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Il digitale a Scuola nell’epoca della terza repubblica: che fare?

Ora che la Ue ha inserito il digitale tra le competenze di base di cittadinanza occorre un confronto serio su come allineare la scuola ai nuovi stili di apprendimento sviluppati dai nostri figli, per renderli cittadini digitali critici e consapevoli. Senza rivoluzioni e senza la retorica del voler fare “tutto nuovo”

Pubblicato il 26 Giu 2018

Paolo Maria Ferri

Università degli Studi Milano Bicocca

scuola

Il dibattito sul digitale a scuola, nel nostro Paese, è rimasto fino a oggi incagliato su questioni di principio: “se, quando, quanto…” usare le tecnologie. Il carattere pregiudizievole, ideologico e alla fine vano di queste domande è chiaro se si prendono in considerazione almeno quattro temi di discussione recenti, solo uno dei quali giunto agli onori della cronaca.

Il digitale è una competenza di base

In primo luogo che non sia una questione di “se, quando, quanto” ma ormai solo di “come” lo dimostra la recentissima (maggio 2018) riedizione delle “Nuove competenze chiave per l’apprendimento permanente del Consiglio dell’Unione Europea”. In questo documento dove vengono aggiornate le linee guida europee del 2006 sulle stesse tematiche, la competenza digitale è definita una competenza di base di cittadinanza, allo stesso livello del leggere e dello scrivere, con buona pace di Galli della Loggia e dei suoi decaloghi “dal predellino”. Inoltre il documento rimanda al ben più ponderoso documento del 2016 Digicom 2.0 nel quale le competenze digitali vengono articolate in 21 sottodomini e al documento Digicomp 2.0 Edu dove vengono delineate in maniera chiara (vedi figura 1) le competenze digitali che debbono possedere gli insegnati dell’Europa del ventunesimo secolo.

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Figura 1 Le competenze “europee” degli insegnati “digitali

Le tecnologie digitali infatti – citiamo il documento sulle competenze chiave – “esercitano un impatto sull’istruzione, sulla formazione mediante lo sviluppo di ambienti di apprendimento più flessibili”  ma “è necessario innalzare il livello di padronanza delle competenze di base (alfabetiche, matematiche e digitali) e sostenere lo sviluppo della capacità di imparare a imparare quale presupposto costantemente migliore per apprendere e partecipare alla società in una prospettiva di apprendimento permanente.

Il digitale è ormai “competenza di base”, le nuove raccomandazioni del Consiglio Ue

Smartphone a scuola, l’Italia è più severa della Francia

Che l’Italia sia agli ultimi posti in Europa rispetto alla consapevolezza della imprescindibile necessità di possedere competenze digitali lo dimostra anche  l’International Digital Economy and Society Index (DESI Index) del 2018 che ci colloca tra i paesi “a basso rendimento” (insieme a Slovacchia, Cipro, Croazia, Ungheria, Polonia, Bulgaria, Grecia e Romania) con una particolare menzione “disonorevole” rispetto alla formazione digitale del “capitale umano” che attribuisce all’Italia il punteggio di 40.8 a fronte della media europea di 56.5, molto lontano dal 70.4 della Danimarca, facendo retrocedere il nostro Paese dal 24° posto al 25° posto della classifica. Di questa arretratezza è esempio preclaro il dibattito che si è scatenato nel nostro paese rispetto all’utilizzo del cellulare a scuola di cui ho già scritto su queste pagine, prima rispetto alle condivisibili dichiarazioni dell’ ex-ministro Fedeli e successivamente rispetto alla “presunta” decisione del governo francese si proibire del tutto cellulari in tutte le scuole della Repubblica. L’aspetto interessante di questa polemica strumentale, anch’essa ovviamente cavalcata da Della Loggia e dai tecno-catastrofisti, è il fatto che a ben vedere l’attuale legislazione italiana è più restrittiva quella francese!

Non sono ancora operative, infatti, le linee guida per l’uso del cellulare in classe realizzate tra il 2017 e il 2018 dalla Commissione nominata dall’ ex-Ministro Fedeli e quindi mentre in Francia, come ha ben notato su Agenda digitale Antonio Fini , l’uso del cellulare sarà molto ragionevolmente vietato per quanto riguarda chiamate e altri utilizzi ma sarà permesso per tutti gli usi didattici e pedagogici (proibito «sauf pour des usages pédagogiques») in Italia, in attesa delle norme applicative Linee guida della Commissione Fedeli, è ancora del tutto vietato dalla circolare del 2007 dell’allora Ministro Fioroni, quando ancora non esistevano gli smartphone.

Allineare la scuola ai nuovi stili di apprendimento

Ora quello che è chiaro è come sia assolutamente necessario colmare il digital divide della scuola italiana e superare anche la diffidenze, le ritrosie e le incomprensioni culturali che hanno caratterizzato anche l’applicazione del Piano Nazionale Scuola Digitale e delle sue differenti azioni. Il rischio è molto grande: si tratta di evitare di rendere in nostro sistema scolastico del tutto “inadatto” ai nuovi stili di apprendimento sviluppati dai nostri figli e nipoti interagendo con la tecnologia. Non possiamo dimenticare, infatti, che i “nativi digitali” sono una realtà, anche se questo termine può essere “discutibile” ed è discusso a livello pedagogico. Lo dimostrano i dati quantitativi, ad esempio una recente ricerca di Ipsos per Save the Children, che dimostra come il 97% dei ragazzi tra gli 11 e i 17 anni possiede un dispositivo (smartphone per lo più) connesso a internet; ma anche i più piccoli sono attivi in maniera massiccia sui dispositivi dei genitori, come dimostrano le statistiche che abbiamo più volte commentato sull’uso dei dispositivi touch dei genitori da parte dei bambini 0/5 anni, condotta nel 2016 dal Centro per la salute del bambino di Trieste.

Fig. 2 Tecnologie digitali e bambini: un’indagine sul loro utilizzo nei primi anni di vita (Balbinot, V., Toffol, G., Tamburlini, G. (2016), Medico e Bambino, 10, pp. 631-636.)

Il digitale modifica la struttura del cervello

Oltre ai dati quantitativi, sono soprattutto i dati delle neuroscienze che ci premettono di comprendere meglio la “differenza” dei nativi digitali. I bambini e i ragazzi lo sono e non solo e non tanto perché manipolano schermi touch sin dalle prime età. Lo sono, soprattutto, per il fatto che manipolando oggetti digitali ed interagendo con essi il loro “cervello” cambia la sua struttura e probabilmente il loro approccio alla conoscenza e all’apprendimento. Lo dimostrano gli studi sulla “plasiticità neurale” del gruppo di neuroscienziati dell’Università degli Studi di Parma guidati da Giacomo Rizzolatti, e in particolare le ricerche su neuroscienze e apprendimento sviluppate da Leonardo Fogassi. Afferma, infatti, Fogassi: “Il cervello, sopratutto quello del bambino, può subire molti cambiamenti a causa dell’esperienza e dell’apprendimento. Anche il cervello dell’adulto è molto plastico. La plasticità consiste in cambiamenti sia funzionali sia anatomici”. Se i bambini di oggi manipolano schermi interattivi e attraverso essi accedono e creano contenuti digitali di comunicazione e apprendimento (oltre che di gioco) è altamente probabile che a causa della plasticità neurale, questa interazione modifichi e trasformi le loro pratiche di apprendimento, soprattutto rispetto al nostro inveterato metodo gutenberghiano di imparare imperniato sulla scrittura alfabetica e sulla cultura del libro. Ovviamente è fondamentale in questo la consapevolezza e la competenza degli adulti di riferimento (genitori e insegnati in primo luogo).

La ricerca: il digitale non fa male all’apprendimento

Quanto affermiamo più sopra è provato, tra le altre, una recente ricerca del CNIS dell’Università di Padova, coordinata dalla Professoressa Danila Lucangeli. Uno studio condotto tra il novembre 2017 e maggio 2018, dal centro studi ImparaDigitale e dal Cnis (Coordinamento Nazionale degli Insegnanti Specializzati) dell’Università di Padova, con il supporto di Acer for Education, che ha coinvolto 1.400 insegnanti di 45 scuole primarie e oltre 1.300 bambini tra i 6 e gli 11 anni provenienti da 28 scuole da tutta Italia (8 al nord, 4 al centro e 16 al sud) e divisi equamente per genere ci fornisce utili indicazioni in questa direzione. La ricerca si occupa di analizzare «i cambiamenti cognitivi, di motivazione e di apprendimento» degli allievi confrontando i risultati ottenuti su un gruppo sperimentale nel quale gli allievi utilizzano il digitale e uno di controllo. Tre le aree di indagine:

  • l’impatto della multimedialità sull’apprendimento;
  • le differenze sempre nell’apprendimento tra scrittura “digitale” e sulla carta;
  • il possibile ruolo motivazionale dei contenti digitali e dei videogiochi nell’apprendimento;

I vantaggi dell’apprendimento “digitalmente aumentato”

I primi risultati della ricerca dimostrano come tra “apprendimento aumentato digitalmente” e apprendimento tradizionale emergono alcune interessanti vantaggi a favore di chi utilizza anche i supporti più innovativi.

  • Sul fronte della scrittura – spiega Maria Lidia Mascia (una delle ricercatrici che ha condotto lo studio) – abbiamo visto che tra chi ha imparato a scrivere con un dispositivo personale come per esempio un tablet, sono migliorati notevolmente soprattutto i bambini con disturbi di apprendimento o con bisogni particolari”, così come sono diminuiti gli errori di sintassi e di ortografia.
  • Migliori risultati si riscontrano anche se si utilizzano in classe ambienti virtuali di apprendimento, App, e contenuti multimediali interattivi praticamente in tutte le materie, dalla matematica, all’italiano, la storia, la geografia o l’inglese, attraverso computer o dispositivi personali.
  • Coerentemente con lo studio che presentammo alcuni anni fa dell’Accademia delle scienze francese si evidenza un miglioramento sia delle capacità di attenzione visuale selettiva sia in quella di eseguire compiti complessi sullo schermo, oltre a potenziamento delle competenze spazio-cognitive, degli alunni che risultano perciò facilitati e più veloci nello svolgimento di alcuni compiti di apprendimento.
  • L’utilizzo significativo e condotto da un insegnante esperto del digitale nella didattica rafforza e di molto la motivazione degli studenti: “utilizzare le tecnologie nella didattica, per i ragazzi è una scoperta. Avere i computer a loro disposizione e mettere alla prova le loro acquisizioni fa sì che anche l’alunno meno incline all’impegno si applica”, affermano alcune insegnati che hanno partecipato al progetto attraverso osservazione dirette condotte nelle classe. E lo stesso ragionamento vale per i videogiochi utilizzati a scopo didattico.

L’innovazione ostacolata dal capitale umano della scuola

Sono molte le linee guida e le indicazioni (ad esempio, le normative europee e nazionali citate più sopra) e le sperimentazioni nazionali e internazionali che convergono nell’indicarci come il reale “aumento” digitale della scuola non è più a lungo procrastinabile, a meno di volere abbandonare la possibilità che i nostri studenti, figli e nipoti, perdano la grandissima opportunità di divenire “cittadini digitali”, critici e consapevoli. Questo dato di fatto, è stato compreso, almeno nella passata legislatura a livello politico e sono seguiti anche ingenti investimenti (più di un miliardo di euro, al netto della Carta del docente). Allo stesso modo, molto è stato fatto per attuare e rendere effettivo il cambiamento metodologico e didattico, prima che tecnologico. Citiamo a titolo di esempio il Piano Nazionale Scuola Digitale e le sue molteplici azioni, il Piano per la formazione dei docenti 2016 -2019, e la copiosa erogazione fondi PON per bandi specifici volti a colmare il digital divide della scuola italiana. Ma questo sforzo si è spesso scontrato con l’arretratezza del capitale umano della scuola italiana e di molta della sua dirigenza che guarda ancora con sospetto l’integrazione a sistema delle metodologie e delle pratiche della didattica digitale.

Scuola digitale, le domande al nuovo Governo

Dopo il terremoto politico del 4 marzo e la faticosissima formazione del nuovo governo le domande da porsi e da porre agli alfieri della Terza Repubblica sono due:

  • Riuscirà un governo la cui guida politica è “ancipite” e contraddittoria negli intenti a completare un riforma necessaria e ineludibile?
  • La squadra di Governo giallo-verde al MIUR, invero composta da almeno due persone “competenti” sulla scuola: il Ministro Buzzetti (Lega) – un dirigente scolastico – e il sottosegretario, e dirigente scolastico a sua volta, Salvatore Giuliano (M5S) riusciranno nell’impresa si completare la transizione al digitale della scuola italiana?

La risposta potranno fornircela solo i loro primi provvedimenti. Noi possiamo solamente notare come dal punto di vista dell’innovazione digitale, Salvatore Giuliano abbia un curriculum di tutto rispetto come dimostrano la sua azione all’Istituto Majorana di Brindisi (scuola di eccellenza in Italia rispetto all’”aumento digitale” della didattica) e i suoi interventi proprio su Agendadigitale.eu (invero tutti a favore della Buona Scuola). Ci auguriamo davvero che nel nuovo gruppo dirigente della scuola italiana e del Miur prevalga un volontà “riformista” e “continuista” e che non si cavalchi la retorica populista del “faccio tutto nuovo” di cui questo governo, in altri settori, sembra aver fatto la sua bandiera. La scuola non ha bisogno di altre “rivoluzioni”.

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