STRATEGIE social

Privacy first, ecco perché proteggere i dati conviene anche a Facebook

Svolta user-oriented dopo la crisi di fiducia esplosa con Cambridge Analytica. Saranno privilegiate le comunicazioni cross-platform, private e criptate rispetto ai post pubblici. Una svolta che potrebbe favorire una maggiore sicurezza degli utenti. Ma anche il core business del social basato sui dati

09 Mag 2019
Francesco Filieri

Legal Specialist Eurobet Italia

Giuseppe Pisciotto

Trainee Lawyer, Studio Finazzi Avvocati


Il fronte privacy si è rivelato il vero tallone d’Achille di Facebook. Il rilancio passa ora da uno switch strategico che punta a tutelare la sicurezza degli utenti, ma anche a blindare i dati in possesso dell’azienda dalle mire dei competitor.

Sì, perché una maggiore attenzione per la privacy potrebbe convenire anche a Facebook, e questo Zuckerberg lo sa molto bene. In questo contesto vanno inseriti il recente annuncio di un redesign che ruota intorno ai gruppi, alla chat Messenger (criptata) e alle storie, al grido (by Zuckerberg) “il futuro è privato”.

Cambridge Analytica vs raccolta del dato

Sappiamo che di contro il 2018 non è stato certo un anno facile per i big tech e per i social media, soprattutto per  la società guidata da Mark Zuckerberg che dopo il caso Cambridge Analytica ha registrato un calo del titolo in borsa pari a circa il 7,3%. Si tratta di una società di consulenza fondata da Robert Mercer nel 2013 che, prima dello scandalo che l’ha coinvolta, trattava dati personali raccolti mediante i canali social al solo fine di creare profili psicometrici degli utenti.

E il 2019 non sembra essere iniziato meglio. Infatti, proprio in questi giorni sono state scoperte due nuove fughe di dati personali che hanno coinvolto più di mezzo miliardo di utenti della piattaforma.

Tali violazioni sono il frutto di una cultura aziendale che ha messo al primo posto il profitto e l’ossessione per il controllo sulla popolazione world wide, lasciando in secondo piano la tutela dei dati personali dei soggetti interessati.

Lo scopo di questo microtargeting comportamentale era quello di costruire pubblicità altamente personalizzate in base al profilo di ogni singola persona. Infatti, grazie a un potente algoritmo, C.A. era in grado di processare un’enorme mole di dati riuscendo a far leva non solo sulle preferenze degli utenti ma anche sulle loro emozioni, desideri e stati d’animo. Ciò si traduceva in campagne di marketing altamente efficaci, in grado di riuscire addirittura a veicolare il voto degli elettori.

Ma cosa c’entra Facebook con Cambridge Analytica?

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Per capire il ruolo di Facebook nella vicenda dobbiamo fare qualche passo indietro. Nel 2014 un ricercatore dell’Università di Cambridge, Aleksandr Kogan, realizzò “thisisyourdigitallife” (“questa è la tua vita digitale”), una app che prometteva agli utenti di produrre profili psicologici e comportamentali, basandosi sulle loro attività online.

Per utilizzare quest’app gli utenti dovevano collegarsi tramite “Facebook Login”, fornendo le informazioni personali contenute nel proprio profilo Facebook.

In questo modo thisisyourdigitallife raccolse i dati di 50 milioni di cittadini americani che trasferì illecitamente alla società C.A., ingaggiata dall’attuale presidente degli Usa Donald Trump per fornire supporto allo stesso durante la corsa alla Casa bianca.

Nei giorni scorsi due nuove fughe di dati personali di Facebook sono state scoperte. La violazione più grave riguarda 540 milioni di informazioni che sono state trovate dal team di Cyber Risk di UpGuard su un cloud accessibile a tutti. Il secondo breach, invece, interessa i dati di “soli” 20.000 utenti, ma non per questo è meno grave.

Come funzionerà la nuova comunicazione 

Da Cambridge Analytica ad oggi molte cose sono cambiate. Il 25 maggio dello scorso anno è entrato in vigore il GDPR e Facebook ha rivisto molti aspetti riguardanti la sua gestione, molto allegra, dei dati personali. L’aria è cambiata e il CEO di Facebook lo ha capito bene.

Lo scorso 6 marzo Zuckerberg in un post sulla sua pagina Facebook ha annunciato una doppia rivoluzione. Da un lato ha dichiarato: “Renderemo possibile l’invio di messaggi ai propri contatti usando qualunque nostro servizio, e prevediamo di estendere questa interoperabilità anche agli sms”, e dall’altro ha aggiunto: “Ci sono vantaggi in termini di privacy e di sicurezza nell’interoperabilità“.

Inoltre, in tema di riservatezza Zuckerberg ha comunicato anche il lancio di una nuova piattaforma online che avrà l’obiettivo di garantire la massima privacy degli utenti, aumentando la sicurezza e la protezione dei dati su tutti i servizi della società.

Fino appunto agli ultimi annunci di redisegn della piattaforma.

Quali vantaggi per il social dalla svolta “privata”

Dopo gli scandali del 2018, quindi, sembra che Zuckerberg abbia deciso di puntare sulle comunicazioni private piuttosto che sulla condivisione pubblica dei contenuti: “Credo che il futuro della comunicazione si muoverà sempre di più su servizi criptati e privati con cui le persone possono essere più fiduciose che quello che si dicono resti al sicuro e che i loro messaggi e contenuti non resteranno in circolazione per sempre”.

Ma siamo davvero sicuri che una società che ha costruito il proprio modello di business sui dati sia in grado di mettere in atto una svolta privacy? Certo, molti esperti hanno concentrato le proprie perplessità proprio su questo punto, su quale possa essere il modello di business nel momento in cui i dati – conversazioni si spostano da luoghi pubblici a luoghi privati. 

Tuttavia, ad avviso di chi scrive, dal nuovo approccio Facebook potrebbe trarre dei vantaggi per almeno due motivi.

Innanzitutto, sicurezza e privacy sono diventati un valore essenziale: gli utenti chiedono sempre più sicurezza e tutela della vita privata, per strada o a casa propria, e naturalmente anche su internet. E un luogo pubblico come Facebook, non può far finta di non sentire le richieste della gente.

Se meno informazioni sono pubbliche, gli utenti del social si sentiranno meno esposti e potranno intensificare l’uso del social. Al tempo stesso, sarà più facile per Facebook monitorare i casi di hate speech e disinformazione pubblica su social (andando così incontro a richieste crescente dei Governi; di contro sarà più difficile però per terze parti monitorare questi fenomeni, che tenderanno sempre più a muoversi nel sotto bosco di gruppi privati chiusi e chat).

In secondo luogo, Facebook ha capito che non conviene diffondere troppi dati ai suoi competitor: i dati sono un asset aziendale e chi ne ha di più vince.

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