La proposta

Cambiare metodo per le smart cities

Impossibile continuare a voler rivoluzionare le città con gli stessi criteri del secolo scorso. Per esempio, ciò che è definibile come “smart” non è tanto la diffusione dell’auto elettrica, quanto piuttosto il cambiare i modi di lavorare e di spostarsi che generano traffico inutile

07 Mag 2014
Michele Vianello

consulente e digital evangelist

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Le tecnologie ci sono tutte. Sensori, IOT, social network, cloud computing, device mobili, stampa 3D. Sicuramente tutte saranno soggette ad ulteriori evoluzioni, sicuramente vedranno lo sviluppo di nuove modalità applicative.

Sicuramente l’uso dei dati e la realtà aumentata cambieranno il nostro modo di vivere le città.

Ciò che fino ad ora non è stato sottoposto allo studio e ad una riflessione adeguati è il metodo. Mi spiego: non è stato indagato, individuando metodologie adeguate, come le tecnologie figlie dell’Information technology stanno cambiando in modo “caotico” -stocastico- la vita delle nostre città.

Badate bene, non sempre il caos è un fattore negativo. Un impatto caotico dell’innovazione spesso crea le condizioni per realizzare cambiamenti profondi nelle strutture sociali e produttive. Una città che voglia definirsi smart deve avere la capacità di prevedere e gestire l’impatto -non necessariamente positivo- dell’avvento dell’era dell’Information technology.

Sono profondamente convinto che si misura il successo dell’innovazione quanto più essa è disruptive di prodotti o di ordini esistenti. La Pubblica Amministrazione italiana è impermeabile all’innovazione I.T. perché inconsciamente non accetta di far distruggere l’ordine consolidato da quasi un secolo. Una governance cittadina “smart” deve mutare le modalità di “vivere” la città.

Facciamo due esempi.

Il combinarsi della diffusione delle piattaforme di cloud computing attraverso le quali si possono condividere infinite quantità di informazioni (dati), e la possibilità di connettersi a Internet dovunque e a qualsiasi orario, ha decontestualizzato, potenzialmente, molti aspetti della nostra vita che prima per esprimersi necessitavano di luoghi fisici.

Pensiamo ora alla cultura e alle attività di pianificazione urbana- compresa l’infrastruttura normativa che le presiede- che molte Amministrazioni continuano ad intraprendere con grande impegno di risorse umane ed economiche.

Le Amministrazioni continuano a pianificare “il futuro” con gli stessi criteri del “secolo scorso”. Eppure “tutto” sta cambiando sotto i nostri occhi. Il nostro modo di lavorare sta cambiando, il nostro modo di abitare sta cambiando, il nostro modo di viaggiare sta cambiando, il nostro modo di socializzare sta cambiando. Potrei continuare ancora a lungo.

Se un obiettivo delle attività di pianificazione del territorio è la sostenibilità ambientale e l’incentivazione di un uso responsabile delle risorse naturali, le attività umane decontestualizzate dovrebbero essere incentivate e monitorate nei loro effetti. Ciò che è definibile come “smart” non è tanto la diffusione dell’auto elettrica, quanto piuttosto il cambiare i modi di lavorare e di spostarsi che generano traffico inutile. Cloud computing e device mobili ci offrono questa opportunità. Secondo esempio.

Per quasi un secolo i servizi di welfare, la sanità, l’assistenza, l’istruzione sono stati concepiti come “eguali per tutti”.

L’universalità di un servizio di welfare da valore positivo si è via, via trasformata -per cause diverse- in “scarsa qualità” eguale per tutti. Il termine welfare state si è venuto ad associare all’idea di inefficienza, costi eccessivi, scarsa qualità, appiattimento ingiustificato. Le piattaforme di “social analytics” consentono oggi di profilare e personalizzare le esigenze e i bisogni di ogni individuo.

Senza venire meno al principio dell’universalità, oggi è possibile fornire in modo mirato e qualitativamente superiore l’istruzione o l’assistenza. Sono evidenti i benefici per i cittadini e per la finanza pubblica. Tutte queste categorie di intervento, che le Amministrazioni pubbliche potrebbero già oggi mettere in campo, rientrano in quel filone di innovazione chiamato comunemente big data. Potrei continuare a lungo con questi esempi e con altri che consentirebbero di generare una Agenda Digitale veramente utile e innovativa per il nostro Paese.

Purtroppo le Amministrazioni, a partire da quelle che si autodefiniscono “smart” non ragionano in questi termini. Sono pervase da una cultura incrementale e quantitativa dell’uso della tecnologia, così come in un’altra epoca erano pervase dall’idea che lo sviluppo urbano si misurasse nei termini della quantità dello spazio occupato e delle infrastrutture costruite.

Ecco, in questo gap si inserisce l’idea dell’affermazione di altre metodologie pensate non tanto per misurare la quantità dell’innovazione, quanto piuttosto la sua pervasione. Su questa strada è necessario incamminarci velocemente.

Fra qualche settimana grazie all’editore Maggioli uscirà un mio nuovo libro “Costruire la città intelligente” che proporrà una metodologia alle Amministrazioni, agli stakeholders, ai city user. La metodologia proposta è espressa attraverso un modello di “assessment”, si basa nell’acquisizione dei dati, del coinvolgimento e della conoscenza su metodologie che si ispirano alla gamification. D’altronde chi ha mai pensato di scrivere la propria Agenda Digitale giocando con i cittadini.

Provate ad essere i primi, non ve ne pentirete.

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