Governo Renzi

Il Codice dell’amministrazione digitale è stato un flop: ripartiamo dai territori

Non bastano i progetti dettati dall’alto per far partire l’Agenda. E’ tempo di mettere le smart cities al centro della rivoluzione. In questo modo

Pubblicato il 21 Lug 2014

Michele Vianello

consulente e digital evangelist

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Si è accentuata la richiesta di accelerare nella realizzazione dell’Agenda Digitale. Da parte sua, il premier Matteo Renzi se vorrà procedere con successo nella riforma della Pubblica Amministrazione italiana dovrà realizzare le condizioni perché l’I.T. contribuisca in modo decisivo a semplificare e a cambiare i “processi” e i “prodotti” erogati dal mondo pubblico.

Ma, è sufficiente tutto ciò? Meglio, sono sufficienti “l’identità elettronica” e la “fatturazione elettronica”, ovvero le eredità lascate da Francesco Caio per poter affermare che si sta imboccando la strada giusta? Ovviamente l’identità elettronica e la fatturazione elettronica dovranno giungere a un rapido compimento.

Esse tuttavia non sono la risposta alle richieste di cambiamento avanzate a Matteo Renzi da larga parte della società italiana.

Che fare ora, ci si chiede? Sicuramente si dovrà procedere percorrendo due strade strettamente intrecciate tra di loro.

1- All’introduzione nella P.A. di massicce dosi di I.T. (sia nel processo che nella qualità dei prodotti), dovrà corrispondere un cambiamento delle modalità organizzative e della premialità per i pubblici dipendenti. Sinergicamente ogni cambiamento di modello organizzativo e di erogazione dei prodotti avrà bisogno di un supporto dell’I.T. per dare i suoi frutti.

Questo processo per avere successo dovrà però passare inevitabilmente attraverso un processo di delegificazione e di semplificazione.

Parliamoci chiaramente. Il Codice dell’Amministrazione Digitale è sicuramente il motivo principale a causa del quale l’I.T. pubblico non fa apprezzabili passi in avanti nel processo di digitalizzazione.

I principi di fondo vanno sicuramente codificati (il diritto all’accesso, la interoperabilità dei dati, l’obbligo all’open data ecc.), le modalità applicative vanno lasciate libere alle singole Amministrazioni.

Le “regole di ingaggio” come la corretta misurazione delle performance economiche, la qualità dei rapporti tra i cittadini e la P.A. andrà costantemente monitorata e resa disponibile a tutti i cittadini secondo il principio dell’open data. In tutti i casi queste attività andranno accompagnate da politiche indirizzate al lavoro nella P.A. finalizzate alla formazione (non i soliti corse sulle norme), alla mobilità, al pensionamento anticipato.

Ricordiamoci sempre: la politica industriale per l’I.T. non si riduce all’introduzione di più macchine. Così è destinata al fallimento.

L’I.T. cambia qualitativamente la vita e il lavoro di tutti noi. Il social networking e il micro blogging cambiano le modalità comunicative tra esseri umani. La P.A. non può vivere in un altro pianeta e continuare a concepirsi in modo autoreferenziale. La P.A. deve fare tesoro della cultura della reciprocità e del dialogo, non può continuare a subirla con un evidente fastidio.

2- Queste politiche daranno i loro frutti positivi soprattutto nei territori.

Sono le città (le città intelligenti) i luoghi dove il potere “antico” della burocrazia pubblica si manifesta ai cittadini nei peggiori modi possibili. All’opposto è la città il luogo dove operano maggiormente le persone e le imprese.

Fino ad ora l’Agenda Digitale è stata concepita come un assieme -nel suo delinearsi casuale- di attività, norme, regolamenti di stampo centralistico.

Oggi, all’opposto, dal Governo dovrebbe arrivare una forte sollecitazione a redigere le Agende digitali locali. È la giusta risposta al tema delle smart cities che non può, al pari di una moda passeggera, essere relegato solo alla convegnistica.

Dobbiamo acquisire preliminarmente la consapevolezza che ogni realtà territoriale è diversa dalle altre. Milano non è Caltanisetta. I territori sono diversi tra di loro, anche nella necessità di innovare e, soprattutto, nel decidere cosa innovare. La codificazione dei principi generali darà “obiettivi Paese” comuni a tutti i diversi territori. Le priorità e le modalità andranno però lasciate ad ogni territorio.

D’altronde gli “obbligatori”, poiché indispensabili, piani di alfabetizzazione digitale potranno realizzarsi con efficacia solo a partire dai territori.

Anche in questo caso la necessità di mutare le forme organizzative, di inaugurare politiche basate sulla priorità dei risultati da raggiungere, piuttosto che sul rispetto formale delle procedure giuridiche da adottare, sarà assolutamente indispensabile.

Di fronte a queste riflessioni qualcuno sosterrà che così si verrebbe a creare un Paese a “più velocità”. Vero. Ma fino ad ora il centralismo legislativo, la digitalizzazione dell’esistente, la pretesa di codificare il tutto hanno portato al disastro attuale.

È il momento di percorrere le strade inesplorate.

3- È concepibile la modernizzazione della P.A. mentre il Paese resta analogico?

Come è noto il divide digitale non riguarda solo il Pubblico. Larga parte del mondo della produzione, della cultura e della ricerca permane in uno stato di analfabetismo digitale.

Anzi, è l’analfabetismo digitale una delle cause della scarsa competitività di molte delle nostre imprese. All’attività di riorganizzazione e razionalizzazione, grazie all’I.T., della P.A. dovrà affermarsi una politica industriale per Internet.

Il paradosso potrebbe verificarsi nel caso in cui in Italia (o in un’area urbana) la P.A. realizzasse riforme, apertura e bidirezionalità , mentre all’opposto la società e la produzione restassero ancorate a parametri analogici. La P.A. e la società devono entrambe diventare digitali viceversa non potranno dialogare tra di loro. Esse, P.A. e società non sono corpi estranei e impermeabili soprattutto in epoca di social networking.

Il problema è che l’Italia non ha soggetti imprenditoriali “forti” di idee e di finanza in grado di influenzare un cambiamento radicale. Anzi, molti soggetti imprenditoriali o dell’Editoria si oppongono egoisticamente all’affermarsi delle culture digitali.

Una politica industriale per Internet dovrebbe essere finalizzata a creare le condizioni affinché gli O.T.T. trovino conveniente investire in Italia. In altra epoca della storia del nostro Paese lo abbiamo fatto per la navalmeccanica, per la chimica, oggi dobbiamo farlo per Internet. Mi pare che, all’opposto, vengano praticate inutili iniziative tese ad ostacolare la realizzazione di condizioni adeguate agli investimenti degli O.T.T. e alla creazione di ecosistemi che aiutino le nostre città, più o meno smart, a diventare luoghi di innovazione e di inclusione.

Ecco allora una mission per il Governo Renzi: abbandonare uno stupido nazionalismo che consente la sopravvivenza di storiche rendite di posizione. Al mondo digitale non si può guardare con “occhi analogici”. Ed ecco allora il profilarsi delle due strade dell’Agenda Digitale italiana, ma anche Europea.

Da un lato precise ed evidenti politiche industriali per Internet che creino massa critica, cultura, opportunità lavorative, dall’altro una riforma della cultura e della concezione della P.A. che realizzi le condizione per una nuova stagione di investimenti e trasformazione delle aree urbane.

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