ISTRUZIONE

Pon del Miur, sono rose con le spine: i nodi da risolvere

I recenti avvisi sulle competenze digitali rappresentano una grande opportunità ma nascondono anche significativi rischi burocratici

31 Mar 2017
Silvia Mazzoni

Dirigente Scolastico I.C. Torgiano-Bettona

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E arrivò la primavera dei PON. Dieci azioni, tutte insieme, tutte interessanti, tutte o quasi potenzialmente rivolte alle stesse istituzioni scolastiche.

I temi toccati sono in effetti tra i più importanti sul tavolo non soltanto dell’innovazione didattica, ma vorrei dire anche dell’emergenza culturale e sociale del paese: competenze di base, imprenditorialità, cittadinanza digitale, cittadinanza europea e globale, integrazione e accoglienza, creatività, patrimonio culturale e artistico…

Ben si comprende l’enfasi con la quale lo stesso MIUR ha voluto sottolineare la vastità e l’ambizione che caratterizzano il lancio di queste azioni, destinate a far diventare la scuola ‘il motore del paese’.

Sull’orizzonte di ogni azione il traguardo delle competenze digitali, declinate sotto ogni possibile prospettiva, dalla creatività alla consapevolezza, dalla futura occupabilità alla capacità di tutelare i propri diritti on line.

Sacrosanto dico io, urgente e necessario quanto mai prima d’ora. Obiettivi così cruciali per l’intero sistema paese valgono bene gli sforzi che una progettazione così complessa e sfaccettata come quella connessa a questi dieci PON richiede alla scuola in questi due feroci mesi conclusivi, quelli in cui ogni istituto è allo stremo delle forze e cerca di portare a casa l’anno scolastico (e che anno scolastico!) gettando metaforicamente il cuore oltre l’ostacolo.

Innovare la scuola, per spingere la domanda di innovazione del Paese”. Chi se la sente di mancare a tale chiamata alle armi? Non io, non moltissimi colleghi di tutto lo stivale che già sono come me al lavoro insieme ai più instancabili, motivati e preparati docenti con ci abbiamo la fortuna di collaborare.

Ma…c’è un ma.

Il problema sta (come spesso accade) nei numeri. Prendiamo un esempio. Uno dei bandi PON che personalmente ritengo in assoluto tra i più interessanti per le tematiche che tocca: “Avviso pubblico per lo sviluppo del pensiero logico e computazionale e della creatività digitale e delle competenze di “cittadinanza digitale”, a supporto dell’offerta formativa”. Pensate soltanto al modulo sulla cittadinanza digitale: diritti della rete, uso consapevole dei media, contrasto di hate speech e cyberbullismo, educazione alla valutazione della qualità e della integrità delle informazioni, open data, nuovi linguaggi digitali, data journalism… argomenti di tale rilevanza e drammatica attualità che non c’è adulto dentro e fuori la scuola che non abbia contezza di come essi siano ormai rilevanti per i nostri ragazzi tanto quanto l’uso dell’Italiano, le competenze logico-matematiche e la conoscenza delle lingue straniere.

Perfetto, questo PON è per noi. Costi quel che costi ogni energia disponibile sarà spesa per rispettare i termini e candidare il nostro istituto con il miglior progetto possibile. I nostri alunni se lo meritano, anzi ne hanno bisogno che è ancora più importante. A cosa porterà concretamente però il nostro sforzo di progettazione? Tenendo conto del tetto massimo di 25.000 euro, se tutto va bene potremo disporre di risorse per erogare, sulla base dei costi standard, 140 ore di attività didattiche extracurricolari nell’arco di due anni scolastici da rivolgere a un ipotetico gruppo misto di 20 alunni. Molto? Poco? Facciamo due conti. Se fosse possibile ‘spalmarle’ estensivamente sull’intero primo grado di scuola secondaria, 70 ore in un anno, in un istituto comprensivo di grandezza media come il nostro (poco più di mille alunni) corrisponderebbero circa a 5 ore all’anno di attività per ciascuna delle 14 classi di scuola secondaria di I grado che abbiamo. In concreto una mattina di attività in un intero anno scolastico. Un sabato di lavoro. Se volessimo per ipotesi farne almeno in parte beneficiare anche gli alunni di scuola primaria (altre 25 classi), l’impatto si ridurrebbe a meno di due ore nell’arco dell’intero anno scolastico. È evidente che un investimento di meno di due ore sulle competenze digitali non potrebbe mai portare ad alcun risultato degno di questo nome. Il format prevede infatti un ‘pacchetto’ di minimo 30 ore, il che però riduce il numero di possibili fruitori in modo drastico. Altri due conti. 140 ore corrispondono a 4,6 (periodico) moduli da 30 ore ciascuno. Ora, sorvolando sui decimali (che non sono un particolare da nulla in questo caso comunque), si potrebbero attivare al massimo 4 moduli rivolti a un numero pressoché definito di 20 alunni ciascuno. Nella migliore delle possibilità 80 ragazzi in tutto quindi, (sui più di 300 che frequentano soltanto il primo grado della scuola secondaria) avrebbero la ‘fortuna’ di usufruire per due anni di circa un’ora settimanale extra-curricolo nella quale accedere alla preziosa, importantissima (indispensabile secondo me) educazione alla cittadinanza digitale. È possibile definire ciò un’offerta strutturale? È così che ci avvicineremo a un “rafforzamento ordinamentale delle competenze di cittadinanza digitale”? In quanto tempo?

Se è vero – come è vero – che tali competenze sono così cruciali e importanti non soltanto per il sistema scuola ma per l’intero sistema paese, come è possibile che il loro sviluppo sia riservato soltanto a una piccola percentuale dei nostri alunni (meno del 10%, attenendoci all’esempio del nostro caso), o in alternativa siano offerte a tutti (o a molti) in ‘pillole’ di poche ore all’anno?

Paradossalmente siamo già obbligati a certificare il livello raggiunto nelle competenze digitali al termine della scuola del primo ciclo, così come certifichiamo le competenze nell’ambito logico-matematico o quelle nella lingua madre e nelle lingue straniere. A quando un vero inserimento all’interno del curricolo obbligatorio di tutti gli alunni italiani delle altrettanto indispensabili competenze digitali?

Nella consapevolezza che a tali domande per il momento non è possibile avere risposta, mi rimetto di buon grado a lavorare sulla candidatura del progetto PON. Non mollerò e farò tutto il necessario perché ci sia assegnato. Ne faremo l’uso migliore e più esteso possibile. Sarà qualcosa piuttosto che niente e lungi da me disprezzare anche un piccolo passo nella giusta direzione.

Con tutto il rispetto per l’entusiasmo con cui i nuovi PON e i relativi numeri vengono presentati – quanta strada c’è ancora da fare affinché la scuola sia davvero fattore di sviluppo, lievito, catalizzatore, apripista e non (al solito) fanalino di coda rispetto alla società e al paese.

Buona primavera di PON a tutti!

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