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geopolitica

Usa e Cina opposti su difesa, intelligence e 5G: ma non è solo una questione tecnologica

In Cina c’è il miglior fattore tecnologico, umano e organizzativo. Tutto insieme. Il presidente usa Trump l’ha capito, teme questa supremazia e sta cercando di mostrare i muscoli ma limitando i danni. uno scenario complesso con sullo sfondo la supremazia tecnologica, ma non solo

28 Nov 2019
Marco Santarelli

Esperto in Network Analysis, Critical Infrastructures, Big Data and Future Energies


Cina e Usa sempre più contrapposte sul fronte tecnologico, continuano a studiare le rispettive mosse, ben consapevoli si essere i due padroni dello scacchiere geopolitico mondiale.

E sembra davvero una partita a scacchi, se consideriamo le continue proroghe – l’ultima nei giorni scorsi – con cui gli USA danno ulteriore respiro a Huawei (e ai suoi clienti, che ne vogliono usare le tecnologie).

Sullo sfondo le preoccupazioni crescenti della presidenza Usa per la corsa cinese verso la supremazia nel 5G, per un concetto di smart city declinato al massimo controllo della popolazione e – soprattutto – col consenso della popolazione nonché per una politica economica sviluppata ai danni di Usa e Europa e basata sullo spionaggio non solo industriale.

Uno scenario, insomma, molto ricco e variegato quello nel quale va a inserirsi la questione sollevata nei giorni scorsi da Angelo Marcello Cardani, Presidente dell’Autorità Garante per le Comunicazioni (Agcom), che definito quello della sicurezza e affidabilità tra reti esistenti, operatori e fornitori  “un problema sostanzialmente insolubile: bisogna solo scegliere se essere spiati, tra virgolette, dai Cinesi o dagli Americani, questo per quanto riguarda i sistemi che sono assai complessi”.

Usa vs Cina: prove di nuova Guerra Fredda

In effetti, non c’è mai assoluta sicurezza nei sistemi che nascono come sistemi fisici e muoiono come sistemi di comunicazione. In tutto l’iter che si snocciola in questa bisettrice, a una maggiore velocità corrisponde una maggiore vulnerabilità. Questo sembra dire Cardani. Pensiamo ad un veicolo, a 100 km/h ha molte più probabilità di fare danni rispetto a quando viaggia a 70 km/h.

Cardani va più in là, non parla di Russia o Francia o Germania, ma di Usa e Cina. Ricorda vagamente gli anni ‘50 e la Guerra Fredda, quando tra la fine della Presidenza Truman e la morte di Stalin i paesi vicini stavano a guardare le mosse dei due giganti di allora, Usa e Russia.

Gli Usa sono, comunque, sempre in mezzo e oggi stanno capendo che il vero problema non è tanto percepire una tecnologia migliore rispetto ad un’altra (con aziende annesse), ma è comprendere come in Cina ci sia il miglior fattore tecnologico, umano e organizzativo. Tutto insieme. Questo è stato dimostrato anche da esternazioni di diplomatici americani come i senatori statunitensi Chuck Schumer e Tom Cotton che, non avendo altro per il momento, dichiarano il nuovo social network TikTok una potenziale minaccia per l’intelligence.

Donald Trump, dopo aver dichiarato di essere “molto soddisfatto” del fatto che l’Italia avesse inserito la tecnologia sperimentale 5G nelle disposizioni del ‘Golden Power‘ per tutelare il paese da investimenti potenzialmente predatori, pensando alla possibilità di controllare i flussi economici, ha chiesto a Pechino di firmare l’accordo commerciale tra Cina e Usa, in cui il leader cinese Xi Jinping si potrebbe impegnare ad acquistare i prodotti agricoli ‘made in Usa’ da parte della propria nazione.

Per suffragare la sua tesi, Trump ha fatto sapere che “del ban commerciale nei confronti di Huawei se ne parlerà fra tre mesi, e che per tale motivo ha concesso una deroga fino al 19 febbraio 2020”. Insomma, come dire vi temiamo, ma intanto troviamo accordi e capiamo cosa state facendo. Non a caso i componenti della stanza ovale americana stanno buttando un occhio decisivo, anche se molti pensano di no, verso quell’economia della conoscenza che genera una corsa all’innovazione, in cui lo spionaggio economico costituisce per gli stati uno strumento per superare il divario tecnologico a costi inferiori.

L’ascesa della Cina nel mirino anche dell’intelligence italiana

Sotto il profilo storico Trump sa benissimo che il suo vero rivale da questo punto di vista è proprio la Cina e per questo motivo esperti e analisti dell’intelligence stanno studiando in maniera chirurgica gli atti del XIX Congresso del Partito Comunista Cinese già dal 2017. In quell’occasione il Presidente Xi Jinping annunciò che tra il 2020 e il 2035 si sarebbero raccolti i frutti del piano di ammodernamento industriale definito Made in China 2025. Un documento, quest’ultimo, non passato in sordina ai nostri servizi che nella Relazione sulla Politica dell’Informazione per la Sicurezza del 2018 hanno dedicato un paragrafo a pag. 56 all’ascesa della Cina.

Ultimamente lo stesso Presidente cinese ha dichiarato che dal 2035 fino al 2050 la Cina avrà un ruolo decisivo nelle innovazioni tecnologiche. Fa il paio con queste riflessioni il Libro Bianco sulla Difesa 2018, “China’s National Defence in the New Era”, che ripete che la Cina aderisce ad uno sviluppo coordinato di crescita industriale, di difesa nazionale e di sviluppo economico. Qui viene sottolineata la massima competizione in campo tecnologico e militare del paese. Trump, con i suoi esponenti, sta circoscrivendo questi contorni con un “monitoraggio costante” che, non solo deve prevedere un maggior controllo di software o hardware, ma anche un vademecum di quelle attività sociali della Cina stessa in cui l’unione di intenti militari e civili si stanno unendo in uno strumento che sta generando una supremazia del continente del drago nel campo tecnologico e della percezione della sicurezza.

La Cina e gli sforzi per la riunificazione

Trump, diciamolo una volta per tutte, ha capito che ha di fronte un continente come la Cina che è l’unico paese al mondo che sta sviluppando in maniera forte ed indipendente il concetto secondo cui condivisione e protezione sono un topic che unisce termini come business, aziende e dati in una spirale di coinvolgimento tra pubblico e privato. Non per nulla, Xi Jinping ha sottolineato la necessità di promuovere gli sforzi in direzione di una completa riunificazione del paese, dice il presidente, per  “sostenere i principi di ‘riunificazione pacifica’ e mantenere prosperità e stabilità durature a Hong Kong e Macao, promuovere lo sviluppo pacifico delle relazioni attraverso lo Stretto (di Taiwan) per unire tutte le figlie ed i figli cinesi e continuare a tendere verso la completa riunificazione della madre patria”.

Cina, smart city e sorveglianza

Un coinvolgimento che, in ambito sociale ed economico, si rispecchia nel documento sul piano di costruzione delle smart city di Shanghai 2011-2013, in cui si legge che «lo sviluppo innovativo e di trasformazione richiede un sistema di infrastrutture informatiche di livello internazionale, un efficace sistema di informazione e intelligence, un settore IT di prossima generazione e un sistema regionale di sicurezza delle informazioni affidabile. Per dare pieno gioco al ruolo del mercato, e seguendo le indicazioni del governo, una città intelligente deve avere le caratteristiche chiave della digitalizzazione, della rete e dell’intelligence per innalzare il livello di modernizzazione a tutto tondo della città e consentire ai cittadini di condividere i benefici». Studiando anche questo piano, il governo USA ha capito che la Cina sta facendo “digerire” in maniera proattiva e collaborativa i controlli e il monitoraggio costante delle persone (e le loro “cose”) senza che le stesse non siano troppo contrarie.

Per inciso, in Cina sperimentano l’utilizzo del riconoscimento facciale delle telecamere di sicurezza già dal 2017 e grazie ad una rete di 176 milioni di telecamere di sorveglianza si controllano 1,3 miliardi di persone. Questa rete diventerà sei volte più grande nell’arco di due anni. Se siete stati in Cina, come avverte il Sole 24Ore, “per turismo”, ci sono ottime probabilità che il vostro volto sia stato analizzato dal software di SenseTime. A confermare la passione del governo cinese per la sorveglianza globale ci sono gli investimenti operati in questi anni a favore di questa tecnologia. Secondo un report di Cb Insight, l’anno scorso sono stati spesi in start up attive nel riconoscimento facciale 1,6 miliardi di dollari (nel 2016 erano poco più di 200 milioni). Oggi accanto a SenseTime ci sono altri due unicorni della sorveglianza globale: la Cina ospita, infatti, la società di riconoscimento facciale Megvii che ha raccolto 460 milioni di dollari di finanziamenti lo scorso novembre, e ancora Yitu e Malong Technologies che nel corso del 2017 hanno chiuso dei round di finanziamento destinati allo sviluppo di applicazioni basate sulla tecnologia di visione artificiale. Ed è cinese anche la società Hangzhou Hikvision Digital Technology, uno dei maggiori fornitori al mondo di telecamere di sicurezza.

Qui il vero contendere: il meccanismo di integrazione della sicurezza nazionale (militare e civile). A tanti, ma non ai più attenti, è sfuggito che questo meccanismo, benché sempre sotto controllo del potere centrale, ha radici che passano da alcuni momenti storici: nel 1949 Chiang Kai-Shek ha creato un sistema di intelligence che per la prima volta nella storia diventa civile (Ministry of Public Security-MPS) e militare (Military Intelligence Department-MID) insieme. Deng Xiaopin, dopo la morte di Mao, a sua volta renderà ancora più “esterna” la forza dell’intelligence raggruppando nel 1983 tutti i sistemi in Ministry of State Security, predisponendo di fatto un’attenzione bilaterale, esterna e interna, attraverso il concetto di cultura.

Rischio “cyber” vs rischio “social”

Cultura come coltivare il senso del dovere e allo stesso tempo rendere consapevoli i cittadini stessi (intelligence sociale) della loro forza e della loro compattezza attraverso, appunto, la tecnologia.

L’intelligence americana sta capendo che la Cina sta finalizzando dei parallelismi, cosa unica per la storia della Cina stessa, tra business social intelligence, private social intelligence e big data social intelligence. Mentre la maggior parte dei paesi mette al centro del proprio concetto di “rischio” la parola Cyber, la Cina mette “social”, cioè la percezione che il rischio non arrivi da esterni, ma dalla prevenzione degli attacchi dall’interno.

Sembra dire che più siamo uniti e compatti dentro, minori saranno i problemi di intrusione. Trump percepisce che la Cina ha per prima capito che la minaccia ibrida, quindi derivante dal mix dei rischi (infrastrutturali, web, sociali), deriva da debolezze interne. La Cina ha capito che coinvolgendo di più le persone, passando anche da disordini temporanei, avrà più facilità nella gestione dei dati e potrà fare degli esperimenti a cielo aperto. Ovvero esperimenti che fino a ieri erano non digeriti dal popolo. Un esempio è l’SSF (Strategic Support Force), in cui non si prevede solo il dominio cibernetico, ma anche il controllo integrato dei satelliti, dello spazio elettromagnetico e tutto l’ambito informatico proprio anche del semplice cittadino.

Esattamente come dichiara in maniera cristallina Giuseppe Gagliano, “questo  modus operandi non viene considerato dall’Intelligence americana (e francese) occasionale, ma viene letto come la conseguenza di una politica economica globale volta a sviluppare la Cina a spese degli Stati Uniti e dei paesi europei. Ovvero si richiede uno studio più approfondito e capillare dell’attività di spionaggio cinese in America ed in Europa, poiché costituisce indubbiamente una rilevante sfida anche per l’intelligence aziendale e ciò, ancora una volta, implica l’esigenza di una sinergia tra pubblico e privato anche nel settore della Intelligence economica, come sottolineato in Italia da Carlo Jean e Paola e Savona e in Francia da Nicolas Moinet e Eric Denécé”.

Trump, al di là delle schermaglie da bar o della corsa a migliori device, si sta chiedendo con le parole del suo ex capo dell’FBI Dan Coats se la Cina sia un “vero avversario o un concorrente legittimo”.

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