo.

Dalla Ricerca condotta dall’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità del Politecnico di Milano, in collaborazione con il Centro Studi della FIMMG (Federazione Italiana Medici di Medicina Generale) e con il supporto di DoxaPharma, su un campione di 540 medici, emerge che i benefici portati dal digitale sono ormai chiari ai MMG. Essi ritengono che tra i maggiori benefici ottenuti ci sia l’aumento della velocità nello svolgimento delle attività professionali (42%), la possibilità di avere un quadro clinico più completo del paziente (35%) e la riduzione dei tempi di attesa ambulatoriali (34%). La rilevanza del digitale per la medicina generale si ripercuote anche sull’aumento della spesa per l’acquisto di strumenti ICT che nel 2016 ha raggiunto quota 72 milioni di euro (+3% rispetto al 2015).

Le tecnologie digitali consentono anche di avvicinare i MMG ai pazienti. Sempre più frequentemente MMG ricorrono ai nuovi canali digitali per comunicare con loro: l’85% usa l’email, il 68% gli SMS, il 53% WhatsApp. In particolare, il 46% dei MMG utilizza l’App per condividere documenti (es. referti, verbali, ecc.) con i propri pazienti e un altro 34% lo fa con altri MMG o con medici specialisti. Questo strumento è meno utilizzato, invece, per effettuare chiamate vocali o videochiamate con i pazienti, con il 60% dei medici che dichiara di non essere nemmeno interessato a farlo. Si confermano, rispetto a quanto rilevato nel 2016, i benefici legati all’utilizzo dell’App: secondo il 59% dei medici che utilizzano WhatsApp, essa consente uno scambio efficace di dati, immagini e informazioni, permettendo di superare, in molti casi, la necessità di un contatto diretto con il paziente. D’altro canto, i motivi per cui i MMG non utilizzano WhatsApp sono riconducibili all’eventuale aumento del carico di lavoro (58%) e alla creazione di possibili incomprensioni con l’assistito (48%).

Dalla ricerca emerge, inoltre, un profilo di medici sempre più aperti e interessati al mondo delle App, privilegiando quelle per mantenersi aggiornati e migliorare le proprie competenze: il 39% dei medici utilizza App per consultare linee guida e il 32% per visionare articoli scientifici, report, ecc. È molto elevata la percentuale di coloro che dichiarano di essere comunque interessati alla diverse funzioni che le Mobile Medical Applications possono fornire e, in particolare, a quelle per effettuare analisi di dati personalizzate che supportano la definizione della diagnosi (63%).

Tra i servizi online maggiormente utilizzati dai MMG troviamo la consultazione dei referti di laboratorio (47%) e dei referti di visite specialistiche (32%). Anche coloro che non utilizzano questo tipo di servizi sono comunque interessati, soprattutto per la consultazione online dei verbali di Pronto Soccorso (70%) e le lettere di dimissione (69%). Significativo che queste funzionalità, rispetto alle quali i medici appaiono concordi nell’affermare utilità e rilevanza, siano tutte comprese nei FSE regionali; queste ultime, laddove presenti, dovrebbero consentire al medico di avere facile accesso a tutte le informazioni e ai documenti relativi agli assistiti[1]. Tuttavia, il FSE è ad oggi ancora poco utilizzato: considerando solo i medici che operano nelle Regioni in cui il FSE è già attivo[2], si rileva che solo un MMG su tre lo utilizza.

Infine, dalla ricerca è emerso che l’85% dei medici auspica la scomparsa del promemoria cartaceo della cosiddetta ricetta “dematerializzata”. I MMG si attendono che tale scomparsa comporterebbe un’agevolazione per i pazienti nell’approvvigionamento delle terapie continuative, un aumento del tempo a disposizione del medico per dedicarsi ad aspetti più qualificanti della professione e una complessiva riduzione dei flussi ambulatoriali dei pazienti.

Sono, invece, giudicati poco rilevanti i possibili rischi per i pazienti di non ricevere i medicinali prescritti in caso di malfunzionamento del sistema o di possibili confusioni rispetto ai farmaci prescritti. Cercando di analizzare tutte le possibili conseguenze della scomparsa del promemoria cartaceo, viene in particolare poco condivisa l’ipotesi di una riduzione della capacità di intercettare precocemente i problemi dei pazienti per una riduzione della loro frequentazione ambulatoriale (solo il 7% dei medici si dichiara molto d’accordo) e quella di un affievolimento del rapporto medico-paziente (solo il 4% è molto d’accordo).

Anche se sono stati fatti passi avanti nello sviluppo di iniziative di Sanità digitale a livello nazionale, come il Fascicolo Sanitario Elettronico e la ricetta dematerializzata, emerge ancora una certa distanza presente tra istituzioni e medici: se, da un lato, gli strumenti digitali sono entrati nella quotidianità professionale dei medici, dall’altro i servizi messi a disposizione dalle Regioni e dalle aziende sembrano essere ancora percepiti come inadeguati.

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[1] Più precisamente quelli che hanno dato il consenso all’attivazione del FSE.
[2] Emilia-Romagna, Lombardia, Provincia Autonoma di Trento, Puglia, Sardegna, Toscana e Valle d’Aosta

  • Gianni Beraldo

    Il FSE è oramai una realtà consolidata alla quale andranno implementate molte altre funzioni e diversi metadati. In un prossimo futuro auspico che si trovi la giusta soluzione a livello di sicurezza e affidabilità per quanto attiene la cartella clinica digitalizzata, la stessa che potrebbe poi essere inserita nel FSE (il quale ricordo, può essere attivato solo ed esclusivamente con il consenso del cittadino/paziente).

    • Carlo Geri

      La mia esperienza degli ultimi 10 gg, come semplice cittadino, su aspetti digitali della PA, unita a quella pluriannuale, come responsabile a livello di Onlus di un progetto di sanità con aspetti digitali limitati, mi porta a dire che manca una conoscenza diffusa atta a favorire una possibilità di dialogo sulle potenzialità del digitale.
      A detta di chi opera con le nuove procedure digitali, il digitale comporta un’ulteriore richiesta di incombenze cartacee.
      Traduzione: fare il lavoro due volte.
      Una “tentative solution”: stimolare e raccogliere suggerimenti e contributi dal basso, con finalità di “continuo miglioramento”.

  • Valerio Cipolli

    E’ dal 2013 che invito le istituzioni, i media, i medici a rivedere ma soprattutto FERMARE il progetto che così com’è stato “concretizzato”, NON serve a NESSUNO. Nel 2015 un sito di settore mi ha pubblicato un articolo:
    http://www.esanitanews.it/?p=6565
    Sono a disposizione per qualsiasi chiarimento.
    Valerio Cipolli

  • bruno misculin

    C’è un GROSSISSIMO problema di completezza del FSE: le strutture che effettivamente inviano I dati al FSE sono POCHE e non li inviano per tutti I tipi di esami (verificato personalmente).
    E’ chiaro che avere un fascicolo ampiamente incomplete NON SERVE , e questa è la situazione attuale.
    In Lombardia su questo aspetto la regione dichiara di non avere dei dati precisi, peccato che basterebbe farsi dare un report dall’ente gestore (Lombardia Informatica) su da quali strutture si sono ricevuti dati nell’ultimo anno, per avere questo dato…
    Basterebbe implementare dei controlli e rendere pubblici I risultati . Così i pazienti più tecnologici comincerebbero a selezionare anche in base a questo criterio, spingendo TUTTE le strutture ad allinearsi.
    Comunque è verissimo che la cosa andava fatta da subito a livello nazionale… ma intanto i soldi si stanno spendendo a livello regionale…. per non avere comunque neanche un mezzo servizio…

  • Fabio Cottini

    Io mi sono trovato in prima persona a fronteggiare il problema dell’integrazione con il SISS di Regione Lombardia.
    Inizialmente (circa fine 1999) per attivare il sito pilota di Lecco, successivamente (dal 2004) collaborando con Lombardia Informatica,
    dove, fra le altre cose, ho redatto la prima documentazione di analisi del Fascicolo Sanitario Elettronico.
    Ancora oggi mi occupo di sviluppare software di integrazione, anche verso il SISS.
    Quindi posso dire di avere una certa esperienza nel campo.

    Venendo alla domanda: quali sono i fattori che hanno ostacolato, e ostacolano tuttora, la diffusione pervasiva del FSE, io sono giunto alle seguenti conclusioni:

    1) L’integrazione delle aziende sanitarie è faccenda più complicata di quanto potrebbe sembrare. Dal punto di vista informatico, la sanità è insieme uno degli ambienti
    più complessi, ed è praticamente privo di standard, tolta qualche minuscola nicchia. Ogni player di mercato è libero di modellare i dati secondo la sua sensibilità,
    così quando un sistema regionale chiede di produrre uno specifico dataset a N aziende, ognuna deve sviluppare un progetto ad-hoc. Ed il SISS, per raccogliere il “minimo sindacale” dei dati necessari, necessita di svariati dataset.

    2) Quando il sistema informativo cresce in dimensione (da presidio ad azienda, da azienda a regione, da regione a nazione), la complessità cresce in modo
    quasi esponenziale. Uno dei fattori critici da considerare è la sicurezza del dato e la riservatezza dell’informazione. Se dentro le mura dell’azienda è relativamente
    facile cautelarsi, la condivisione a livello regionale richiede il dispiegamento di un nuovo paradigma. Un esempio per tutti: la firma digitale dei referti.

    3) L’impianto normativo in tema di privacy si è in qualche modo sviluppato “in parallelo” al FSE. E’ davanti agli occhi di tutti il fatto che la legislazione si
    trova spesso costretta a “rincorrere” i cambiamenti prodotti dall’evoluzione tecnologica. Finché non c’è una regolamentazione chiara, nessuna regione si prende
    la responsabilità di operare scelte che potrebbe poi pagare. E se le regioni – giustamente – si cautelano, viceversa i medici che usano mail, WhatsApp, eccetera,
    violano sistematicamente la legge, magari senza saperlo, diffondendo dati personali sensibili su canali non sicuri.

    4) Se da informatico riesco a inventare dei meccanismi di condivisione dell’informazione fra i medici, ritengo di avere fatto un buon lavoro. Ma un bel giorno mi sono trovato davanti ad una situazione in cui un medico chiedeva: “ma se il SISS mi mette a disposizione i referti dei miei pazienti, poi li devo leggere”? Sembra un’osservazione sciocca ma non lo è, basta ragionare un attimo sul retropensiero del medico, ed intuirne le conseguenze.

    Viceversa credo che la non condivisione dei dati a livello nazionale sia abbastanza irrilevante. Resto convinto che la delega alle regioni delle competenze in materia
    di sanità sia stata un errore fatale, tuttavia il valore aggiunto dell’interoperabilità nazionale – secondo me – non bilancia l’estrema complessità di un sistema nazionale.

  • Fabio Cottini

    Io mi sono trovato in prima persona a fronteggiare il problema dell’integrazione con il SISS di Regione Lombardia.
    Inizialmente (2001-2002) per attivare il sito pilota di Lecco, successivamente (dal 2004) collaborando con Lombardia Informatica,
    dove, fra le altre cose, ho redatto la prima documentazione di analisi del Fascicolo Sanitario Elettronico.
    Ancora oggi mi occupo di sviluppare software di integrazione, anche verso il SISS.
    Quindi posso dire di avere una certa esperienza nel campo.

    Venendo alla domanda: quali sono i fattori che hanno ostacolato, e ostacolano tuttora, la diffusione pervasiva del FSE, io sono giunto alle seguenti conclusioni:

    1) L’integrazione delle aziende sanitarie è faccenda più complicata di quanto potrebbe sembrare. Dal punto di vista informatico, la sanità è insieme uno degli ambienti
    più complessi, ed è praticamente privo di standard, tolta qualche minuscola nicchia. Ogni player di mercato è libero di modellare i dati secondo la sua sensibilità,
    così quando un sistema regionale chiede di produrre uno specifico dataset a N aziende, ognuna deve sviluppare un progetto ad-hoc. Ed il SISS, per raccogliere il minimo
    sindacale dei dati necessari, necessita di svariati dataset.

    2) Quando il sistema informativo cresce in dimensione (da presidio ad azienda, da azienda a regione, da regione a nazione), la complessità cresce in modo
    quasi esponenziale. Uno dei fattori critici da considerare è la sicurezza del dato e la riservatezza dell’informazione. Se dentro le mura dell’azienda è relativamente
    facile cautelarsi, la condivisione a livello regionale richiede il dispiegamento di un nuovo paradigma. Un esempio per tutti: la firma digitale dei referti.

    3) L’impianto normativo in tema di privacy si è in qualche modo sviluppato “in parallelo” al FSE. E’ davanti agli occhi di tutti il fatto che la legislazione si
    trova spesso costretta a “rincorrere” i cambiamenti prodotti dall’evoluzione tecnologica. Finché non c’è una regolamentazione chiara, nessuna regione si prende
    la responsabilità di operare scelte che potrebbe poi pagare. E se le regioni – giustamente – si cautelano, viceversa i medici che usano mail, WhatsApp, eccetera,
    violano sistematicamente la legge, magari senza saperlo, diffondendo dati personali sensibili su canali non sicuri.

    4) Se da informatico riesco a inventare dei meccanismi di condivisione dell’informazione fra i medici, ritengo di avere fatto un buon lavoro. Ma un bel giorno mi sono trovato
    davanti ad una situazione in cui un medico chiedeva: “ma se il SISS mi mette a disposizione i referti dei miei pazienti, poi li devo leggere”? Sembra un’osservazione
    sciocca ma non lo è, basta ragionare un attimo sul retropensiero del medico, ed intuirne le conseguenze.

    Viceversa credo che la non condivisione dei dati a livello nazionale sia abbastanza irrilevante. Resto convinto che la delega alle regioni delle competenze in materia
    di sanità sia stata un errore fatale, tuttavia il valore aggiunto dell’interoperabilità nazionale – secondo me – non bilancia l’estrema complessità di un sistema nazionale.

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