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formazione

Università e digitale, il futuro è il docente mentore per lo studente

Le tecnologie digitali non spazzeranno via gli insegnanti ma ne rimodelleranno ruolo e competenze. Il vero valore aggiunto del docente (stimolare discussioni e pensiero critico) resterà inimitabile, come insostituibili restano conoscenza e confronto. Ecco perché le Università devono ripensare da zero il metodo didattico

06 Lug 2018

Stefano De Nicolai

Department of 'Business and Economic Sciences', University of Pavia


Troppo spesso la questione su come gli insegnanti debbano affrontare la trasformazione digitale, “per stare al passo coi tempi”, viene affrontata meramente sul piano tecnologico. Questo è un grave errore. Ci si focalizza solo sul passaggio dalla carta agli e-book, dalla formazione in aula all’e-learning, e così via.

Un esempio vissuto in prima persona può aiutare a chiarire meglio quanto appena affermato.

Una volta mi è capitato di incontrare in biblioteca un mio studente il giorno dopo aver tenuto una lezione di strategia aziendale sulla cosiddetta ‘Catena del Valore di Porter’. Quello stesso studente stava ripassando la mia lezione… guardandosi online un video di Micheal Porter, che spiegava per l’appunto la ‘catena del valore’ da lui stesso teorizzata.

Ora, io mi sento un buon insegnante, ma dubito di sapere spiegare la catena del valore di Micheal Porter meglio di Micheal Porter, o anche solo allo stesso livello. Il punto è ormai sul web si può trovare materiale didattico davvero di elevatissima qualità, spesso pure gratuitamente, così che per Università e insegnanti diventa sempre più difficile creare valore per i propri studenti, nonché distinguersi da concorrenza e alternative (che spesso si trovano appunto in rete.

I servizi educativi non rischiano una “Retail Apocalypse”

Qualcuno potrebbe credere si tratti di un fenomeno non poi così diverso dal cosiddetto ‘Retail Apocalypse’: Amazon e pochi altri grandi player dell’e-commerce sono stati così bravi da creare quasi-monopoli del commercio facendo leva su modelli di business digitali, i quali consentono di garantire – contemporaneamente –  tanto una elevata qualità del servizio quanto dei prezzi bassi. Similmente, si potrebbe essere portati a pensare che pochi dominatori del digital education potrebbero spazzar via una pletora di piccoli enti formativi e ridurre drasticamente i posti di lavoro disponibili per chi vuole fare l’insegnante, specie nel comparto high-education (dove è più semplice e naturale per l’utente fare da sé).

Non sarà così. I servizi educativi sono ben diversi da quelli commerciali: continueremo ad avere bisogno di tanti insegnanti, forse ancor di più che in passato. D’altro canto, chi svolge questo lavoro sarà destinato a cambiare – drasticamente – ruolo ricoperto e a rinnovare le sue competenze. Tornando all’esempio di prima, quando ho incontrato lo studente di cui sopra, egli mi ha chiesto: “Prof, già che la incontro, le posso fare una domanda? Anche dopo aver visto questo video, mi resta un dubbio: posso applicare il modello della catena del valore fuori dal comparto manifatturiero?”. La mia risposta è stata: “Chiedilo a Michel Porter”.

Qual è il vero valore aggiunto del docente

Voglio dire, le piattaforme digitali possono creare nuovi ed efficaci modelli di fruizione dei contenuti formativi, ma il valore aggiunto del docente nei processi di interazione e confronto, quale stimolatore di discussioni e pensiero critico, nonché come ‘educatore’ in senso stretto resta tuttora inimitabile e scarsamente replicabile sul web.

Anche i tentativi di replicare tali circostanze per via telematica si sono finora dimostrati, in larga parte, piuttosto fallimentari. La conoscenza personale, il confronto continuo fra docente e discente, il fatto di essere nella stessa stanza e vivere “la stessa atmosfera’, la possibilità di incontrarsi davanti ad una macchinetta del caffè restano dinamiche sociali che fanno la differenza quando i modelli di formazione si basano sull’interattività e sull’apprendimento applicato, anziché sulla didattica frontale. Secondo questo paradigma, l’insegnante è un po’ meno formatore – quantomeno secondo l’accezione tradizione – e sempre più coach, mentor, facilitatore dei processi di apprendimento.

Flipped classroom e sviluppo del pensiero critico

In questo senso un trend molto interessante è rappresentato dalle cosiddette ‘flipped classroom’. Si tratta di una metodologia didattica innovativa che fonde soluzioni off-line ed on-line in un unico modello dirompente che ‘rivolta’ il paradigma tradizione. Nelle classi ‘flipped’, gli studenti anziché apprendere le nozioni in classe e fare poi compiti di approfondimento a casa, vengono invitati a studiarsi da soli – a casa e preventivamente – gli argomenti oggetto della lezione, così che quest’ultima diventa unicamente oggetto di dibattito, approfondimento, esercitazione sotto la supervisione del docente. Se in una lezione tradizione il docente conclude tipicamente i lavori chiedendo “avete domande?”, in una sessione flipped questa domanda è all’inizio, è il modo con cui si rompe il ghiaccio.

Il tempo insieme viene quindi dedicato a sviluppare pensiero critico, a chiarire le parti più complesse, a provare ad applicare i concetti con simulazioni ed esercizi.

Per quanto questo approccio sia stato introdotto per la prima volta ormai venti anni fa – nel libro “Effective Grading”, di Walvoord and Anderson, 1998 – esso ha cominciato a diffondersi specie negli ultimi anni poiché, se da un lato, non ha nulla a che fare con la tecnologia (è un diversa filosofia didattica, nulla più), dall’altro avere a disposizione una piattaforma che ti consente di condividere i contenuti in modo semplice e a basso costo ha dato una forte spinta alle classi ‘flipped’. Si tratta di un tema molto attuale: basti pensare che la Nanyang Technological University (NTU) –  l’Università numero 22 al mondo secondo il Financial Times – ha da poco realizzato un investimento da 75 milioni di dollari per implementare il modello ‘fully flipped’ in almeno il 50% dei suoi corsi.

L’esperimento dell’Università di Pavia

Anche all’Università di Pavia abbiamo provato ad abbracciare questa rivoluzione. Per esempio nella nostra laurea magistrale internazionale in management (il MIBE) e nello specifico nel corso di digital marketing: zero lezioni frontali, un pacchetto ben studiato di video online e articoli digitali da visionare da parte dello studente prima di ogni singolo incontro, solo ed esclusivamente discussione critica ed esercitazioni pratiche quando si è aula. Non solo: abbiamo provato a combinare questo approccio con un apprendimento davvero applicato.

Anziché spiegare come si fa una campagna di digital marketing, abbiamo fornito le basi con il metodo sopra descritto, abbiamo fatto esercitare gli studenti con gli strumenti di web advertising più noti, dopo di chi abbiamo creato dei team di lavoro che sono stati messi in rete con piccole imprese che volevano sperimentare il digital marketing. Ciascuna impresa ha messo a disposizione 500 euro – veri, nessuna simulazione – a ciascun team, i quali sono stati stimolati ad ottimizzare questo piccolo tesoretto e avviare e gestire una campagna reale, sotto la supervisione dei docenti. Alla fine del corso, il voto è stato assegnato sulla base di veri risultati ottenuti sul campo, sui cosiddetti ‘analytics’.

Attenzione: la finalità è didattica, quindi qualcuno che ha ottenuto risultati ottimi (crescita delle visite al sito, vendite di prodotti online, etc.) ha preso un voto mediocre perché non ha saputo spiegare bene come i risultati sono arrivati e perché (eh, un po’ di fortuna serve anche nel digital marketing, specie all’inizio), così come qualche team che ha presentato analytics un po’ deludenti è stato comunque premiato con un voto alto perché ha dimostrato di aver capito bene cosa è successo e di avere le idee chiare su cosa fosse necessario migliore. Tutti hanno imparato tantissimo e una volta entrati nel mondo del lavoro hanno dimostrato di sapersi districare bene con le piattaforme di marketing digitale fin dal primo giorno. Questo esperimento ha dato grandi soddisfazioni: il corso è balzato al primo posto come valutazione da parte degli studenti, e il loro placement nel modo del lavoro è schizzato alle stelle.

La formazione personalizzata

Non è tutto: l’innovazione nel campo education ci riserva molte altre sorprese. Ad esempio, il futuro è anche nella formazione personalizzata: offrire un servizio identico ad una classe di 100 ragazzi ciascuno con 100 storie diverse è come aprire un negozio di calzature offrendo al pubblico solo scarpe numero 41. Però “si è sempre fatto così” e quindi qualcuno crede si continuerà “a fare così”. Qualcuno crede pure che sia un concetto bellissimo sulla carta, ma utopistico in quanto troppo complesso e/o troppo costoso da implementare.

Chi la pensa così dimentica che tutte le più grandi innovazioni sono nate sfidando concetti incrostati in abitudini consolidate e accettando la sfida di paradossi apparentemente impossibili da realizzare. Prendete la macchina del tempo che avete nel garage e tornate a prima dell’invenzione delle compagnie aree low cost: avreste trovato qualcuno disposto a credervi affermando che si può trovare un modo per offrire un volo da Londra a Milano con 50 euro, e guadagnarci pure? Analogamente, grazie alle piattaforme di digital education e agli algoritmi di cognitive computing, offrire a ciascun utente un piano di formazione personalizzato sarà qualcosa di reale molto presto.

Care Università, è tempo di smettere di farsi la guerra su chi offre il corso di laurea sui temi più innovativi: è a monte il metodo didattico da innovare, non i contenuti. Tanto questi ultimi diventeranno obsoleti prima che il Ministero vi abbia approvato la programmazione didattica, fatevene una ragione.

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