La riflessione

Smart city, alba del Servizio Pubblico Digitale

L’arrivo della cibernetica negli spazi urbani possiamo anche vederlo come un passaggio da un’era dove l’immissione di risorse non veniva governata- l’era dell’abbondanza- ad un’era dove dovrà essere governata tenendo conto di molti limiti (ambientali, sociali, economici). L’esempio principe sono le smart grid. I dati aperti e la partecipazione dei cittadini saranno fondamentali

20 Set 2013
Norberto Patrignani

Politecnico di Torino

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In fondo una “smart city” non è altro che l’applicazione dei principi dei sistemi a feedback introdotti dalla cibernetica negli anni ’50 ad uno scenario complesso come quello di una “city“.

L’idea della cibernetica (il termine cybernetics dal greco kibernetes, timoniere – venne introdotto negli anni ’50 da uno dei padri fondatori dell’informatica, Norbert Wiener) è appunto quella di emulare il timoniere che “corregge la rotta” con piccoli movimenti del timone quando vede che la nave devia dal percorso stabilito. Un principio che ha posto le basi di tutta la teoria dei sistemi.

L’applicazione della cibernetica negli spazi urbani possiamo anche vederla come un passaggio da un’era dove l’immissione di risorse non veniva governata – l’era dell’abbondanza, tutta concentrata sulla crescita esponenziale dell’offerta ad un’era dove l’immissione di risorse dovrà essere governata tenendo conto di molti limiti (ambientali, sociali, economici) – l’era della sufficienza (“enoughness“).

Nella nuova era bisognerà assolutamente tenere conto dell’effettiva domanda di risorse, prima di immetterne nuove.

Un esempio classico sono le smart-grid, dove la rete elettrica non è più unidirezionale, dal centro verso la periferia, ma bidirezionale, dove anche sistemi periferici (solari, eolici, etc.) possono generare energia elettrica ed immetterla in rete. Governare il flusso di energia elettrica, dove e quando ha senso immettere energia nei vari rami della rete, richiede appunto la conoscenza della effettiva domanda. Tramonta così l’era dove le centrali elettriche generavano energia “a prescindere”, con conseguenze gravi dal punto di vista economico, ambientale e sanitario.

Per realizzare tutto questo abbiamo bisogno di feedback, di sensori che ci informino sulla effettive necessità, di informazioni che ci permettano di correggere la rotta. La quantità e la varietà di queste informazioni è talmente vasta da richiedere grandi potenze di calcolo e di memorizzazione. Quando sensori sparsi nella smart city cominciano ad informarci sulla situazione reale (del traffico, dell’aria, dell’acqua, del gas, della rete elettrica, dell’Internet, degli eventi cittadini, …), possiamo molto presto superare i miliardi di Gigabyte di informazione, Exa-bytes, la soglia attuale del BigData.

Ecco che allora abbiamo bisogno di disegnare accuratamente i sistemi complessi della smart city, forse la prima grande sfida dell’informatica pervasiva, l’informatica che esce dai “centri di calcolo” e dagli uffici e si diffonde nella società reale, nelle piazze, nelle strade, nelle case. Dobbiamo, non solo essere in grado di progettare sistemi informatici, dobbiamo anche curare con molta attenzione l’interfaccia verso gli esseri umani, l’accessibilità dei servizi digitali, la human computer interaction deve diventare materia principale, la Web Accessibility diventare norma. Diventa ancora più importante la responsabilità sociale di chi progetta i sistemi, dei computer professional.

In una smart city, chiamiamolo Servizio Pubblico Digitale, ad esempio, potremo diminuire i consumi energetici e l’inquinamento, indirizzando il traffico in base alla situazione reale e diminuendo le code di auto ferme. Potremo incentivare l’uso dei mezzi pubblici e della bicicletta offrendo servizi a chiamata dove il passeggero comunica la sua presenza al guidatore, dove la rotta dei mezzi si adegua alle richieste degli utenti, dove le persone alle fermate hanno informazioni in tempo reale sulla rete di trasporti e sull’inquinamento atmosferico. Potremo avere superfici interattive nelle piazze, dove la città viene visualizzata con le informazioni più importanti per la persona di fronte allo schermo. Si potranno così mettere a frutto, personalizzandoli, gli Exabyte provenienti dai sensori per migliorare la qualità della vita, armonizzare meglio i tempi di lavoro con il tempo lilbero, muoversi con più leggerezza nello spazio urbano, essere informati su tutti i servizi disponibili nella città.

Almeno due grandi questioni emergono quando parliamo di Servizio Pubblico Digitale. La prima è relativa al formato dei dati. I dati generati ogni giorno per poter essere usati, analizzati e trasmessi dovranno essere in formato aperto (Open Data). In questo modo essi sono un vero bene comune, una piattaforma aperta anche alle aziende che sapranno offrire servizi innovativi. Uno stimolo importante anche per le imprese informatiche locali.

La seconda è relativo al coinvolgimenti dei veri utilizzatori: i cittadini. Il problema sarà stabilire la rotta, quali sono i bisogni reali (la domanda) da soddisfare? Naturalmente si parla di usare l’informatica in uno scenario urbano per migliorare la qualità della vita dei cittadini, di attenzione nell’uso delle risorse, ma quale è la domanda vera, quali sono i bisogni veri dei cittadini? La progettazione di un Servizio Pubblico Digitale è un esempio da manuale di sistema complesso che richiede il coinvolgimento degli utilizzatori fin dalle prime fasi del progetto, nelle stessa definizione delle specifiche funzionali. Un esempio classico di Participatory Design.

Un Servizio Pubblico Digitale è non solo la più grande sfida per l’informatica pervasiva, è anche un’occasione importante per porre le basi di un’alleanza tra amministrazione pubblica, cittadini, aziende e ambiente.

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