Il motivo

Sanità, ecco perché la politica investe poco in innovazione

Ignoranza e resistenza al cambiamento sono alcune delle motivazioni addotte per giustificare la scarsa reattività all’innovazione, ma siamo sicuri che sia proprio così? Se vogliamo convincere i decisori a investire dobbiamo parlare di valore, piuttosto che dibattere in modo dogmatico dei presunti benefici della tecnologia

23 Ott 2017
Massimo Mangia

SaluteDigitale.blog

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Non c’è conferenza, presentazione di dati sul mercato o spazio editoriale in cui gli esperti del settore non manchino di sottolineare la scarsa lungimiranza di politici e decisori nell’investire in modo significativo nella salute digitale. Come è possibile che, nonostante i grandi risparmi che l’ICT può consentire in sanità, le risorse economiche destinate all’innovazione siano così scarse?

La questione è diventata un vero e proprio mantra che, in ogni occasione, viene ripetuto senza però suscitare alcuna reazione da parte di coloro che potrebbero invertire la tendenza.

I numeri e le percentuali che vengono associati alla digitalizzazione della sanità sarebbero meritevoli di grande attenzione; certo a volte sono frutto di stime un po’ “spannometriche” o si riferiscono a esperienze maturate in paesi con modelli e sistemi diversi dal nostro, ma la mancanza di interesse a tali ipotetici risparmi getta nello sconforto esperti, tecnici e addetti ai lavori che vivono questa situazione con grande frustrazione.

Insensibilità, ignoranza, resistenza al cambiamento sono alcune delle motivazioni che vengono addotte per giustificare la scarsa reattività all’innovazione, strada maestra per il progresso e il miglioramento del sistema sanitario. Ma siamo sicuri che sia proprio così? Proviamo a riflettere senza idee preconcette e, soprattutto, dogmi sul ruolo e l’importanza della tecnologia.

L’innovazione, nelle diverse declinazioni in cui si può concretizzare – organizzativa, di processo, tecnologica, etc – non è, di per sé, utile. Lo è se è finalizzata a creare valore dove, con questo termine, ci si riferisce non soltanto all’aspetto economico, ad esempio la riduzione dei costi, ma l’efficacia o all’efficienza, all’ambito clinico, ad esempio il miglioramento di out-come, alla qualità della vita dei pazienti.

Partendo da questi presupposti, le domande che allora ci dobbiamo porre sono: la salute digitale che valore produce? Chi ne usufruisce? Quali sono le motivazioni e gli obiettivi che i progetti ICT in sanità possiedono? Come si misura l’impatto e il valore di un progetto?

Cominciamo con il dire che la mera trasformazione in digitale dei processi clinici e assistenziali non produce implicitamente valore. La semplice sostituzione del mezzo con cui medici e infermieri lavorano, dalla carta all’elettronico, porta pochi benefici reali a fronte di costi elevati e forte impegno di risorse.

Se esaminiamo molti progetti ICT, possiamo rilevare come tra le motivazioni che ne determinano lo sviluppo ci sono la necessità di un aggiornamento tecnologico, l’estensione o il cambiamento con cui si fruisce del software, ad esempio il mondo mobile, l’automazione o la trasformazione digitale dei processi, l’attivazione di nuovi servizi. Molto raramente i progetti ICT hanno obiettivi dichiarati ed espliciti legati alla costruzione di valore. Prendiamo un esempio: lo sviluppo della cartella clinica elettronica.

L’obiettivo primario è, molte volte, di documentare l’attività medica – assistenziale e consentire la produzione e la stampa di referti. Quanto valore genera questo approccio? Poco, perché non incide (o incide minimamente) sull’efficacia. Cambiamo prospettiva. Immaginiamo di sviluppare una cartella clinica elettronica per facilitare e migliorare il lavoro di medici e infermieri. Che valore produce questo paradigma? Dipende dal margine di miglioramento che si è in grado di ottenere, ma è certamente maggiore del precedente.

In questa ottica la carta, ossia la cartella in formato cartaceo, non è il modello di riferimento con cui sviluppare la cartella elettronica, né lo sono i dati, con buona pace di quanti affermano dell’importanza o della centralità del dato o del valore demiurgico dei big data. Il focus deve essere posto sui processi e lo sforzo deve essere indirizzato a come rendere questi più efficaci e sicuri. Ma come è possibile ottenere questo risultato?

Progettando il software in modo da ricordare agli utenti le attività che devono svolgere, evidenziare le informazioni più importanti, suggerire le azioni più appropriate, pre-impostare ordini e richieste.

Per fare tutto questo è necessario operare nel contesto medico, ossia entrare nel merito di alcuni concetti, abbandonando la “neutralità” dei dati. In altre parole conoscere il significato, ad esempio, della Velocità di Filtrazione Glomerulare (VFG) e di come questa possa determinare il dosaggio dei farmaci. L’obiettivo è di costruire una cartella clinica elettronica pro-attiva, che supporti la compilazione di ordini e richieste, che integri un sistema di supporto alle decisioni, che contenga contenuti multimediali, che implementi nuovi paradigmi di cura. È evidente come tutto questo richieda, da parte dei fornitori di soluzioni ICT, un mix di competenze multidisciplinari e multi-professionali.

Se riflettiamo invece a come si misura l’ICT in sanità, vediamo che i modelli più in uso, come O-EMRAM di HIMSS o il Patient Journey del Politecnico di Milano, si basino principalmente sulla presenza o meno di sistemi o di funzioni, sul supporto di alcune tecnologie. Non c’è alcuna correlazione tra il valore che le soluzioni software determinano e il livello di maturità che viene loro assegnato.

Anche i criteri per determinare, nell’accezione comune, se un progetto è un successo o meno, sono legati a fattori indipendenti dal valore, come la soddisfazione del committente, il gradimento degli operatori, la visibilità che assicura, se rispetta i tempi e il budget, se non ha provocato grandi problemi, se è apprezzato dai pazienti.

Tornando quindi al problema iniziale, se vogliamo convincere i decisori ad investire in modo significativo nella salute digitale dobbiamo affrontare la questione parlando di valore, piuttosto che dibattere in modo dogmatico e fideistico dei presunti benefici della tecnologia. Dobbiamo affrontare la misurazione del valore con metodologie HTA, produrre evidenze con criteri scientifici, magari ingaggiare i fornitori con modelli di procurement innovativi, basati sul risultato. Non possiamo continuare a pretendere di avere investimenti senza determinare, a priori, il valore atteso. Sarebbe come se, per fare un parallelo con il settore farmaceutico, venisse approvato e rimborsato dal servizio sanitario nazionale un nuovo farmaco sulla base di percezioni comuni, presupposti meramente teorici, buon senso. Le risorse per la sanità sono limitate, le scelte devono essere prese sulla base di criteri razionali, in modo scientifico. L’ICT non fa eccezione.

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