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trasporti

Ecco gli “Uber della montagna”, per un trasporto pubblico più efficiente

di Marco Bussone, Vicepresidente Uncem Piemonte

25 Ago 2016

25 agosto 2016

Vale la pena di lavorare concretamente ai sistemi di trasporto pubblici a chiamata. Più volte si sono ipotizzati gli “Uber della montagna”. L’hanno fatto politici e tecnici. Nient’altro che sistemi flexibus, da prenotare e “ordinare” su misura, una via di mezzo tra taxi, carsharing e carpooling, specifica per i territori alpini e appenninici. Finora, sono stati sperimentati alcuni modelli, come il flexibus in Valsesi

La corriera corre avanti e indietro lungo le vallate. È pienissima al mattino alle sette a scendere e piena alle cinque e mezza a salire. Le altre corse sono semivuote. Vuote. Eppure i trasporti pubblici sono un diritto di cittadinanza basilare, emblema di un Paese che guarda alla mobilità come esigenza slegata dal possesso di un’auto o di un altro mezzo motorizzato. Eppure, nelle aree montane e interne del Paese, il sistema di trasporto pubblico va completamente ripensato. I sistemi tecnologici possono essere il perno di questo cambiamento.



Ogni anno, una Regione come Piemonte o Veneto spende qualche decina di milione di euro per sostenere il trasporto pubblico locale nelle “aree a domanda debole”. Le cifre stanno via via diminuendo per effetto dei tagli. I risultati sono quelli che dicevamo all’inizio: pullman pieni nelle ore di punta tra studi e lavoratori, vuoti nelle corse (poche) durante la giornata. Incapaci però, dalle dieci del mattino alle cinque di sera, di soddisfare le legittime esigenze di chi dal paese a 1.200 metri della valle alpina deve scendere nel Comune più grande al fondovalle dove c’è il mercato o l’ospedale. Corrono nella valle centrale, non in quelle laterali.



Vale allora la pena di lavorare concretamente ai sistemi di trasporto a chiamata. Più volte si sono ipotizzati gli “Uber della montagna”. L’hanno fatto politici e tecnici. Nient’altro che sistemi flexibus, da prenotare e “ordinare” su misura, una via di mezzo tra taxi, carsharing e carpooling, specifica per i territori alpini e appenninici. Finora, sono stati sperimentati alcuni modelli, come il flexibus in Valsesia. Si “ordina” sul sito dell’Unione montana per il giorno successivo. Anche telefonicamente si può bloccare una corsa in discesa o in salita. Piccoli mezzi, a volte solo un’automobile, un autista. Grande soddisfazione dell’utenza.



La vera novità, per chi abita nei territori e per il turista che li frequenta, passa invece dalla costruzione di una sola piattaforma regionale, che unisca i progetti già esistenti, che metta insieme il trasporto pubblico a quello privato disponibile. Regolamentata con efficienza, accessibile con un app. Così, il turista che arriva in Val Maira piuttosto che il Val Camonica, sa di avere un unico “uber” da visitare e sui cui prenotare il suo sherpa. Così per studenti e lavoratori pendolari: se devono usare una corsa non abituale, possono prenotare il passaggio a costi bassi. Per gli “anziani” le fasce della popolazione meno digitali, non capaci di usare un’app sullo smartphone, possono essere direttamente i Comuni in forma associata a fornire assistenza e desk di prenotazione. Ovvero i bar o i negozi che, mai come oggi, nelle aree interne e montane devono diventare centri multiservizi.

Domanda finale: chi paga. Un conto è la creazione e l’organizzazione del servizio di prenotazione. Questa può, anzi deve essere fatta su scala almeno regionale. Può essere pagata da un progetto UE che però superi i particolarismi e i localismi. Finora infatti tutte le iniziative avevano dimensione troppo ridotta. Buone per una valle, per chi sta li, ma non per chi ci arriva occasionalmente. Le risorse per lo start up del servizio possono arrivare da progetti di cooperazione europea o anche dalla Strategia nazionale Aree interne, che già oggi interessa almeno trenta zone sperimentali nelle Alpi e altrettante negli Appennini.



Altro fronte rispetto ai costi è relativo al pagamento del servizio da parte del fruitore, occasionale o stabile. Il primo paga già un abbonamento, nel quale potrebbero rientrare il costo del servizio a chiamata. Per l’occasionale, vanno individuati strumenti efficaci per non far lievitare eccessivamente i costi di ogni singola corsa e anche pensare strumenti di supporto regionali come avviene oggi per il trasporto pubblico ordinario.



Di certo il tema è caldissimo. Rientra perfettamente nelle elaborazioni politiche e istituzionali relative all’attuazione dell’economia circolare. In montagna questa si declina in multiprofessionalita e offerta multiservizio. Rispetto al passato – non che negli scorsi decenni non se ne fosse parlato – questa volta è l’accessibilità tecnologica a fare la differenza. Un’app potrebbe risolvere spinose questioni di bilancio e garantire un antidoto all’abbandono.

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