Il piano

Smart cities, come ristabilire governance e risorse mancanti

Parla il responsabile di questi temi per l’Agenzia per l’Italia digitale e che li ha avviati per l’ex ministro Profumo. Negli ultimi sei mesi sono sorti solo progetti prototipali. Non c’è un masterplan di città intelligente, il Crescita 2.0 è ignorato, le risorse stanziate sono molte meno del necessario. Si riparta con la governance e con gli strumenti del procurement innovativo e precommerciale e della finanza di impatto sociale

24 Lug 2013
Mario Calderini

Politecnico di Torino

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Era uno dei ritornelli più popolari quando la cabina di regia sull’agenda digitale del Governo Monti aveva deciso di intestare una parte importante della propria narrativa ma anche della propria visione al cosiddetto progetto delle Smart CIties&Communities. Non uno che non si affrettasse a specificare che la tecnologia era solo l’involucro esterno di un disegno che doveva prima muovere da un’idea di società, di città e di Paese per poi ad esso asservire le tecnologie necessarie. E, si amava aggiungere, guai a lasciare gli amministratori pubblici nelle mani di vendors IT senza scrupoli che avrebbero rifilato loro soluzioni proprietarie, chiuse, non interoperabili ed integrate verticalmente.

A questo si era cercato di porre rimedio con alcune previsioni contenute nell’articolo 20 del decreto legge 179 del 18 Ottobre 2012, (cosiddetto decreto crescita 2.0) che avevano prontamente provocato la sdegnata ed ironica reazione degli appassionati della retorica dello spontaneismo, secondo cui solo nell’assenza di una governance locale o centrale le città intelligenti sarebbero sbocciate come mille fiori, animate qui dallo startupper brillante, là dall’amministratore illuminato, lì ancora dalla cooperativa sociale d’avanguardia.

In verità, gli ultimi sei mesi sono stati un ottimo ancorché involontario esperimento naturale per verificare se l’assenza di una qualsivoglia governance avrebbe liberato le energie necessarie per realizzare concretamente i progetti di città intelligente. A me sembra che nella migliore delle ipotesi stia succedendo esattamente ciò che si paventava, alcuni specifici progetti prototipali sono nati, anche in ragione della grande massa di soldi messa in campo dal MIUR, ma non ho francamente notizia di città che si stiano dotando di qualcosa di simile a un masterplan di città intelligente, immaginando una visione sociale, un’architettura informativa, una roadmap di interventi, un impianto di misurazione e valutazione di impatto degli investimenti che garantisca trasparenza e accountability. Vedo piuttosto lunghe e celebrative liste di interventi, più piccoli che grandi, piuttosto scollegati tra loro. Lungi da me l’invocazione di grandi operazioni olistiche, ma pensiamo almeno a progetti dimostratori realizzati in un quartiere, lungo un’autostrada, in una valle o in qualsivoglia porzione di territorio ma ispirati alla raccolta e alla lettura aggregata dei dati e all’integrazione di servizi di natura diversa.

Vi sono due questioni principali dietro quello che a me appare come uno stallo del disegno di smart cities and communities che tanto interesse ha raccolto nei mesi passati.

Primo, si è persa di vista quella soft governance del processo, che pur con macroscopiche ingenuità era stata immaginata dal decreto crescita 2.0, secondo e probabilmente più importante, i soldi a disposizione sono di qualche ordine di grandezza inferiore a quanto sarebbe necessario a soddisfare le ambizioni delle amministrazioni locali italiane.

Ci sono quindi a mio parere due cose urgenti da fare per ridare forza al disegno ed entrambe sono riconducibili all’idea di trasformare il progetto politico delle smart cities and communities in una vera social innovation agenda per l’Italia.

Per ciò che riguarda la governance del processo, mi sembra che non ci sia molto di diverso da fare che riprendere le previsioni dell’articolo 20 del decreto crescita, correggendone le ingenuità e i barocchismi. In fondo, quell’articolo diceva alcune cose semplici: facciamo una piattaforma di riuso delle applicazioni, diamo indicazioni in merito a standard tecnici che garantiscano interoperabilità e replicabilità del business model, individuiamo dei protocolli di ingaggio pubblico-pubblico per garantire rappresentatività ai territori ed infine mettiamoci d’accordo su come misurare l’impatto. Erano scritte male nel decreto? Probabile, ma mi sembra difficile negare che di questo avremmo bisogno. In verità, nel decreto si faceva anche riferimento allo Statuto della cittadinanza intelligente. In questo caso, il fatto che l’esito legislativo sia stato oggettivamente molto pasticciato non deve farci perdere di vista il fatto che forse l’intuizione aveva un senso, almeno per due motivi. Primo, costituiva di fatto un accordo di partenariato tra amministrazioni locali e stato centrale, secondo e molto più importante, obbligava a subordinare progetti e impegni ad una visione sociale della comunità che si intende costruire e ad esplicitare quali forme di benessere si intendano garantire ai cittadini. Un impegno ed uno strumento necessario a realizzare accountability e trasparenza.

Per ciò che riguarda le risorse, è del tutto evidente che né ora né mai la finanza pubblica locale o centrale potrà sostenere da sola anche il più ragionevole dei progetti di smart community. Bizzarro che gli ultimi a capirlo siano proprio molti vendors di soluzioni IT che si affollano di fronte alle stanze dei sindaci italiani in attesa di commesse tradizionali che mai arriveranno. Quali strade allora? A mio parere due, il procurement innovativo e precommerciale e la finanza di impatto sociale. Per ciò che riguarda il procurement, è credo evidente a molti che le risorse per la messa in intelligenza delle città devono essere recuperate in primo luogo dalle spese correnti e dagli investimenti che le pubbliche amministrazioni comunque devono fare e che non sempre indirizzano alla frontiera delle migliori opportunità. Anche in questo caso non è forse necessario immaginarsi solo pratiche estreme di procurement, ma semplicemente evitare gare al ribasso su prodotti e servizi che possono rendere più o meno intelligente la vita dei cittadini. In questa direzione, seppur con strumenti molto diversi, va anche osservata con estremo interesse l’iniziativa lanciata dal Ministro Carrozza di istituire una piattaforma di challenges&prizes per la risoluzione di problemi sociali emergenti.

La seconda questione, la finanza di impatto sociale, si riassume nella necessità di sostenere gli investimenti con strumenti di ingaggio pubblico provato adatti alla peculiare natura intangibile, multistakeholder e di forte valenza sociale degli asset che caratterizzando le smart communities. La finanza di impatto sociale, come dimostrato dal forte impulso dato dai paesi del G8 nell’ultimo vertice, sta assumendo un ruolo centrale nell’agenda politica di grandi paesi del mondo, nella consapevolezza che per sostenere grandi processi di sviluppo sia sempre più necessario rivolgersi a capitali che sappiano affiancare al rendimento finanziario un rendimento sociale misurabile e verificabile. L’Italia ha recentemente fatto un passo di una certa importanza con l’approvazione del regolamento sul crowdfunding ma molto si potrebbe ancora fare, ad esempio sul piano fiscale, per il social lending, per il venture philantropy per i social impact bonds e in generale per gli altri strumenti di finanza sociale. L’idea è ancora una volta molto semplice: io credo che d’ora in avanti qualunque soggetto privato che si avvicini ad una pubblica amministrazione con un’idea, un progetto, una proposta di nuovo servizio dovrà associare a questi un preciso e prespecificato strumento finanziario di ingaggio pubblico privato che consenta la effettiva realizzabilità dell’operazione. Ruolo dello Stato è quello di standardizzare ed abilitare un piccolo portafoglio di strumenti che rassicurino i pubblici amministratori ed i cittadini che l’operazione finanziaria non ha nulla a che fare con le spericolate operazione che hanno messo in difficoltà molti comuni italiani negli ultimi anni. Ci vuole quindi un po’ di regolamentazione e molta formazione.

In conclusione, riscoprire una visione sociale di ampio respiro dei progetti smart communities, affidarsi ad una governance leggera ma stabile ed asservire a ciò una strumentazione finanziaria innovativa è credo l’unico modo per restituire un po’ di smalto ad una agenda digitale che mi sembra perdersi nello squallore di liberalizzazioni wifi fatte e smentite, dell’invocazione taumaturgica dell’Expo e di gazzarre indecorose sulla proprietà delle reti, solo per citarne alcune. L’obiettivo è quello di restituire un po’ di calore e un po’ di anima al processo di digitalizzazione del paese, attraverso la social innovation agenda.

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