“One Health Digital": il patto culturale che serve per una sanità globale e sostenibile - Agenda Digitale

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“One Health Digital”: il patto culturale che serve per una sanità globale e sostenibile

In un momento storico in cui la mancanza di risorse non può più essere un alibi, occorre accelerare il passaggio verso una sanità sostenibile, prendendo atto a tutti i livelli di errori e miopie e ripartendo con grande senso di responsabilità. Per farlo occorre un “patto culturale”. Ecco i fronti “caldi”

28 Giu 2021
Mariano Corso

Member of the Scientific Board at Osservatori Digital Innovation Polimi, Scientific Director at P4I

Simona Solvi

Senior Consultant P4I

Il mondo è profondamente interconnesso e le nostre azioni possono avere conseguenze che travalicano i confini geografici e temporali all’interno delle quali sono concepite. Questo vale anche, e soprattutto, per la sfera della salute. La pandemia ce lo ha dimostrato con tutta la sua drammaticità: non è possibile preservare la nostra salute se non impariamo a prenderci cura della salute e del benessere di tutti.

Progettare una sanità sostenibile vuol dire prendersi cura non solo dei nostri simili, superando egoismi e particolarismi, ma anche della natura, dell’ambiente e dello sviluppo sociale, economico e culturale della nostra società.

In breve, significa passare dalla logica “egocentrica” a quella “ecocentrica” nella quale l’uomo non è al vertice della piramide ma è parte – a pari livello – di un ecosistema per il quale deve essere garantito un equilibrio di salute.

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Il concetto di “One Health”

Il concetto della “One Health”, ovvero di una salute globale per tutti, non è nuovo – risale almeno al 1978 nelle parole della Wild Conservation Society – tuttavia fino ai tempi recenti ha trovato applicazioni solo nel mondo animale e all’ambito dell’alimentazione e nutrizione.

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Oggi, invece, il quadro epidemiologico è cambiato: non si parla più solo di Double Burden of Disease riferendosi alla gestione delle acuzie e delle patologie croniche, ma stiamo assistendo al sovraccarico dei sistemi sanitari e diventa sempre più essenziale lavorare in modo proattivo per anticipare i fenomeni che minano gli equilibri degli ecosistemi. A maggior ragione, in un momento come questo di ricostruzione e ripartenza, ogni scelta, e in particolare quelle relative agli investimenti di risorse, va ponderata e poi monitorata in una prospettiva che travalica il breve periodo, ma guarda con senso di responsabilità agli impatti di sistema e all’effetto sulle prossime generazioni.

Si tratta di una sfida che prima ancora che di disponibilità di risorse è di prospettiva e mindset dei decisori che devono riconoscere l’importanza di tre aspetti chiave.

  • Innanzitutto, come già detto, occorre riconoscere che equilibri sostenibili si raggiungono solo gestendo le interconnessioni tra le discipline scientifiche, tra i governi, tra i cittadini e le istituzioni.
  • La logica “ecocentrica” impone anche di lavorare a livello di comunità e non di singolo cittadino: la strategia di prevenzione della salute dell’ecosistema deve coinvolgere istituzioni, scuole, amministrazioni, strutture sanitarie, privati, ciascun elemento della comunità è chiamato a fare la sua parte per la salute del Pianeta e dell’uomo.
  • Infine, sono la cultura e le competenze orientate in particolar modo alla multidisciplinarietà, alla capacità di raccogliere e utilizzare e i dati che permetteranno di gestire le interrelazioni e sostenere gli sforzi della comunità per una salute globale.

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Come realizzare il paradigma One Health

Come tradurre, dunque, questa visione globale in effettive e concrete azioni con impatti di lungo periodo? Crediamo che la realizzazione del paradigma One Health debba necessariamente passare attraverso l’uso competente e consapevole delle tecnologie digitali. Solo l’innovazione digitale, infatti ci può consentire non solo di comprendere e gestire le interconnessioni, valorizzando i dati e le informazioni, ma anche di riprogettare i servizi di cura per renderli scalabili e accessibili a tutti.

Gli impegni economici legati a sanità, welfare, transizione ecologica e digitalizzazione presenti nel nostro Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza non vanno quindi visti e gestiti come “capitoli separati” di un programma di stimolo all’economia, ma come componenti indissolubilmente di un programma olistico di ripensamento del nostro modello di sviluppo umano e sociale, prima ancora che economico.

Il problema oggi è come conciliare questa complessità ed esigenza di affrontare i problemi in un’ottica sistemica con l’urgenza: non possiamo limitarci a parlarne e attendere una grande riforma educativa, legislativa e istituzionale, che pure sarebbe opportuna e giustificata. Occorre partire immediatamente con una serie di azioni che, pur coerenti alla prospettiva sistemica, consentano di avviare subito il nostro sistema di welfare verso un modello integrato e digitalizzato, incentrato sulle necessità di assistenza e cura della persona, flessibile al cambiamento della domanda di salute da parte dei cittadini, nel quale processi clinici, prevenzione, stili di vita, scelte alimentari e sostenibilità ambientale siano tra loro connessi.

Verso un nuovo modello di cura disegnato attorno al cittadino/paziente

Gli importanti investimenti previsti dal PNRR per la modernizzazione della sanità potranno dare un contributo essenziale se permetteranno di andare verso un modello di sanità connessa, quella “Connected Care” definita dall’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità del Politecnico di Milano come “Un nuovo modello di cura disegnato attorno al cittadino/paziente che, adeguatamente formato e ingaggiato, viene messo in grado di accedere a informazioni e servizi di cura attraverso piattaforme digitali che coinvolgono attivamente tutti gli attori del sistema di cura, rendendo disponibili in modo integrato, selettivo e sicuro dati e canali di collaborazione per supportare in tutte le fasi del percorso di cura”. Formazione, Engagement, collaborazione tra tutti gli attori dell’ecosistema di cura diventano quindi le leve chiave di questa transizione, fondamentali quanto le tecnologie e i dati che ne sono certamente i fattori abilitanti.

In un’ottica di Connected Care andranno indirizzate l’evoluzione e la convergenza dei medical device, delle terapie digitali, delle App per la salute e il benessere, dei sensori ambientali e dei wearable device. Si tratta di tecnologie già oggi mature, ma che devono uscire dall’alveo delle sperimentazioni e dei progetti pilota per integrarsi tra loro ed arricchire e modernizzare le architetture tecnologiche attuali dei sistemi di sanità digitale.

Le barriere allo sviluppo di una sanità globale e connessa

Ma se la tecnologia offre oggi prospettive concrete ed entusiasmanti, quali sono invece le barriere allo sviluppo di una sanità globale e connessa? Se fino a ieri la barriera giudicata più importante, era la indisponibilità di risorse economiche, oggi i quasi 16 miliardi destinati solo nel nostro Paese alla digitalizzazione del Sistema Sanitario da spendere in pochi anni ci fanno dire che quello delle risorse non può più essere considerato un alibi, ma anzi un pressante stimolo ad agire. Restano altre barriere, innanzitutto quella governance frammentata che ha portato alla scarsa integrazione dei sistemi informatici e delle soluzioni già presenti a livello regionale e aziendale. Inefficienze, discriminazioni e difficoltà di integrazione e interoperabilità alla cui creazione hanno concorso, in modo più o meno consapevole, le istituzioni, incapaci di superare gli interessi locali e di parte, la domanda, spesso poco competente o succube di interessi di parte, e le aziende dell’offerta di servizi tecnologici, vittime e carnefici al tempo stesso in una guerra tra poveri che ha portato a un progressivo svilimento del mercato. Un esempio eclatante è quello del Fascicolo Sanitario Elettronico, una infrastruttura lungimirante, pensata per integrare dati e servizi e superare discriminazioni, ma la cui implementazione incompleta e frammentata a livello regionale e aziendale, ha portato a una vistosa perdita di opportunità ed a una sostanziale indisponibilità di quei dati e servizi integrati che sarebbero stati preziosi per affrontare la pandemia.

Cultura e competenze, chiave per la svolta

Ma la sfida più importante, quella su cui si dovrà intervenire con urgenza pur consapevoli che i risultati richiederanno tempo, è quella culturale e delle competenze.

Negli ultimi anni miopia culturale e settarismo disciplinare hanno portato a programmare lo sviluppo di competenze e professionalità non in funzione dell’evoluzione delle necessità e della domanda di cura, fenomeni per la verità ampiamente anticipati e relativamente facili da stimare nella loro entità, ma in funzione delle (scarse) risorse disponibili e degli interessi disciplinari e locali. Scoprire adesso che c’è carenza di personale medico ed infermieristico stupendosi che i concorsi vadano deserti, quando tra il 2009 e il 2017 la sanità pubblica nazionale, pur a fronte della costante crescita della domanda di cura ha “perso” oltre 8.000 medici e più di 13 mila infermieri è un’offesa al buon senso.

Lamentarsi adesso che la nostra sanità è poco digitalizzata e integrata quando in Italia si spendono per il digitale in sanità 22 euro a cittadino contro i 40 euro della Francia, i 60 della Gran Bretagna e i 70 della Danimarca, è un’ulteriore offesa al buon senso. Sorprendersi adesso della scarsa preparazione del personale medico e infermieristico all’uso di nuovi strumenti e tecnologie che è riconosciuto rappresentino il futuro della Sanità, quando queste competenze sono tuttora sostanzialmente ignorate nei curricula di studio e specializzazione, è una terza, insopportabile, offesa al buon senso.

Non è certamente il tempo delle recriminazioni, occorre piuttosto prendere atto a tutti i livelli di errori e miopie, di come piccoli e grandi egoismi abbiano portato alla situazione attuale, e ripartire con apertura, umiltà e senso di responsabilità. Per farlo occorre innanzitutto un “patto culturale” che porti tutti i decisori a impegnarsi su tre fronti:

  • Aumentare la capacità di raccogliere i dati e di attribuire loro un significato coerente e condiviso: la pandemia ha messo in evidenza come anche su dati molto semplici, questa capacità non sia spesso stata presente. I primi standard da assicurare, dunque, sono proprio quelli sul significato dei dati: senza una visione rigorosa affidabile e condivisa dei dati sarà impossibile governare in modo efficace il sistema sanitario e ancor meno farlo evolvere in una logica one-health.
  • Utilizzare dati e non pregiudizi o interessi politici o di parte per prendere le decisioni di governance della salute: è davvero inaccettabile che in uno degli ambiti che fa maggior uso di Big Data e Advanced Analytics nella ricerca e nella pratica clinica, non si sia in grado di basarsi su evidenze scientifiche rigorose e numeri affidabili per prendere scelte fondamentali di governo che hanno effetti rilevanti sulla salute e sul benessere della popolazione.
  • Valutare in modo sistemico e multidisciplinare gli impatti delle politiche di intervento e in particolare delle scelte di investimento: la pandemia dovrebbe averci definitivamente insegnato quanto fenomeni e scelte siano tra loro interconnessi non solo “nel” sistema sanitario e di welfare, ma anche tra questo e i sistemi socio-economico, territoriale, ambientale e culturale. Governare queste interrelazioni è impossibile senza un approccio nuovo che si basi sull’onesta intellettuale, il rigore scientifico e l’apertura al dialogo interdisciplinare.

Il PNRR costituirà da questo punto di vista un banco di prova: se, proprio a partire da questo triplice impegno culturale, non saremo in grado di superare egoismi e particolarismi per prendere scelte responsabili, non solo perderemo una storica opportunità, ma commetteremo un vero crimine ai danni delle prossime generazioni che non ci sarà perdonato.

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