Il lockdown della cultura è gravissimo. E lo pagheremo tutti | Agenda Digitale

la riflessione

Il lockdown della cultura è gravissimo. E lo pagheremo tutti

Chiudere scuole, università, musei, cinema e teatri è un provvedimento che colpisce tutti e in questo momento assolutamente inutile: perché si tratta di luoghi che erano stati resi sicuri e in cui si svolgevano attività controllate e perché, piuttosto, la cultura dovrebbe essere il fulcro per uscire dalla pandemia

09 Nov 2020
Alessandro Bogliolo

Docente di Sistemi di Elaborazione delle Informazioni, Università di Urbino Carlo Bo


L’Italia ha scelto di fare un lockdown completo della cultura. Scuole, università, teatri, cinema, musei. Tutti sacrificati per contrastare la pandemia. Ed è scelta paradossale dato che questi luoghi si sono dimostrati meglio di altre situazioni in grado di essere sicuri.

Così, sembra implicare una valutazione: non abbiamo così tanto bisogno della cultura, possiamo chiuderla.

Sembra che non abbiamo imparato nulla dal lockdown di aprile.

Il 5 marzo 2020, all’indomani del DPCM che per la prima volta vietava di andare a scuola per 10 giorni, scrissi un commento in cui auspicavo che la gravità di questa misura inducesse tutti alla massima prudenza per non vanificare il sacrificio che la chiusura di scuole e università comportava. Dicevo anche che la scuola non è fatta di muri, ma di persone, e che queste avrebbero saputo reagire e usare al meglio le tecnologie digitali per minimizzare il disagio sociale.

Quei 10 giorni di chiusura divennero mesi e l’Anno Scolastico terminò senza riaprire gli edifici scolastici. Nel frattempo, scuole e università avevano attivato piattaforme di didattica a distanza (DaD), spostato online ogni attività, adottato nuove forme di valutazione dell’apprendimento, organizzato sessioni d’esame e di laurea a distanza, e consentito agli studenti di restare in contatto con insegnanti e compagni, di apprendere, di superare prove, di acquisire titoli e di crescere.

Il sacrificio è servito

Il sacrificio era servito. Il lockdown generalizzato aveva prodotto gli effetti sperati piegando la curva del contagio e l’estate si annunciava relativamente tranquilla. Sapevamo che in autunno ci sarebbe stata una seconda ondata, ma consapevoli dello sforzo collettivo che eravamo stati in grado di mettere in campo quando la pandemia ci aveva colti di sorpresa, eravamo certi di saperla affrontare coesi e preparati al suo prevedibile ritorno. Questa volta avremmo difeso l’istruzione. Non ci saremmo accontentati della DaD, avremmo fatto di tutto per tenere aperte scuole e università.

Non appena l’Organizzazione Mondiale della Sanità e il Comitato Tecnico Scientifico avevano stabilito quali dovessero essere le misure da adottare per stare insieme in sicurezza, scuole e università avevano riorganizzato tutto per restare aperte. Avevano recepito le direttive e adottato protocolli rigorosi e modelli di gestione adeguati, avevano riorganizzato gli spazi e gli arredi per garantire il distanziamento, avevano studiato orari, turni e flussi che evitassero assembramenti in ingresso e in uscita e riducessero i contatti tra gruppi classe diversi, avevano adottato modelli di didattica digitale integrata (DDI) per non escludere nessuno e far fronte alle possibili situazioni di contagio o quarantena.

Sotto il cappello della DDI, dirigenti e insegnanti si erano trovati ad affrontare situazioni completamente inedite e sempre diverse (insegnanti in aula e studenti a casa, insegnanti in aula e studenti un po’ in aula e un po’ a casa, insegnanti a casa e alunni in aula, insegnanti a casa e studenti un po’ in aula e un po’ a casa) per non rassegnarsi alla DaD (insegnanti e alunni a casa) e offrire ai ragazzi, almeno a turno, un po’ di Scuola in presenza.

Anche questo aveva funzionato. Le scuole erano risultate più sicure della maggior parte dei contesti lavorativi, famigliari e sociali, malgrado la complessità del sistema e il numero di persone che le frequentavano quotidianamente.

Ma fuori dalla scuola qualcosa non funzionava. I mezzi di trasporto pubblico erano rimasti quelli di sempre, affollati negli orari di punta e vuoti nel resto della giornata. Gli italiani erano tornati quelli di sempre, furbi per non sentirsi fessi, incapaci di attenersi a regole che non siano imposte con controlli serrati e sanzioni, convinti che l’interesse collettivo sia l’interesse di altri che minaccia il proprio.

Le Scuole Secondarie di Secondo Grado sono state le prime ad essere sacrificate, imponendo di ridurre a non più del 50% la didattica in presenza e organizzando turni al solo scopo di decongestionare il trasporto pubblico. Nell’arco di un fine settimana le scuole hanno riorganizzato ancora la didattica, predisposto turni che non penalizzassero nessuno, ricalendarizzando le attività in modo da dedicare il tempo in presenza a ciò che neppure le tecnologie digitali consentono di fare a distanza. Mentre le scuole diventavano ancora più sicure, un nuovo DPCM interveniva a ridurre al 25% la didattica in presenza, imponendo ai dirigenti scolastici di escogitare soluzioni fantasiose e complicatissime per evitare che la turnazione lasciasse a casa ragazzi per 3 settimane di fila.

La scuola non è una baby sitter

Scuole dell’infanzia, scuole primarie e secondarie di primo grado nel frattempo restavano aperte. Non perché le cose attorno a loro andassero meglio, ma perché senza di loro sarebbero andate peggio. Il ruolo sociale che anche i più accaniti detrattori sono disposti a riconoscere alla scuola è quello di babysitter. Chiudere il primo ciclo avrebbe ripercussioni drammatiche sulle famiglie e sul lavoro.

Anche le università restavano aperte, seppur con turnazioni di studenti e DDI per far fronte al dimezzamento della capienza delle aule e a tutte le possibili situazioni di quarantena. Anche in questo caso l’apertura non era da intendersi come riconoscimento del valore dell’istruzione e della ricerca, quanto del ruolo socio-economico che le università esercitano nei territori in cui hanno sede. Senza studenti si ferma l’indotto di cui vivono città e quartieri universitari.

In sintesi, dovendo sfoltire la popolazione in circolazione, era risultato naturale togliere di mezzo gli studenti delle superiori, che non essendo più bambini potevano stare a casa da soli, non essendo ancora consumatori non servivano all’economia, non potendo ancora guidare ingombravano i mezzi pubblici nelle ore di punta.

Perché a qualcuno non venisse in mente che la cultura fosse di per sé un valore, o una risorsa su cui puntare per superare la crisi, cinema e teatri erano stati chiusi da tempo, inspiegabilmente. Non avevano mai prodotto focolai di contagio, non avevano mai creato occasioni di assembramento, non impegnavano il trasporto pubblico in orari di punta, ma andavano chiusi.

Il lockdown della cultura è completo

Ma per completare il lockdown della cultura bisognava attendere il DPCM del 3 novembre. Restavano da fare tre mosse: azzerare la didattica in presenza nelle scuole superiori (quelle che si erano appena riorganizzate per l’ennesima volta adottando una calendarizzazione plurisettimanale per rispettare regole che sarebbero durate una sola settimana), chiudere mostre e musei (di cui ci si era proprio dimenticati) e chiudere le università (perché escluderle da questo disegno sarebbe stato brutto, come negare che fossero anche loro luoghi di cultura).

Ora tutto è di nuovo compiuto, ma non c’è neppure la percezione della gravità del provvedimento che il DPCM del 5 marzo aveva avuto il merito e l’onestà di enfatizzare. Questa volta ci si è arrivati attraverso uno stillicidio di provvedimenti farraginosi, zeppi di eccezioni e distinguo, frutto di compromessi con le regioni, che nascondono l’essenziale tra le righe.

Basti pensare che la sospensione della didattica in presenza nelle università è disposta dalla lettera u del comma 9 dell’articolo 1, che per 5 righe parla della libertà delle università di organizzarsi, coordinandosi con il comitato regionale, tenendo conto delle esigenze formative e del quadro epidemico territoriale (lasciando così intendere che non ci siano nuove prescrizioni), salvo poi precisare che le attività in presenza sono limitate agli insegnamenti del primo anno e ai laboratori. La sostanza è talmente ben nascosta che i principali TG nazionali del 4 novembre non si sono accorti che il DPCM riguardava anche le università.

Visto che i decreti non lo rendono evidente, lo ribadisco: chiudere scuole, università, musei, cinema e teatri è un provvedimento gravissimo che colpisce tutti. Ma quel che è peggio, è che in questo momento sembra assolutamente inutile. Si vieta l’accesso a luoghi che erano stati resi sicuri e in cui si svolgevano attività controllate e controllabili, lasciando tutti liberi di fare qualsiasi altra cosa e frequentare qualsiasi altro luogo.

L’obiettivo è chiaro: salvare il Natale. Come il lockdown di primavera servì a salvare le vacanze estive, si spera che quello d’autunno serva a salvare lo shopping natalizio. Sembra un paradosso: chiudere scuole e università nei periodi lavorativi per poter andare in vacanza nei periodi di naturale chiusura. Ma è proprio così.

Conclusioni

Riassumendo.

  • Scuole, università, teatri, cinema, musei hanno dimostrato una capacità di adattamento e di riorganizzazione inimmaginabili e adottato misure che si sono rivelate efficaci.
  • La loro chiusura, che vanifica gli sforzi fatti per renderli sicuri, è determinata dall’inadeguatezza delle condizioni al contorno, che non consentono, ad esempio, di raggiungerli in sicurezza.
  • Vietare luoghi e attività sicure non produrrà in sé effetti miracolosi sull’andamento della pandemia.
  • Il lockdown di istruzione, cultura e spettacolo è una misura estrema che colpisce nel profondo il nostro Paese, la nostra identità e le nuove generazioni.

Siamo in pieno lockdown culturale e dobbiamo uscirne al più presto! Per farlo non dobbiamo attendere nuovi ulteriori provvedimenti coercitivi, non dobbiamo attendere di essere classificati zone rosse, non dobbiamo attendere controlli e sanzioni, ma dobbiamo usare la libertà e il buon senso che ci restano per adottare comportamenti responsabili senza che ci vengano imposti. Sarebbe questo il modo di usare la cultura per superare la pandemia.

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