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Direttore responsabile Alessandro Longo

istruzione

Ecco perché i nativi digitali sono una realtà (anche se ignoranti)

di Paolo Ferri, Università degli Studi Milano Bicocca

24 Mag 2016

24 maggio 2016

I ragazzi sono ovviamente ignoranti dal punto di vista delle “discipline” ma parlano la lingua del digitale come lingua madre non come noi che “immigranti” che la maneggiamo con un accento fortemente gutenberghiano. I nostri figli sono “ignoranti” come lo siamo stati noi prima di andare a scuola, ma ciò che li rende “nativi digitali” è qualcosa di più profondo

Recentemente, è stato ripreso sul Web, con un certo successo, un vecchio (2013) e fortunato articolo (trentaseimila like su Facebook e duemilaseicento condivisioni on-line) per Agenda digitale di Paolo Attivissimo Per favore non chiamiamoli nativi digitali che, riprende la vecchia polemica sull’esistenza o meno dei “nativi digitali”. Ho contribuito a suscitare questo dibattito in Italia con il mio Nativi digitali (Bruno Mondadori, 2011) e dopo 5 anni dall’uscita di questo volume sono ancora convinto della validità euristica della “categoria” coniata a suo tempo da Mark Prensky (Prensky, 2001).  Facciamo il punto della situazione. Quando Prensky ha introdotto il termine il dibattito è stato subito acceso e si è concentrato sulla presunta infondatezza scientifica di questa definizione, sulla difficoltà di collocare il punto il punto di “faglia” nativi e immigranti digitali, sulla cosiddetta “ignoranza” dei nativi digitali, ma soprattutto sull’incomprensione delle reali intenzioni Prensky. Lo studioso americano ha coniato questa fortunata metafora con l’intenzione di segnalare la profonda discontinuità che comporta il nascere e crescere in un mondo dove Internet è sempre esistito, e dove, ad esempio, la scrittura a mano ha radicalmente perso centralità tanto quanto lo hanno fatto i dischi di vinile rispetto agli Mp3. Un mondo che ha abbandonato la Galassia Gutenberg (Ferri, 2004)   e dove gli schermi interattivi sono la norma e non l’eccezione. 

I nostri figli sono nati in questo mondo e il loro ambiente sociale e di vita è radicalmente differente da quello dove siano nati noi “figli del libro” ed “immigrati digitali”. Il nostro Attivissimo si concentra sul più diffuso degli argomenti: non è vero che i nativi digitali siano più sapienti di noi e sappiano usare criticamente le macchine meglio di noi: ha ragione! Ma questo non è il punto.  Né tanyo meno può essere utilizzata come prova una ricerca realizzata nel mio stesso Ateneo che cerca di dimostrare,  equivocando, come Attivissimo la questione, sulla base di alcuni dati OCSE 2009, come i bambini che usano molto gli schermi interattivi avrebbero risultati nella lettura inferiori a quelli che “leggono” su carta (Gui, 2012, Gui, 2013).  Di questo e di altri tecno-scetticismi mi sono già occupato in questa sede  (Ferri, P., Dilaga la tecnofobia in Italia).

Il fatto che è Attivissimo e Gui mancano il bersaglio, i nostri figli sono ovviamente ignoranti dal punto di vista delle “discipline” ma parlano la lingua del digitale come lingua madre non come noi che “immigranti” che la maneggiamo con un accento fortemente gutenberghiano. I nostri figli sono “ignoranti” come lo siamo stati noi prima di andare a scuola – forse un po’ meno vista la possibilità di accedere con un click a tutto il spere del mondo -, ma ciò che li rende “nativi digitali” è qualcosa di più profondo, dialogano con gli schermi interattivi dalle prime età … . Il loro modo di vedere e costruire il mondo, così come il loro modo di comunicare è molto differente dal nostro ed è proprio il frutto della discontinuità o meglio della “singolarità” (Kurtzweil, 2005) che si è manifestata nella nostra epoca. Questa singolarità non è tanto legata alla diffusione delle macchine digitali che ne sono premessa, necessaria ma non sufficiente, quanto all’emergere di una nuova modalità di comunicare. L’invenzione Web da parte di Tim Berners Lee (Berners Lee, 2001) e non l’Internet di Licklider e Taylor (1968) è stato il vero motore della “singolarità”. Sotto i nostri occhi si è, cioè, affermata una nuova modalità di creare, comunicare e diffondere il sapere, che i nativi apprendono dalla nascita.

La nuova “tecnologia caratterizzante” la comunicazione globale – il Web appunto – si è sviluppata con una rapidità impressionante da zero a 3.5 miliardi di utenti “non specialisti” nell’arco poco più di venti anni e tutto è cambiato. Le protesi tecnologiche che utilizzano i nostri figli per comunicare sono differenti da quelle che abbiamo usato quando eravamo bambini e negli ultimi cinquecento anni. Questo dato rende la “efficace” la metafora di Prensky. Essa identifica la “singolarità” che caratterizza i nuovi esemplari di Homo sapiens digitalis che stanno vivendo la loro infanzia e pre-adolescenza sul nostro pianeta. L’adattamento a questo nuovo ambiente socio-tecnologico, un ambiente, sempre più digitalmente aumentato, ridisegna e rimodella – come hanno già fatto l’oralità, la scrittura e la stampa (Roncaglia,  2010) – tutte le pratiche relazionali, cognitive e, ovviamente, anche quelle dell’apprendimento, dimostrando, una volta di più, che la nostra è da sempre una  “natura tecnologica” (Moriggi, 2014). Del resto che questo non sia semplicemente una mia posizione lo dimostra uno studio internazionale che esce oggi anche in italiano.  Si tratta de Il bambino e gli  schermi,  in uscita per i tipi di Guerini a cura mia e di Stefano Moriggi.

E’ una ricerca a cura della prestigiosa Accademia delle scienze francese (una delle più autorevoli istituzioni scientifiche mondiali) che ci può essere di grande aiuto per comprendere la complessa e intima relazione che si sta intrecciando tra bambini e tecnologie interattive di rete. 

Si tratta di un rapporto della fine del 2013 che illustra i risultati di una ricerca interdisciplinare condotta dall’Accademia delle scienze di Francia sul tema dell’utilizzo dei device digitali da parte dei più piccoli, bambini e degli adolescenti.  Questa ricerca è presentata nella forma dell’Avis, parola francese che in italiano  che può essere tradotta come “parere”, “raccomandazione”, “punto di vista”.  Si  tratta dell’equivalente di un insieme coordinato di Linee guida che l’Accademia delle scienze francese rivolge a tutte le istituzioni  di quel paese  sul ruolo, le opportunità e i problemi che può comportare la progettazione  e la gestione di servizi rivolti ai piccoli, ai bambini e agli adolescenti che utilizzino di tecnologie digitali.  L’originalità di questo rapporto è quella di integrare i dati scientifici più recenti della neurobiologia, della pedagogia, della psicologia, della sociologia, delle scienze cognitive, e della medicina. Ebbene non solo per me, ma anche per gli Accademici di Francia, non solo i “nativi” sono diversi da noi ma è ormai abbastanza acclarato che la loro inedita interazione con gli schermi digitali sia produttiva per l’apprendimento, anche nelle prime età. Gli accademici di Francia, infatti, pervengono ai seguenti risultati di ricerca:

a. I tablet e gli smartphone touch costituiscono lo strumento migliore per introdurre alla logica del digitale i bambini più piccoli (0-2 anni), ovviamente sempre con l’aiuto dei genitori.

 b. Un uso equilibrato (nei tempi) dei videogiochi, in particolare quelli d’azione, fa bene e migliora la capacità di attenzione visuale selettiva e quelle di eseguire compiti complessi sullo schermo.

c. Lavorare con gli schermi interattivi per gioco e a scuola esercita sia il pensiero intuitivo sia il ragionamento ipotetico deduttivo: osservazione-ipotesi-manipolazione del reale-nuova osservazione predisponendo all’atteggiamento “scientifico” verso il mondo.

Ora forse Attivissimo e tutti i “tecno-scettici” dovrebbero sia osservare un po’ di più i comportamenti dei loro figlio e/o nipoti quando usano device digitali sia  ricordarsi del monito di Nietzsche contro i “filosofi asceti” che negano il mondo per affermare le loro teorie e se stessi. Nella Terza dissertazione delle Genealogia della morale,  Nietzsche ricostruisce la loro posizione con questa icastica sentenza “pereat mundus, fiat philosophia, fiat philosophus, fiam!” (p. 100, Adelphi, Milano, 1984)

 

Bibliografia

Académie des sciences, il bambino e gli schemi (2016), ed. it., a cura di Ferri, P. e Guerini, Milano 

Berners Lee, T., (2001),L’ architettura del nuovo Web, Feltrinelli Milano

Gui, M., Uso di internet e livelli di apprendimento, Media education, Vol. 3,  n. 1, Marzo 2012

Gui M., a cura di (2013), Indagine sull’uso dei nuovi media tra gli studenti delle scuole superiori lombarde, Regione Lombardia.

Ferri, P. (2011),  Nativi digitali. , Bruno Mondadori, Milano.

Ferri, P. (2014), I nuovi bambini, Bur-Rizzoli, Come educare i figli all’uso della tecnologia, senza diffidenze e paure, Rizzoli, Milano.

Kurtzweil R.,  (2005), La singolarità è vicina, Apogeo Milano.

Moriggi, S. (2014), Connessi. Beati coloro che sapranno pensare con le macchine, San Paolo, Cinisello Balsamo.

Nietzsche, Genealogia della morale,  Adephi, Milano.

Prensky, M., (2001) Digital Natives, Digital Immigrants, Marc Prensky From On the Horizon (MCB University Press, Vol. 9 No. 5, October 2001.

Roncaglia, G., (2010), La quarta rivoluzione. Sei lezioni sul futuro del libro, Laterza, Roma.

  • Paolo Beneventi

    Salve!

    non sono assolutamente un tecno scettico, anzi, uso da decenni tutta la tecnologia che posso, soprattutto con i bambini. Secondo la mia esperienza, parlare di “nativi digitali” non ha senso e anzi è controproducente, quando il rischio concreto è quello di consegnare una tecnologia sempre più usa e getta nelle mani di generazioni che, invece di imparare ad essere produttori attivi di informazione nella società dell’informazione, rischiano di crescere come consumatori sempre più passivi e sostanzialmente analfabeti. E sulla cittadinanza attiva e l’emancipazione della tecnologia dal puro marketing che si gioca la questione, non sull’affermazione di definizioni ambigue, che facilmente generano equivoci pericolosi.

    Cito articolo: http://bambinioggi-paolo.blogspot.it/2016/05/ci-risiamo-con-la-favola-dei-nativi.html

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