BYOD A SCUOLA

Smartphone in aula, molti docenti li usano bene

Non si può pensare di formare i cittadini di oggi e di domani continuando a vietare l’uso didattico dei dispositivi mobili, ma è ora di uscire dalla povertà del “sì o no” per cominciare a ragionare sul “come” fare bene le cose

22 Set 2017
Mario Pireddu

Università Roma Tre

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Le dichiarazioni della ministra dell’istruzione, dell’Università e della Ricerca Valeria Fedeli relative all’azione #6 del Piano Nazionale Scuola Digitale (PNSD) hanno provocato una ridda di reazioni per la gran parte di natura umorale. Eppure sarebbe bastata una lettura dello stesso PNSD, pubblicato più di due anni fa: le disposizioni per le Politiche Attive per il BYOD (Bring Your Own Device) lì contenute prevedevano l’apertura al concetto di “classe digitale leggera” e a metodologie didattiche in grado di sfruttare le opportunità dei dispositivi mobili. Di semplice lettura anche per i non addetti, il PNDS proponeva di “bilanciare l’esigenza di assicurare un uso ‘fluido’ degli ambienti di apprendimento tramite dispositivi uniformi, che garantiscano un controllato livello di sicurezza, con la possibilità di aprirsi a soluzioni flessibili, che permettano a tutti gli studenti e docenti della scuola di utilizzare un dispositivo, anche proprio”.

L’obiettivo dell’azione #6 era quello di superare le disposizioni draconiane e censorie elaborate in precedenza, come la Direttiva del Ministro Fioroni del marzo 2007: quel testo faceva ancora riferimento ai “telefoni cellulari” e alla necessità del divieto del loro utilizzo, ma in dieci anni l’evoluzione dei dispositivi mobili personali e dei loro software ha reso centrali nella vita delle persone oggetti che all’epoca non esistevano, come gli smartphone e i tablet.

Qualche passo avanti lo si era fatto nel 2010 grazie al documento “La privacy tra i banchi di scuola” elaborato dall’Autorità Garante per la Protezione dei Dati Personali: lì si proponeva un primo ammorbidimento della Direttiva del 2007, con il riferimento alla possibilità per le istituzioni scolastiche di “regolare o inibire l’utilizzo di registratori audio-video, inclusi i telefoni cellulari abilitati, all’interno delle aule di lezione o nelle scuole stesse”. Nel 2012 la sezione Ufficio Relazioni con il Pubblico (URP) del sito del MIUR riportava una sintesi dei chiarimenti del Garante con una implicita accettazione della possibilità d’uso di tablet “per fini didattici”. Una presa d’atto che successivamente ha portato sempre più istituti a dotarsi di un apposito regolamento per l’utilizzo di cellulari e dispositivi mobili (si veda qui un esempio).

Non sono pochi i docenti italiani che utilizzano con successo da anni i dispositivi mobili (si veda a titolo esemplificativo qui, qui e qui), eppure sempre senza una cornice legislativa di riferimento priva di ambiguità. Nell’ambito del PNSD, e per voce dell’allora sottosegretario all’Istruzione, nel giugno e nel novembre del 2016 il divieto di utilizzo di qualsiasi dispositivo a scuola è stato descritto come “una contraddizione”, e solo in queste ultime settimane, con parecchio ritardo rispetto all’attuazione del Piano, la ministra ha comunicato l’insediamento di una commissione ministeriale incaricata di costruire le linee guida per l’utilizzo dello smartphone in aula.

La ministra ha fatto riferimento alla necessità di insegnanti adeguatamente preparati e ai dispositivi mobili come strumenti didattici per facilitare l’apprendimento, ma le reazioni alle sue dichiarazioni hanno subito mostrato un generale atteggiamento di rigetto e chiusura preconcetta da parte degli operatori scolastici, di non poca accademia e da parte dell’opinione pubblica.

Un dibattito pubblico povero, spesso costruito su emotività, sensazionalismo e catastrofismo (la tecnologia come droga), distanza dai temi della didattica quando non vera e propria incompetenza: tra le personalità al centro di questa discussione, politici e giornalisti poco competenti in fatto di didattica e media education (e questo anche laddove impegnati nella promozione del digitale in altri settori).

In un lungo articolo pubblicato proprio qui su Agenda Digitale alla fine del mese di luglio, Donatella Solda e Damien Lanfrey – estensori e coordinatori del PNSD sin dall’inizio – hanno cercato di fare il punto sul Piano a due anni dalla sua implementazione. Da luglio a oggi sono trascorsi due mesi, ma evidentemente molti dei commentatori attuali non leggono e non si interessano realmente di questi temi, oppure erano già impegnati in attività più vacanziere e hanno dovuto attendere le dichiarazioni della ministra per venire a conoscenza di qualcosa che era già contenuto nel Piano approvato, pubblicato e implementato venti mesi fa. Nell’articolo di luglio veniva annunciato esplicitamente l’insediamento di due gruppi di lavoro dedicati allo sviluppo di linee guida “chiare ed efficaci per le scuole” sull’uso dei dispositivi personali degli studenti, e allo studio dell’innovazione metodologica nella didattica per poter offrire alle scuole modelli applicabili e replicabili. Al centro del ragionamento che ha ispirato queste ulteriori disposizioni, vi sono l’attenzione ai temi dell’educazione ai media e all’informazione, della data literacy, e “l’introduzione definitiva delle competenze digitali negli ordinamenti scolastici”.

Se il mondo è sempre più digitale, se tutto quel che facciamo nella vita di ogni giorno passa sempre più da media e ambienti digitali e di rete – vale per i nostri consumi culturali come per le news, la sanità, il marketing, il tracciamento e la gestione dei dati personali, etc. – non si capisce come si può pensare di formare i cittadini di oggi e di domani continuando a vietare l’uso didattico dei dispositivi mobili. Una tale presa di posizione finisce per essere paradossale, oltre che neoluddista, e significa solo una cosa: si vuol lasciare al solo uso per l’intrattenimento e al solo mercato le opportunità dischiuse da tecnologie così potenti. In una spirale autoprofetica di lamento continuo, si dimostra così la propria impreparazione e la distanza dalle più recenti raccomandazioni europee, prodotte da gruppi di lavoro internazionali dopo anni di lavoro e approfondimento. Insomma, per non restare impantanati in un dibattito manicheo e grottesco, è ora di uscire dalla povertà del “sì o no” per cominciare a ragionare sul “come” fare bene le cose.

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