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Direttore responsabile Alessandro Longo

RECENSIONI GIOVANI

Terminator Genisys. Una lettura sociologica

di Massimiliano Moschin*

17 Lug 2015

17 luglio 2015

Il film dimostra di essere calato sull’attualità utilizzando anche alcune metafore, come la figura di un Terminator T-800 (l’inossidabile ma attempato Schwarzy), “vecchio ma non obsoleto”, che rispecchia un po’ la nostra bizzarra tendenza ad essere malati di tecnologia e poi andare a caccia di vintage, un po’ come se sognassimo l’iphone con la nostalgia dell’eterno 3310, in bilico fra l’estasi della novità continua e il mito del passato, lasciando il presente un po’ in secondo piano.

A trentuno anni di distanza dal capolavoro di James Cameron, quel Terminator del 1984, che ha lanciato le carriere del registra e del protagonista effettivo, un taciturno quanto letale Schwarzenegger, torna sugli schermi un rivisitazione sul tema della storia del più famoso cyborg del cinema.

Terminator Genisys si inserisce nella scia della riproposta di film del passato, in questo caso in forma di reboot, ma con qualche sorpresa e riflessione interessante. Sebbene il film non possa raggiungere la grandeur dei suoi predecessori, quel “Terminator”, ma soprattutto lo strepitoso seguito del 1991, “Il giorno del giudizio”, narrativamente e visivamente più di impatto dei successivi altri due film, la pellicola è degna di interesse e quanto mai attualizzata.

Se infatti negli episodi precedenti si immaginava un futuro distruttivo e apocalittico, peggiorando le già nefaste visioni della letteratura distopica del ‘900, immaginando un controllo dittatoriale conquistato dalle macchine create dall’uomo che si gli si rivoltano contro e dove lo strumento che scatena l’offesa finale nasce come strumento di difesa (l’infrastruttura informatica di controllo per la protezione missilistica degli USA: Skynet), in questo quinto episodio, che si snoda con viaggi temporali fra un lontano 1984 e prossimo 2017, il nemico conquista le menti umane con strategie di soft power prima di tentare di annientarle. Una minaccia gestita con un’interfaccia software amica, Genisys, che permette di controllare in un singolo spazio virtuale accessibile da device, quali smartphone e tablet, tutte le attività online degli uomini, emblematica in questi termini la figura del medico che ricuce una Sarah Connor ferita, che vive, anche in corsia, “always connected”.

I parallelismi con la contemporaneità sono abbastanza evidenti, la nostra potenziale Genisys sono Facebook e i social network ma soprattutto big G, quel Google che sa tutto di noi e che si rende sempre più indispensabile alla navigazione online.  Se infatti dieci anni fa proliferavano avatar, account fantasiosi ed indirizzi mail bizzarri, oggi fornire la propria identità e dati personali per servizi online è diventato naturale e, grazie al miraggio di avere servizi “in cambio di niente”, più o meno tutti siamo assuefatti a queste pratiche e potenzialmente rintracciabili e “misurabili”.

Senza essere drastici, ma stando a metà strada fra le idee sulla “società del controllo” (Vedasi gli ultimi lavori di Zygmund Bauman e David Lyon) e l’ottimismo della potenzialità di più menti connesse espresso da De Kerckhove, è indubbio che l’avvento di Internet e di strumenti ad esso collegati ha un effetto dirompente sulla nostra quotidianità. Terminator Genisys affronta questi temi in modo interessante, facendoci riflettere su dove potrebbero portare le conseguenze estreme di una digitalizzazione incontrollata e una sua assuefazione totale, scenari non così difficili da immaginare come lo erano trenta anni fa.

Il film dimostra di essere calato sull’attualità utilizzando anche alcune metafore, come la figura di un Terminator T-800 (l’inossidabile ma attempato Schwarzy), “vecchio ma non obsoleto”, che rispecchia un po’ la nostra bizzarra tendenza ad essere malati di tecnologia e poi andare a caccia di vintage,  un po’ come se sognassimo l’iphone con la nostalgia dell’eterno 3310, in bilico fra l’estasi della novità continua e il mito del passato, lasciando il presente un po’ in secondo piano.

E’ anche interessante notare il contrasto tra i rapporti umani mediati quasi solamente da uno schermo del 2017 (in piena febbre da legami deboli, logica su cui si basano i social network e in linea con le teorie di Granovetter) ed il recupero del concetto di famiglia e di legami forti, rappresentato dalla (finalmente) ritrovata unione fra Sarah Connor e Kyle Reese, sotto l’egida di un Terminator convertito ai comportamenti umani che fa da padre a Sarah. Il finale è quindi proiettato sulla rivalutazione dei rapporti umani semplici e diretti, che danno la forza per affrontare tutte le difficoltà di un futuro che, forse, non è già scritto.

Google è Skynet? Forse no, ma noi saremo pronti a combattere la comodità e il comfort a cui siamo abituati e riprenderci la libertà di dare i nostri dati in modo consapevole? Aspettiamo il prossimo Terminator per scoprirlo!

 


*Massimiliano Moschin
Apprendista markettaro con focus sul brand, mi diletto ad applicare un approccio sociologico per sviluppare strategie di marketing e comunicazione. Sono appassionato del potere della narrazione, in tutte le sue forme, dalla letteratura al cinema.

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