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Direttore responsabile Alessandro Longo

Previsioni 2016

Che sia l’anno degli smart citizen, dopo il flop delle smart city

di Michele Vianello, Digital Evangelist di Ars & Invention

04 Gen 2016

4 gennaio 2016

Basta: smettiamo di parlare di smart city. Non è possibile programmare la diffusione del digitale perché essa si dispiega in modo assolutamente “anarchico”. L’innovazione digitale dispiega positivamente i suoi frutti laddove i cittadini sono diventati “smart citizen”, ma ciò avviene a prescindere dalla quantità di innovazione diffusa. Ecco qualche idea su come fare

Mi è stato chiesto di formulare alle governance cittadine il mio augurio “digitale” per il 2016. Insomma, sbrigatevi a diventare “smart cities”. Paradossalmente, il mio augurio è che nel 2016 non si parli più di “smart cities” et similia. Basta, non se ne può più.

Mi spiego meglio.

Continuo ad osservare un eccesso di centralismo nell’approccio italiano alle smart cities. Si continua a confondere le linee guida che ogni Ministero vuole dettare per partecipare ai bandi (nazionali o europei) con le politiche che ogni territorio, liberamente, dovrebbe applicare.

Una politica per radicare i fattori abilitanti alla diffusione delle tecnologie digitali, ad esempio la diffusione della connettività, necessita di interventi “forti” da programmare e incentivare da parte del Governo.

Della necessità di queste politiche ne “scrivono tutti” ma, non mi pare di vedano risultati apprezzabili. Ciò dovrebbe fare riflettere coloro che continuano a proporre le ennesime commissioni ministeriali sullo sviluppo delle smart grid e di Internet of Things.

Ciò che invece rende “smart” un’area urbana si verifica – successo o insuccesso – solo su un territorio. Si chiamino smart cities, o “smart country”, la capacità di innovare un territorio fa sempre la differenza.

Basta perdere tempo con proclami o ricette “centralistiche”, peraltro non supportate da finanziamenti, ognuno, sul territorio, corra per rendere più smart la sua città. In altra epoca tutto ciò veniva denominato come “realizzazione di un buon programma di governo”. Nel tempo, poi, questo programma veniva misurato nel dispiegare tutti i suoi effetti.

Soprattutto, ciò che sostengo è che non è possibile programmare la diffusione del digitale perché essa si dispiega in modo assolutamente “anarchico”. Meglio, la diffusione del digitale avviene per effetto della ricerca e della diffusione dei prodotti lanciati dalle imprese.

Siano Google, Facebook, Apple o Samsung, la diffusione dei prodotti e dei processi figli dell’innovazione digitale avviene perché queste imprese lo hanno deciso e le stesse imprese la “rendono indispensabile” ad ognuno di noi.

Nella programmazione della diffusione del digitale il “fattore umano” di massa è stato fino ad ora inessenziale. Abbiamo prodotto i contenuti per i social network, stiamo disseminando di sensori le nostre città e ogni luogo in cui viviamo, ma non abbiamo programmato un bel nulla.

L’innovazione digitale dispiega poi positivamente i suoi frutti laddove i cittadini sono diventati “smart citizen”, ma ciò avviene a prescindere dalla quantità di innovazione diffusa.

Le tanto conclamate Amsterdam o Berlino, indicate come i prototipi da imitare nella “smart mobility” fondano il loro successo su una radicata cultura della mobilità intelligente consolidatasi tra i cittadini ormai da decenni. Il digitale serve a monitorare i risultati attraverso la generazione di big data, ma la cultura della sostenibilità ambientale si è affermata ben prima.

Il 2016 dovrà essere l’anno degli smart citizen.

Che fare allora?

È necessario che si moltiplichino le attività di alfabetizzazione digitale di tutta la popolazione. Come affermo ormai da tempo l’alfabetizzazione digitale della popolazione è prima di tutto una grande lezione di “consapevolezza” di ciò che, nel bene come nel male, il digitale può offrirci. Ricordiamoci soprattutto che l’alfabetizzazione digitale è “personale” e non di massa. Ciò vale per i singoli cittadini, come per le imprese.

È necessario che si facciano intravedere agli imprenditori e alle Amministrazioni pubbliche tutti i vantaggi che la digitalizzazione dei processi comporta. Particolarmente le pubbliche Amministrazioni dovranno acquisire l’idea che ciò che va digitalizzato non sono i “procedimenti”, quanto piuttosto i “processi”.

Questi processi andranno digitalizzati con gli occhi dei “city user”. La digitalizzazione della P.A, avverrà con successo a condizione che si crei un circuito virtuoso fatto di domanda e di offerta. È necessario che tutti coloro, e non sono pochi, che in Italia si occupano di digitale facciano un duplice sforzo.

Da un lato la smettano di fare gare insulse su chi è più “digitale” del reame, dall’altro evitino di fare i sacerdoti di una religione.

Il digitale è una opportunità da diffondere, niente altro.

Ciò che è indispensabile è che invece, con grande umiltà, si impari a condividere le nostre esperienze, anche quelle negative. Abbiamo un grande bisogno di esempi da copiare. È necessario che il nostro Paese si doti di una politica industriale per la diffusione del digitale, ma questo spetterebbe al Governo.

Onestamente, fino ad ora, non ho visto traccia di una politica industriale per la diffusione del digitale. La fattura elettronica e SPID non sono una politica industriale.

Detto questo, buon anno a tutti voi, che il 2016 sia l’anno degli smart citizen.

Se poi volete approfondire le mie idee leggetevi il mio ultimo libro, rigorosamente solo on line, “Smart Citizen, Istituzioni e Politica. Dal potere dello zapping al diritto all’interlocuzione”.

In epoca di sharing non potevo che regalarlo.  

  • Attilio A. Romita

    Massimo d’Azeglio 150 anni fa disse:”Pur troppo s’è fatta l’Italia, ma non si fanno gl’Italiani”. Mai come ora questa frase, leggermente mutata, è attuale: “Pur troppo si son dette la smart city, ma non si fanno gli smart citizen”, e Michele Vianello con i suoi auguri per l’anno nuovo ci invita a riflettere e ad agire nella direzione giusta. Smart City non deve essere la parola di moda del momento che sarà sostituita entro 6 mesi da un nuovo magnifico concetto, deve essere un fatto, un abito mentale, il primo passo per un mondo più comodo per i cittadini. Tutto ciò lo otterremo se quei cittadini impareranno ad essere concittadini che mettono a fattor comune le loro capacità per costruire un mondo più …comodo per tutti.
    Buon 2016 a Michele Vianello e a tutti voi,

  • Carlo Geri

    Il titolo, per i più giovani, proviene dalla trasmissione cult “Drive in” e costituiva il tormentone, non ricordo più il nome, di uno pseudo esperto dei nuovi servizi digitali. Servizi che si stavano incamminando in un percorso di successo “urbi et orbi”. Tanto per un usare l’ aggettivo globale.
    Concordo con quanto asserito nell’intervento, poichè è mia modesta opinione che solo con una spinta dal basso, solo dal “citizen in the street” può provenire un reale inizio di cambiamento culturale che costituisca l’incipit per quanto auspicato. E sperare, anzi auspicare, che il cambiamento riceva impulso dal settore che sino a poco tempo fa era conosciuto come “elettronica di consumo”, la dice lunga sul cammino che dev’essere ancora fatto.
    Nel mio piccolo, ne avrei di esempi, non proprio positivi, da parte di chi invece dovrebbe essere champion di smartness !
    Nel contempo, un adagio afferma che è l’ora più fredda quella che preannuncia l’alba !
    Detto questo, auguro un freddo smart 2016 !

  • Anonimo

    Doverosa, la replica a questo condivisibilissimo articolo e ai due interventi che ne seguono (non a caso di amici!). Anche noi di http://www.grey-panthers.it dal 2008 in rete con la nostra testata online riservata agli over50, promuoviamo la digitalizzazione dei senior, l’acculturamento digitale di una popolazione sulla via di un’anzianità che vuole essere più consapevole. Ma da soli non bastiamo. Occorrono scelte politiche ampie e lungimiranti. Noi tutti, Geri, Romita ed io ed altri ancora lo andiamo ripetendo su tutti i tavoli raggiungibili. Ma la stanza dei bottoni sembra non aver capito.

  • itineraria

    L’articolo di Vianello è certamente illuminante e corrisponde, nella realtà, al millimetro. Le difficoltà evidenziate e la necessità di cambiare direzione, è un po’ quello che da tre anni a questa parte stiamo incontrando sull’intero territorio nazionale con il ns.progetto “FRECCE D’ARGENTO TUTTO COMPRESO NESSUNO ESCLUSO”. Un’iniziativa ad alto impatto sociale che ottimizza, localmente, la crescita digitale della PA e l’inclusione digitale degli over 65. Ad oggi tutti – ad iniziare da AgID e finendo con Commissione UE e Regioni varie – l’hanno letto, condiviso ed approvato – ma alla fine della fiera, tranne pochi esempi evoluti, la politica locale stenta a finanziarlo (in parte) e la strada da percorrere rimane sempre ancora lunghissima….

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