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l'analisi

Privacy dei minori sui social, con il GDPR: così tuteliamo i loro interessi

Deve prevalere il principio di “best interest of the child” che rispetti la costruzione dell’identità di un cittadino di domani nel contesto digitale dell’oggi. Ecco perché 13 anni sono meglio di 16 per social e chat. Ecco alcuni principi chiave

26 Apr 2018

Giovanni Boccia Artieri

Università di Urbino Carlo Bo


Il tema “minori e società dell’informazione” è uno dei nodi culturali del GDPR (General Data Protection Regulation) che entrerà in vigore dal 25 maggio 2018, occupandosi del tema privacy e regolando il trattamento e la libera circolazione dei dati personali. Lo vediamo già nel gioco d’anticipo che in questi giorni ha attuato la piattaforma di messaggistica istantanea Whatsapp alzando da 13 a 16 anni l’età minima per l’utilizzo del suo servizio all’interno dell’Unione europea. Non si tratta di un divieto di utilizzo per gli under 16 ma della necessità di avere l’autorizzazione dei genitori per accedere.

Leggiamo infatti nell’art. 8 del Regolamento che: “per quanto riguarda l’offerta diretta di servizi della società dell’informazione ai minori, il trattamento di dati personali del minore è lecito ove il minore abbia almeno 16 anni. Ove il minore abbia un’età inferiore ai 16, tale trattamento è lecito soltanto se e nella misura in cui tale consenso è prestato o autorizzato dal titolare della responsabilità genitoriale.”

Ma l’articolo continua spiegando che “gli Stati membri possono stabilire per legge un’età inferiore a tali fini purché non inferiore ai 13 anni”. Il che significa che la piattaforma di messaggistica che è parte dell’ecosistema di Facebook e Instagram, anticipa l’attuazione senza aspettare le decisioni dei singoli Stati interpretando, mi pare, dopo la vicenda di Cambridge Analytica – relativa all’uso di informazioni personali di utenti Facebook per la micro-targettizzazione –  un clima culturale e dell’opinione pubblica che è propenso ad una direzione restrittiva.

Privacy, social e consapevolezza dei minori

Il tema della consapevolezza dei minori circa la privacy e il possibile utilizzo dei dati che disperdono nei social network è certamente una questione rilevante, che però va accompagnata alla questione del “best interest of the child” per come viene riportata nella Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Per questo riflettere sulle conseguenza delle scelte nella forbice 13-16 è un’occasione più generale di affrontare il tema “digitale e minori” nel nostro Paese.

Occorre innanzitutto osservare che l’esperienza quotidiana dei ragazzi è contraddistinta in modo ormai stabile da un’ibridazione mediale che associa Internet e mobile, all’interno di un contesto caratterizzato da una continuità online-offline (Boccia Artieri ed al. 2017) che diventa un elemento costante nelle loro vite, tra opportunità e sfide.

Lo smartphone rappresenta infatti oggi in Italia lo strumento principale con cui i minori accedono a Internet, usandolo quotidianamente per andare online: il dato è dell’89% per la fascia 13-14 anni e 97% in quella 15-17 (Mascheroni,G. e Ólafsson K. 2018).(su una media nazionale dell’84%).  La portabilità dell’accesso a Internet ha fatto sì che gli ambienti domestici, di transito, così come i luoghi pubblici siano sempre più saturati dalla connessione per esperienze di informazione e intrattenimento. In tal senso già a partire almeno dai 13 anni lo stato di connessione costituisce una parte dell’esperienza quotidiana (va notato che tale esperienza è consistente anche nelle precedenti calassi di età: 71% per 9-10 anni e 89% per 11-12 anni).

Ragazzi, smartphone e reti sociali, quale impatto sulla vita collettiva

L’uso costante di tali strumenti ha inciso fortemente sia sulla produzione sia sulla circolazione e visibilità delle reti sociali e di contenuti generati dagli utenti, con un impatto sostanziale sulla costruzione sociale della vita collettiva dei giovani.

Internet e la sfera del digitale hanno cioè espanso il contesto quotidiano dell’agire, in una realtà in cui l’immateriale ha ricadute concrete sulla dimensione materiale della vita.

Spazi, tempi e linguaggi delle interazioni sociali e il senso di prossimità sono cambiati, “connettendo” il vicino e il lontano; l’ambiente quotidiano è vissuto in rapporto diverso con la socialità, il consumo, l’informazione, la cultura e l’intrattenimento; la relazione tra comunicazioni interpersonali e comunicazioni di massa è ri-articolata, richiedendo nuove competenze per affrontare un modo diverso di comunicare da parte di individui e istituzioni.

Le tracce lasciate da queste interazioni digitali sono visibili, monitorabili, ricercabili, archiviabili: si tratta di nuove forme di datificazione, in cui le persone sono rappresentate dall’insieme di dati che producono e disperdono in rete nelle loro interazioni e che pongono nuove domande di protezione e di privacy, nuovi punti di vista, tra sorveglianza e libera distribuzione di informazioni.

In particolare poi l’accesso always on e anywhere dei ragazzi, mutando le coordinate spazio-temporali dell’esperienza, aumenta le possibilità di “collasso” fra online e offline che apre non solo a nuove possibilità di conoscenza e di partecipazione attiva ma anche a rischi relativi alla privacy e a ricadute sulla dimensione quotidiana della vita dei ragazzi che hanno a che fare con la dimensione della reputazione, dell’hate speech, con forme di bullismo online, ecc.

Minori e consenso digitale, il tema della consapevolezza

È a partire da tale contesto relativo alle pratiche di connessione dei minori che occorre contestualizzare il consenso digitale e la relativa soglia di età tra i 13 e i 16 anni per il trattamento di dati personali del minore.

Il dibattito pubblico sul tema “privacy e minori” è culturalmente esploso a fronte della diffusione e dell’uso dei social media che hanno un’età minima per l’iscrizione fissata a 13 anni. Si tratta di un dibattito pubblico che spesso dà per scontata una scarsa consapevolezza di base dei più giovani per temi come quello della tutela della propria privacy. Penso ad esempio a come abbia alimentato il dibattito pubblico il saggio di Aldo Cazzullo in dialogo con i figli “Metti via quel cellulare”.

In realtà le ricerche mostrano come esista una relazione negativa tra età e privacy, tale per cui i giovani hanno preso provvedimenti sulla privacy online più degli adulti (Blank G., Bolsover G., Dubois E. 2014): la privacy online è una norma sociale forte.

Sul piano culturale dovremmo quindi superare la dicotomia tra l’atteggiamento che dice “gli adolescenti non sono interessati ai rischi della privacy” e quello che sostiene “gli adolescenti non conoscono i rischi della privacy” e pensare a un’altra ipotesi: gli adolescenti sono attenti a ottimizzare la loro privacy ma, allo stesso  tempo, non vogliono rinunciare alla possibilità di visibilità pubblica offerte dai social media.

Ragazzi e social: il paradosso della privacy

È questo il nuovo paradosso della privacy: i social media – e diversi siti online – sono stati incorporati nella vita sociale dei ragazzi che devono poter rivelare informazioni su se stessi nonostante il fatto che questi siti non forniscano adeguati controlli sulla privacy.

Infatti per esistere online i ragazzi devono poter vivere e raccontarsi allo stesso tempo. Si devono poter “sporgere” nell’ambiente digitale e sentirsi liberi di ritrarsi in modo sicuro quando vogliono. Gli adolescenti vogliono vedere ed essere visti: è questo che risponde, alla loro età, al normale bisogno di validazione da parte degli altri, a partire dal gruppo di pari che è presente – e con cui interagiscono – online. Le foto condivise su Instagram e le parole diffuse negli altri social media, le immagini e i messaggi vocali su WhatsApp costruiscono il loro romanzo di formazione, prodotto e condiviso collettivamente con gli amici e altri lettori occasionali.

Nuovi diritti per nuovi modi di abitare il digitale

Dobbiamo quindi confrontarci con le regole da costruire per un comportamento responsabile e appropriato nell’uso delle tecnologie ma nel farlo dobbiamo pensare di andare più a fondo nel loro romanzo di formazione, non concentrandoci solo sui temi della sicurezza e della costruzione di una visione critica che insegni a distinguere la qualità (e veridicità) dell’informazione che troviamo online. Quello che oggi infatti viene richiesto è un atteggiamento più radicale che ha a che fare con una serie di diritti degli adolescenti da rispettare a sostenere all’insegna del best interest of the child. Tra i più rilevanti, accanto al diritto a informarsi ed intrattenersi, diritti che più direttamente – in linea con la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza – hanno a che fare con la cittadinanza di domani: il diritto a trovare una propria voce nella dimensione digitale, il diritto a costruire connessioni con gli altri, il diritto a contribuire all’opinione pubblica attraverso la libertà di espressione, di potere fornire pareri, di commentare.

Sono diritti che hanno a che fare con la capacità di abitare il digitale superando il dualismo fra una realtà online e una offline: la capacità espressiva che gli adolescenti esibiscono sul web, i rapporti che intessono tra sistemi di messaggistica istantanea e social media e la capacità di influenza del discorso pubblico che possono  assumere consapevolmente online, sono le qualità del cittadino di domani, qualità che hanno a che fare con gli atomi e non solo con i bit.

Quali competenze per un’educazione emotiva al digitale

Educare gli adolescenti a capire come attraverso il digitale possono influenzare il mondo che li circonda è il compito che da adulti possiamo assumerci. Un compito che ha a che fare con una competenza sul “senso” più che sulla tecnica. E aiutarli a costruire un’educazione emotiva al digitale è un altro obiettivo da porsi, insegnandogli a trattare le persone che producono contenuti come delle persone e non come dei contenuti.

Tali diritti hanno a che fare con la consapevolezza necessaria ai fini di un utilizzo positivo, utile e attivo delle piattaforme digitali. Una consapevolezza che si intreccia con lo sviluppo cognitivo dal punto di vista evolutivo e che, come evidenziano diversi studi psico-pedagocici, hanno uno sviluppo significativo a partire dai 12 anni di età. È a partire da tale età che assistiamo infatti ad uno sviluppo di processi mentali complessi di tipo logico-formale (il pensiero astratto), la possibilità di formarsi idee proprie e di considerare la diversità dei punti di vista, costruendosi una propria visione del mondo. La partecipazione alla dimensione digitale entra oggi in modo attivo in questo processo e diversi studi (Vasile C. 2012) indicano come i ragazzi – ma non solo – si stiano adattando a nuovi modi di elaborazione delle informazioni, che la costruzione della personalità stia passando attraverso relazioni sociali che si costruiscono nella continuità online/offline e che anche l’area emotiva si stia adattando a questo contesto.

Se seguiamo queste evidenze scientifiche, già a partire dai 13 anni abbiamo a che fare con una consapevolezza nello sviluppo identitario che viene agito sia in contesti offline che online.

I ragazzi e la consapevolezza attiva sui contenuti online

Anche sul piano dell’informazione, un recente studio Ofcom – garante comunicazioni UK –ha evidenziato che i ragazzi fra i 12 e 15 anni sono consumatori relativamente sofisticati di notizie online. In particolare attraverso piattaforme: il 54% ha utilizzato infatti Facebook, Twitter o Snapchat per accedere a online news. Il 73% ha dichiarato di essere consapevole delle fake news e di questi l’86% ha dichiarato di attuare strategie di fact-checking. In sintesi ci troviamo di fronte ad un buon livello di consapevolezza di questa fascia d’età circa la tipologia di contenuti che si possono incontrare online e al corrispondente sviluppo di pratiche connesse al mondo dell’informazione per la verifica e l’approfondimento e possiamo dire, usando le parole di Emily Keaney, responsabile della ricerca, che “la generazione digitale sta diventando sempre più esperta online”.

A partire dai 12 anni abbiamo quindi una consapevolezza attiva dell’uso delle piattaforme così come uno sviluppo pedagogico di capacità cognitive complesse da parte dei ragazzi.

Sul piano delle pratiche digitali sappiamo, poi, che le dinamiche partecipative all’ambiente digitale, la costruzione di relazioni sociali così come la produzione oltre che fruizioni di contenuti, è già pienamente in essere alla soglia dei 13 anni – l’accesso quotidiano da smartphone è già presente nella metà dei bambini italiani di 9-10 anni (Mascheroni,G. e Ólafsson K. 2018), che spesso utilizzano ambienti online evitando i limiti di età eventualmente imposti.

Abbiamo quindi a che fare, in Italia, con una realtà in cui i ragazzi di 13 anni si confrontano quotidianamente e in modo stabile con servizi e piattaforme digitali che entrano nel loro percorso di formazione quotidiano e nella costruzione della loro consapevolezza sul mondo e la realtà sociale circostante, oltre che nelle dinamiche di formazione della loro personalità.

Come abbiamo visto, sul piano cognitivo, su quello informativo online e su quello relazionale abbiamo uno sviluppo di consapevolezza almeno già a partire dai 12 anni.

Età minima di utilizzo, perché 13 anni è meglio di 16

Porre quindi una soglia più alta, come ad esempio quella dei 16 anni, suggerita come regola generale al punto 8.1. dal “Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati”, significherebbe riferirsi ad una condizione ideale ma che non è presente nelle prassi adottate e che si orienterebbe ad una soglia di consapevolezza più elevata rispetto a quella già in divenire. Il che potrebbe portare alla produzione generalizzata di un “effetto perverso” per il quale l’innalzamento finirebbe per deresponsabilizzare l’istituzione educativa, l’opinione pubblica e anche le diverse piattaforme.

Avere una soglia di 13 anni significherebbe invece responsabilizzare non solo i player di mercato ma l’intera comunità attorno al tema. Non sarebbero quindi i genitori a creare un discrimine sulla consapevolezza dei figli ma l’intera società – mercato incluso – dovrebbe farsi carico della possibilità che tredicenni siano presenti online. E quindi farsi carico di un ambiente digitale “adatto” a diversi livelli – di contenuti, di policy, di suo dei dati personali, ecc. – alla presenza di giovani di questa età.

Ma temo che alla fine ci orienteremo alla soglia proposta dall’Europa di 16 anni, ridurremo il tema della privacy e della maturità dei nostri figli nella realtà connessa ad un bottone di approvazione (“Hai più di 16 anni?”) o all’ennesima richiesta di mentire sulla data di nascita. O a un fatto burocratico, magari complicato dalle richieste dei singoli Paesi (invio di copie fotostatiche e giurate di C.I. dei genitori) che saranno più o meno disattese dalle piattaforme.

Invece il tema del “consenso digitale” va inquadrato nel più ampio contesto culturale ed evolutivo dell’adolescenza al tempo di Internet, facendo prevalere il principio di best interest of the child che rispetti la costruzione dell’identità di un cittadino di domani nel contesto digitale dell’oggi.

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