Se la lotta al covid-19 minaccia i diritti fondamentali: gli studi | Agenda Digitale

Sorveglianza globale e tech

Se la lotta al covid-19 minaccia i diritti fondamentali: gli studi

Tanti studi pubblicati in questi giorni concordano: per uscire da questa pandemia sarà necessario un bilanciamento tra i diritti. Spesso minacciati dall’uso di tecnologie usate per la stessa lotta al virus. App comprese. Ecco il quadro

23 Ott 2020
Diego Dimalta

Studio Legale Dimalta e Associati

Thanks to Adam Nieścioruk for sharing their work on Unsplash.

Diritti fondamentali sorvegliati speciali nell’era del covid-19. Molti studi recenti stanno segnalando il rischio di derive autoritarie in questo periodo, con la “scusa” della pandemia. E le tecnologie, anche quelle che sembrano utili alla lotta stessa contro il virus, hanno spesso un lato oscuro. Minaccioso per la nostra privacy e la nostra autonomia.

Facciamo una rassegna degli studi, che pur distinguendo molto tra quanto avviene in Europa Occidentale e resto del mondo, sottolineano tutti l’importanza di tutelare il bilanciamento tra i diritti della salute e della privacy.

Consiglio d’Europa e diritti nel covid, l’importanza delle regole

In un report dal titolo “Digital Solution to Fight Covid-19, Data Protection Report”, il Consiglio d’Europa ha analizzato nel dettaglio la situazione dei paesi membri dell’Unione.

Il documento è organizzato in modo da comprendere come i singoli stati hanno affrontato i temi più importanti quali: basi giuridiche, proporzionalità del trattamento, luogo di archiviazione dei dati, misure di sicurezza e decisioni automatiche basate su Intelligenza Artificiale.

L’idea di base, secondo il Consiglio è che “la protezione dei dati non può in alcun modo essere un ostacolo al salvataggio di vite umane e i principi applicabili consentono già un corretto bilanciamento degli interessi in gioco “. Nel report, in particolare, si precisa che “gli standard di protezione dei dati sono completamente compatibili e conciliabili con altri diritti fondamentali, come la salute pubblica, è però fondamentale garantire l’attuazione delle necessarie garanzie di protezione dei dati”.

Per questo, secondo il Consiglio, se è necessario andare oltre le regole fondamentali alla base degli ordinamenti europei, giungendo, ad esempio sino ad invadere i diritti di riservatezza delle persone, è d’obbligo emanare una legge speciale o un decreto apposito.

Ciò che emerge però è che il solo requisito della certezza del diritto non garantisce che tali deroghe ai diritti individuali siano necessarie e proporzionate. In effetti, anche per le misure di emergenza dovrebbero essere rispettate altri requisiti specifici. In particolare, qualsiasi misura deve essere necessaria e raggiungere un obiettivo importante di interesse pubblico e l’essenza dei diritti fondamentali individuali deve essere preservata.

Questo bilanciamento non sempre è stato effettuato nella maniera corretta secondo il Consiglio. Viene ad esempio citato il caso di Grecia e Francia dove i governi hanno utilizzato dei droni in assenza di specifiche basi giuridiche. Di contro, in altre situazioni la legge è presente ma va oltre a limiti accettabili, ad esempio, imponendo non solo il contact tracing, ma anche la geolocalizzazione continua delle persone.

A riprova del fatto che non tutto ciò che è legale è anche corretto, viene citato il caso dell’Ungheria, dove la polizia e il Ministro degli Interni sono autorizzati ad accedere i dati personali dei cittadini, inclusa la geolocalizzazione, dalle autorità mediche e da società private. Non solo, in Montenegro, Repubblica Ceca, Slovacchia, Portogallo Ungheria e Romania, i nomi delle persone infette sono stati resi pubblici e consultabili a tutti. E’ evidente come simili trattamenti seppur legalmente supportati si prestino a gravi abusi.

Due tipi di contact tracing

Oltre al tema del bilanciamento tra diritti e normative emerge la distinzione tra due macro categorie di sistemi di contact tracing. Difatti, in base al report, di 55 nazioni che hanno preso parte alla Convenzione 108, in 14 hanno scelto un sistema di tracing centralizzato, 26 un sistema decentralizzato e in 5 non sono intenzionate ad utilizzare alcuna applicazione in tal senso.

Per l’Italia, il Consiglio nota che è tra i pochissimi Paesi, insieme a Norvegia, Belgio, Francia e Finlandia, ad aver “preparato una legge specifica e ad aver fatto i necessari passi preliminari per limitare l’impatto di questo strumento sui diritti fondamentali”. Punto positivo.

Braccialetti, thermal scan, smart camera

Molte nazioni si sono poi servite di sistemi ulteriori come braccialetti (es. Francia, Cipro e Liechtenstein), in nome hanno creato un sito da utilizzare per comunicare una sorta di report periodico delle proprie attività. In Francia, Russia e Moldavia sono state utilizzate le smart cameras per monitorare i flussi di persone mentre il thermal scan nei luoghi pubblici sono stati utilizzati principalmente in Estonia, Cipro, Spagna e in altri paesi extra UE quali Argentina e Mauritius.

A tal riguardo, pare il caso di ricordare come in Italia simili sistemi non siano utilizzabili (come confermato anche dal Garante) in quanto in base al Decreto Legislativo 51/2018 art. 7 “ Il trattamento di dati di cui all’articolo 9 del regolamento  UE e’  autorizzato  solo  se  strettamente  necessario  e  assistito  da garanzie adeguate per i diritti  e  le  libertà dell’interessato  e specificamente previsto dal diritto dell’Unione europea o da legge o, nei casi previsti dalla  legge,  da  regolamento,  ovvero,  ferme  le garanzie  dei  diritti  e   delle   liberta’,   se   necessario   per salvaguardare un interesse  vitale  dell’interessato  o  di  un’altra persona fisica o se ha ad oggetto dati resi  manifestamente  pubblici dall’interessato”

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L’approccio del Consiglio d’Europa, come visto è molto empirico, basato su dati e quasi privo di giudizi di merito.

Diverso è invece l’approccio di Algorithm Watch, centro di ricerca sui diritti nell’era digitale

Algorithm Watch, come le app covid minacciano i diritti fondamentali

Nel report intitolato “Automated Decision-Making Systems in the COVID-19 Pandemic:A European Prospective” viene difatti proposta una analisi più profonda del fenomeno.

Algorithm Watch evidenzia come l’approccio UE, in generale, abbia dimostrato come sia possibile un bilanciamento tra diritti umani, salute pubblica e sistemi digitali.

Europa sposa Apple-Google, giusto così?

Le istituzioni dell’UE hanno cercato di combinare i vantaggi dei sistemi decisionali automatizzati con il rispetto della privacy e dei diritti umani, fornendo così una buona alternativa, ad esempio modello cinese.

Anche in questo report si ribadisce poi che il trattamento dei dati personali a fronte dell’emergenza sanitaria pubblica causata dal COVID-19 non è incompatibile con il GDPR. Tuttavia, il fatto di essersi serviti di API create da Google e Apple, potrebbe non rivelarsi una scelta ottimale. La privacy sarà insomma tutelata da questo modello detto “decentralizzato” (si vedano qui i dettagli, con la nostra app Immuni); ma al costo certo dell’autonomia dei nostri sistemi sanitari dai giganti tecnologici.

In questo documento si afferma difatti che “tutte le app sviluppate da paesi che hanno scelto un’architettura basata su Bluetooth -rifiutando però di adottare quella di Google e Apple- hanno riscontrato seri problemi tecnici a causa di limitazioni e requisiti imposti dai giganti della tecnologia”.

“Il Regno Unito, ad esempio, ha deciso di abbandonare la propria soluzione centralizzata in quanto risultava funzionare solo con il 4% circa degli iPhone”. La Francia ha anche chiesto al gigante di Cupertino di allentare alcune funzionalità in modo da permettere un migliore funzionamento della app “StopCOVID” anche con i sistemi Apple.

Tuttavia la Grande Mela si è rifiutata, circostanza questa che non ha impedito di diventare il main partner di alcuni dei più grandi paesi di Europa per la creazione delle rispettive app Covid.

Il peggio: app per gps, quarantena

Va peggio in Paesi come Russia, Cina, Ungheria, Polonia dove le app di tracciamento covid (o le funzioni integrate in WeChat, nel caso cinese) sono state usate anche per assicurarsi che i cittadini positivi restassero a casa. Con un sistema di sorveglianza massiva, più o meno efficace (molto, nel caso cinese).

Ma l’Europa ha criticato anche la scelta di alcuni Paesi, come la Norvegia, che aveva sviluppato app di tracking con gps integrato. Per l’Europa è una scelta sproporzionata e il bluetooth è preferibile.

Dubbi su efficacia

Ora, al di là di questi aspetti, la domanda che si pone Algorithm Watch è: ma queste soluzioni sono davvero efficaci nella lotta al virus? Algorithm Watch ha qualche dubbio, citando uno studio recente dove emerge con queste app come vi sia una percentuale di falsi positivi pari al 50% nonché una percentuale di falsi negativi pari al 50%. Quindi bassa affidabilit’ del responso. Per questo Algorithm Watch osserva “le performance di questa app sono simili a quelle di un invio causale di notificazioni di allerta in base a criteri di prossimità”.

Minacciati i diritti umani con il covid, per colpa (anche) delle tecnologie

L’Oms (Who, in inglese), cioè l’Organizzazione mondiale della Sanità nel documento “Contact tracing in the context of COVID-19” afferma che l’adozione di sistemi di contact tracing non dovrebbe essere obbligatoria, nemmeno per legge, proprio perché “tali usi di dati possono anche minacciare i diritti umani fondamentali durante e dopo la pandemia COVID-19 ”.

La preoccupazione secondo l’OMS è che la sorveglianza di massa diventi un qualcosa di normale con il pretesto di trovare una soluzione urgente alla pandemia.

È significativo, come dicevamo, che a dire questo non sia un’organizzazione pro-privacy ma l’OMS che, tendenzialmente, dovrebbe guardare più al numero dei contagi che ai diritti di riservatezza. Eppure è così.

“La sorveglianza può rapidamente attraversare la linea confusa tra la sorveglianza della malattia e sorveglianza della popolazione” si legge nel documento “Quindi, sono necessarie leggi, politiche e meccanismi di controllo per porre limiti rigorosi all’uso delle tecnologie di tracciamento di prossimità digitale e su qualsiasi ricerca che utilizzi dati generati da tali tecnologie. ”

Freedom House, covid-19 opportunità per derive autoritarie

Sulla stessa scia, il recente report pubblicato da Freedom House, ripreso anche dal MIT Technology Review.

In questo report il focus viene riposto sugli effetti concreti già osservabili.

In particolare, si evidenzia come in almeno 20 paesi, la pandemia è stata citata come motivo per introdurre nuove e radicali restrizioni alla parola e combattere i dissidenti. In 28, i governi hanno bloccato siti Web e censurato informazioni, anche statistiche e di carattere medico, relativi al  coronavirus. In almeno 45 dei paesi studiati, le persone sono state arrestate a seguito dei loro post online su covid-19.

Molti paesi stanno anche conducendo una sorveglianza sempre più ampia delle loro popolazioni, con app di tracciamento dei contatti o di conformità della quarantena particolarmente invasive. In Cina, le autorità hanno utilizzato strumenti tecnologici non solo per gestire lo scoppio del coronavirus, ma anche per impedire alle persone di condividere informazioni e sfidare la narrativa ufficiale.

La domanda che potremmo porci è “ma è giusto censurare le critiche alla narrativa ufficiale?” Di primo acchito la risposta, probabilmente, sarebbe “no”. Tuttavia ci sono situazioni in cui forse qualcosa deve essere fatto. Il riferimento in particolare è al post del presidente Trump recentemente censurato da Twitter in cui si diceva che il COVID è solo un’influenza qualunque. Ecco, forse quando un’opinione critica diventa anche pericolosa (avete presente l’effetto di una simile frase sul comportamento di milioni di americani?) allora forse qualcosa dovrebbe essere fatto.

In conclusione

In conclusione, i report proposti, pur analizzando aspetti differenti di un medesimo problema, giungono ad una medesima conclusione: per uscire da questa pandemia sarà necessario un bilanciamento tra i diritti.

Questo non deve però essere letto come “via libera” ad un ricorso indiscriminato della tecnologia, né come un divieto all’utilizzo di sistemi di “contact tracing”.

Piuttosto l’approccio più caldeggiato parrebbe quello che porti ad ammettere queste tecnologie, a fronte di specifiche previsioni di legge provvisorie, suggerendo al tempo stesso di non abbassare la guardia in quanto è labile il confine tra uso ed abuso di simili sistemi.

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