Coronavirus

Gestione dati personali durante le emergenze: perché servono nuove norme

La diffusione del coronavirus dimostra quanto sia assurdo che i dati prodotti dai nostri dispositivi digitali, che sarebbero un grande aiuto alle capacità di affrontare un’emergenza sanitaria, non siano nella disponibilità anche degli enti preposti a tutelare la nostra salute. Le norme vanno cambiate in questa direzione

06 Mar 2020
Massimo Canducci

Professore di Innovation Management presso l'Università di Pavia e Chief Innovation Officer di Engineering

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Tutte le informazioni prodotte dai nostri dispositivi smart – dal cellulare all’orologio in grado di rilevare i nostri parametri vitali – esaminate da algoritmi tradizionali (senza neanche scomodare l’intelligenza artificiale) potrebbero fornire un grande aiuto alle capacità di affrontare un’emergenza sanitaria su scala nazionale. Purtroppo, però, nonostante siano prodotte da noi, non sono nelle disponibilità degli enti che potrebbero usarle come strumento utile a salvare le nostre vite.

Il tema è quanto mai attuale in queste ore febbrili, in cui in tutto il mondo migliaia di persone sono impegnate nel tentativo di contenere la diffusione coronavirus, e diversi team distribuiti in varie zone del mondo si stanno occupando di individuare un vaccino o una cura farmacologica che possa limitarne i danni.

Risulta pertanto quanto mai urgente affrontare questi temi su scala internazionale, per individuare le modalità con cui far convivere le norme che tutelano la nostra privacy con eventuali esigenze eccezionali che dovessero verificarsi.

Le procedure “manuali” di contenimento dei virus

Le procedure per il contenimento della diffusione dei virus come il Covid-19, sono per lo più basate sul tentativo di individuare i soggetti contagiati e di ricostruire insieme a loro quello che hanno fatto nei giorni precedenti, chi hanno incontrato e che luoghi hanno frequentato. Questo con l’obiettivo di provare ad individuare le altre persone che, essendo state in contatto con i soggetti contagiati, potrebbero a loro volta essere state contagiate e quindi avere bisogno di assistenza medica, ma anche perché queste ultime potrebbero essere a loro volta soggetti in grado di contagiare altre persone in una sorta di reazione a catena che, se non interrotta nelle sue fasi iniziali, potrebbe diventare incontenibile.

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L’individuazione del grafo di contagio quindi è un’operazione lunga, complessa e in cui il tempo è una variabile determinante: prima si riescono ad individuare ed avvertire le persone potenzialmente contagiate, prima si può dar loro assistenza e contemporaneamente limitare il diffondersi dell’epidemia impedendo che questi entrino in contatto con altri soggetti.

Il vero problema è che questa fase di ricerca viene compiuta essenzialmente intervistando le persone, chiedendo loro dove siano state nei giorni precedenti, chi abbiano incontrato, che luoghi abbiano frequentato, quali mezzi di trasporto abbiano utilizzato, cercando successivamente di recuperare con enorme fatica i nomi di tutti quelli che possono aver incontrato nello stesso vagone del treno, nello stesso ristorante o alla stessa riunione di lavoro e scontrandosi inevitabilmente con errori, imprecisioni e potenziali omissioni volontarie.

Tutti i dati dei nostri dispositivi digitali

Queste analisi vengono fatte manualmente e con molta fatica, quando in realtà esiste una gigantesca base dati completa, precisa ed affidabile, in grado di fornire l’informazione puntuale di dove fossimo in un certo momento e con chi, fornendo al tempo stesso i dati anagrafici ed i relativi spostamenti successivi di tutte le persone che abbiamo incontrato nel periodo di osservazione, quelle che conosciamo come familiari, amici e colleghi, ma anche quelle che non conosciamo, quelle che ci erano sedute accanto in treno, quelle che erano al tavolo accanto al nostro al ristorante, quelle con cui abbiamo condiviso la sala d’aspetto di un professionista.

Si tratta dell’enorme mole di informazioni generate da noi stessi attraverso gli smartphone, dispositivi che sono utilizzati dalla quasi totalità della popolazione, strumenti che in ogni istante memorizzano le informazioni sulla nostra posizione e le utilizzano per scopi commerciali, per migliorare il nostro profilo da consumatore o per metterci meglio in relazione con i nostri contatti sui social.

Se invece di utilizzare la tecnica delle interviste per determinare posizione e spostamenti nel tempo delle persone potenzialmente contagiose, fossimo in grado di accedere direttamente a queste informazioni avremmo i dati immediatamente, senza possibilità di errori, e saremmo in grado di individuare ed avvertire in tempo reale, attraverso gli stessi smartphone, le persone che sono entrate in contatto con loro, invitandole a comportamenti che non mettano a rischio la loro salute e quella degli altri, e bloccando di fatto la diffusione della malattia, con semplicità e rapidità.

I nostri dati non ci appartengono

Il vero problema però è che questi dati non sono nella nostra reale disponibilità, siamo nel terribile paradosso per cui noi produciamo dei dati con i nostri comportamenti quotidiani, li cediamo ad aziende private che ne fanno un uso commerciale aiutandoci a scegliere un prodotto o proponendoci una vacanza, ma questi dati non possono essere utilizzati da quegli enti dello Stato che invece stanno lavorando per salvarci la vita e che attraverso quei dati potrebbero migliorare enormemente la loro efficienza.

La situazione si complica ulteriormente quando dai semplici dati geografici proviamo a spostare l’attenzione sui dati sanitari rilevati da altri tipi di dispositivi personali, come gli smartwatch: molti di noi infatti utilizzano dispositivi in grado di rilevare il battito cardiaco, la temperatura corporea, la pressione arteriosa e di effettuare veri e propri elettrocardiogrammi.

Questi dati vengono solitamente utilizzati per costruire una sorta di profilo sanitario dell’utente e in alcuni casi hanno contribuito ad individuare precocemente qualche problema di salute.

È del tutto evidente che, durante l’azione di contrasto de un’epidemia potrebbe essere utile, per chi se ne occupa direttamente, sapere che in certe zone del territorio nazionale ci sono numeri anomali di persone con parametri vitali fuori norma o fuori statistica.

Tutte queste informazioni, come abbiamo detto, non possono essere utilizzate tempestivamente dagli enti che potrebbero usarle come strumento utile a salvare le nostre vite.

Dalla data monetization alla data sustainability

Sarà essenziale aggiungere al concetto di “data monetization” un più moderno concetto di “data sustainability” per fare in modo che l’insieme dei dati che produciamo come individui possa essere utilizzato in varie modalità per aiutare le autorità in situazioni eccezionali in quei processi che hanno l’obiettivo di salvare le nostre vite.

Non sarà facile, le norme attuali sembrano non concedere spazi in questa direzione, nel caso andranno riviste individuando le giuste modalità che riescano a garantire adeguati livelli di privacy e un utilizzo davvero nobile del dato a disposizione.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

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