Digital Services Act, così la Ue prepara la stretta sui colossi web: obiettivi e problemi | Agenda Digitale

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Digital Services Act, così la Ue prepara la stretta sui colossi web: obiettivi e problemi

A poche settimane dalla presentazione della proposta europea del Digital Services Act diventano più probabili nuove tensioni tra i colossi del web e l’Ue. Tensioni che potrebbero avere un forte impatto sulle nuove regole del web. Facciamo il punto

11 Nov 2020
Monia Donateo

Polimeni.Legal

Antonino Polimeni

Avvocato, Polimeni.Legal

Recovery Fund

L’UE, oltre che essere leader nella legislazione privacy e nel rispetto dei paletti sul data transfer (dopo la pronuncia Schrems II), è ormai in prima linea nella creazione di un panorama digitale unico. Si appresta a mettere in campo tutte le nuove regole a tutela del mercato unico digitale che saranno contenute nel testo definitivo, il Digital Services Act.

Cos’è il pacchetto Digital Services Act

Ci troviamo di fronte ad uno dei progetti faro del piano della Commissione per creare “un’Europa adatta all’era digitale” tesa a rafforzare il mercato unico dei servizi digitali, promuovere l’innovazione e la competitività dell’ambiente online europeo.

Il pacchetto del Digital Services Act verrà introdotto per regolare ex ante le attività delle piattaforme online che agiscono come gatekeeper, che ora stabiliscono le regole del gioco per i loro utenti e i loro concorrenti. L’iniziativa dovrebbe garantire che tali piattaforme si comportino in modo equo e possano competere direttamente con nuovi operatori e concorrenti esistenti, in modo che gli utenti abbiano più ampia scelta e il mercato unico rimanga competitivo e aperto alle innovazioni.

Tuttavia, nell’aggiornamento di alcuni aspetti del mercato interno per i servizi online, questa proposta sta affrontando questioni estremamente spinose come, appunto, le modifiche al principio di esonero della responsabilità dei fornitori di servizi online, attualmente previsto dalla Direttiva 2000/31/CE.

Ecco le principali novità che potrebbero essere introdotte:

  • Nuovi algoritmi di rimozione di contenuti illeciti che pongono il problema della “effettiva” conoscenza da parte della piattaforma, obbligandola alla rimozione del contenuto con conseguente responsabilità in caso di inerzia (dunque, palesemente in contrasto con l’attuale quadro normativo);
  • Nuovo sistema di segnalazione di contenuti illeciti da parte degli utenti della piattaforma;
  • Comunicazione su come le piattaforme erogano i servizi di pubblicità online.

Un portavoce della Commissione ha riferito che la proposta verrà presentata entro la fine di questo anno e “creerà uno spazio digitale più sicuro per tutti gli utenti in cui i loro diritti fondamentali sono protetti, nonché una parità di condizioni per consentire imprese a crescere nel mercato unico e competere a livello globale “.

Il controllo sugli algoritmi a tutela della democrazia

La legge che potrebbe essere approvata dalla Commissione europea, e di cui si discute negli ultimi giorni, appare in rotta di collisione con i modelli di business delle Big Tech.

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Nel discorso del 30 ottobre ai deputati del Parlamento europeo, la Commissaria per la concorrenza, Margrethe Vestager, ha tracciato il fulcro del Digital Services Act negli aspetti legati all’ADV dei player digitali.

Seppur ritenendo che gli algoritmi delle grandi piattaforme siano oramai indispensabili a mettere ordine alla quantità immane di contenuti di qualsiasi genere, sostiene che ciò minaccia la nostra democrazia, la nostra autodeterminazione, in sostanza la visione del mondo, nella misura in cui scelgono inevitabilmente cosa promuovere e cosa nascondere convincendoci che quello che vediamo per prima sia più importante del resto.

Il dubbio che ha spinto la Commissione Europea a cercare un rimedio a questo fenomeno è la concreta possibilità che l’ampio arbitrio guadagnato dai Big possa spingere questi meccanismi a selezionare i contenuti per noi non solo in base ai parametri e alle tendenze soggettive, ma anche in base al guadagno che una risposta può ottenere, minando irreversibilmente “la nostra comprensione condivisa di ciò che è vero e ciò che non lo è”.

Pertanto, sul punto, la proposta che verrà presentata dalla Commissione il prossimo dicembre potrebbe contemplare l’onere per le piatteforme di:

  • spiegare esattamente come vengono mostrate le pubblicità;
  • spiegare come vengono rimossi alcuni contenuti (e dare la possibilità all’utente di contestarne la rimozione);
  • riferire chi mostra i contenuti;
  • spiegare in base a quali criteri vengono presentati certi contenuti a quello specifico utente.

Dunque, dovranno probabilmente “svelare” le informazioni relative a chi ci sta “influenzando”, di modo da avere maggiori possibilità di individuare quando gli algoritmi ci discriminano. Queste possibili prescrizioni vanno nella direzione della più ambiziosa creazione da parte dell’Unione Europea di un ecosistema di fiducia basato sull’intelligenza artificiale.

Le piattaforme dovranno anche dare all’utente la possibilità concreta di settare tutti i parametri in base a cui il sistema di raccomandazione funziona, ma non solo, dovranno anche presumibilmente cooperare con le autorità fornendo all’uopo l’accesso ai dati, aspetto che di fatto li svuota della” indipendenza” ed “estraneità” ad oggi ancora vigente ai sensi della richiamata Direttiva 2000/31/CE.

E dalla paventata perdita di controllo della società moderna, in spregio a tutti i principi democratici sin ora guadagnati, che verrebbe in soccorso il Digital Services Act “per non compromettere i grandi vantaggi che otteniamo dalle piattaforme. Ma per assicurarci che noi, come società, abbiamo il controllo. Che queste piattaforme sono ciò che dovrebbero essere: strumenti che ci aiutano a dare un senso alla grande quantità di informazioni disponibili, non tutori che decidono cosa possiamo e non possiamo vedere” dichiara la Commissaria europea.

Lato gatekeeper è facile desumere che se si concede all’utente la possibilità di capire che viene “targetizzato” (perché magari addicted allo sport) e potrà scegliere di rimuovere il parametro “sport” divenendo così meno attraente per gli investitori principali con buona pace del business principale delle piattaforme. Motivo per cui, con questa stretta, difficilmente le piattaforme potranno essere ancora ugualmente appetibili nel mercato delle adv.

Negli ultimi giorni è trapelata l’esistenza di un rapporto “privileged and need-to-know” e “confidential and proprietary” inviato da Google alla Commissione Europa che contesta decisamente le nuove proposte a sostegno di un DSA che possa contribuire alla ripresa dell’Europa e al progresso economico. Tutte intenzioni astrattamente condivisibili, ma a quanto pare tale documento è stato inviato con il preciso obiettivo di “minare l’idea che il DSA non ha alcun costo per gli europei” e “mostrare come il DSA limita il potenziale di Internet…nonostante il beneficio apportato alle persone”.

Pertanto, è facile comprendere come dietro il lavoro del legislatore ci sia il frequente pressing delle grandi aziende tecnologiche per influenzare il discorso pubblico e le future leggi.

A poche settimane dalla presentazione della proposta del Digital Services Act non possiamo di certo escludere che queste nuove tensioni tra i gatekeeper e UE potrebbero avere un forte impatto sulle nuove regole del web.

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