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Transizione ecologica e digitale: ecco perché devono viaggiare di pari passo

La transizione digitale e quella ecologica devono essere considerate al pari di una grande challenge, ossia uno sforzo importante per risolvere un problema di elevato impatto societario. Per vincere la sfida serve uno sforzo congiunto, un esteso partenariato pubblico-privato, nonché il consenso dell’opinione pubblica

30 Mag 2022
Achille Pierre Paliotta

Ricercatore INAPP

Photo by Riccardo Annandale on Unsplash

La scienza, la tecnologia e l’innovazione continua costituiscono i tratti dominanti della società attuale: su di essi si sono edificati sia i più grandi successi materiali compiuti dall’essere umano, finora mai visti sul globo terraqueo, sia le maggiori apprensioni legate ad un utilizzo solo profittevole e predatorio della stessa conoscenza scientifica e tecnologica.

È indubbio, tuttavia, che questi tratti precipui possano essere utilizzati anche per quello che costituisce uno dei più significativi obiettivi dell’ora presente: una compiuta transizione ecologica.

Il prezzo della transizione ecologica: i rischi tecno-geopolitici

La transizione digitale e quella ecologica nel PNRR

Del resto, anche in ottica comunitaria e nazionale, con il Next Generation UE, la transizione digitale si accompagna strettamente alla “Rivoluzione verde e transizione ecologica” con quest’ultima prevista esplicitamente nella Missione 2 del PNRR con uno stanziamento di 69,94 miliardi di euro sui 235,12 complessivi, per la maggior parte indirizzati alle fonti rinnovabili e alla mobilità sostenibile (a cui sono da aggiungere i 31,46 miliardi previsti nella Missione 3 “Infrastrutture per una mobilità sostenibile”).

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Ma essa si ritrova presente anche in altre Missioni quale, a solo titolo esemplificativo, la Missione 4 “Istruzione e ricerca”, e per citare uno degli ultimi bandi, quello appena promosso dal MUR – relativo ai partenariati estesi per il finanziamento di progetti di ricerca di base – tra i quindici programmi previsti ve ne sono alcuni in cui le due componenti, quella tecnologica e quella ambientale, sono strettamente intrecciate. In dettaglio, in questo Avviso del MUR, soprattutto nella tematica “Scenari energetici del futuro”, sono previsti i seguenti quattro ambiti strategici di ricerca di base relativi a: 1) “Energie verdi del futuro”; 2) “Sistemi per la produzione di idrogeno verde”; 3) “Sequestro, purificazione e utilizzo dell’anidride carbonica dalla produzione di idrogeno”; 4) “Sviluppo, manutenzione, gestione e rigenerazione di stack fuel cell di tipo polimerico (PEMFC)”.

La dipendenza Ue dal gas russo

A questo quadro generale, si deve aggiungere l’attuale invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russa. Ciò comporta che l’Unione Europea è determinata a porre fine alla dipendenza energetica dal gas russo – oppure nella situazione alternativa in cui fosse lo stesso Putin a dover interrompere, lui per primo, le forniture – e la situazione che si sta oggigiorno delineando fa sì che sono ora divenute economicamente plausibili opzioni prima impensabili. E tutte esse sono in diretta relazione alla scienza e alla tecnologia, tanto che si può verosimilmente sostenere che le due epocali trasformazioni (digitale ed ecologica) dovrebbero viaggiare di pari passo.

Nel frattempo, sempre per quel che concerne il quadro geopolitico, il 2 maggio scorso si era svolta a Bruxelles una riunione dei 27 ministri dell’Energia comunitari al fine di mostrare un’unità di intenti in campo energetico, anche a seguito di quanto occorso a Polonia e Bulgaria, le quali avevano visto interrotte le forniture di gas russe, a causa del rifiuto di effettuare il pagamento in rubli. In precedenza, difatti, in marzo, il governo russo aveva decretato che i pagamenti per il gas si sarebbero dovuti effettuare in rubli, una mossa volta a sostenere la propria economia di fronte alle sanzioni economiche imposte dai paesi occidentali. Due giorni dopo, il 4 maggio, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen aveva presentato il sesto pacchetto di sanzioni contro la Federazione Russa, tra cui un divieto totale relativo alle forniture russe entro i prossimi sei mesi e ai prodotti raffinati da attuarsi entro la fine dell’anno. “This will be a complete import ban on all Russian oil, seaborne and pipeline, crude and refined”.

Come era lecito aspettarsi, i prezzi energetici sono aumentati subito dopo tale annuncio. Per ridurre al minimo l’impatto sull’economia e sulla società europea, pertanto, von der Leyen aveva affermato che l’eliminazione graduale dalla dipendenza russa sarà attuata “in modo ordinato” e tale che consentirà di garantire modalità di approvvigionamento alternative riducendo al minimo i danni collaterali alla società e all’economia comunitaria. L’obiettivo esplicito è, dunque, quello di ridurre l’esposizione al prezzo volatile del gas. Ma cosa fare in questa situazione?

Quale soluzione all’impasse geopolitica?

Se a molti la soluzione apparentemente più semplice parrebbe essere quella di ridurre i consumi energetici (sintetizzata dallo spegnimento parziale dei condizionatori in estate) una soluzione strutturale maggiormente sostenibile, nonché di lunga durata, sarebbe quella di un cambio graduale di visione la quale implica un abbandono parziale del gas, ad esempio, passando in maniera graduale a condizionatori d’aria alimentati con sistemi ibridi di compressione del vapore, alle pompe di calore geotermico da collegare in rete, a batterie potenziate per l’immagazzinamento dell’energia, all’ulteriore sviluppo delle energie rinnovabili quali solare, eolico e idroelettrico, e altre ancora oggetto di sperimentazione scientifica e tecnologica. Anche l’opzione nucleare deve essere valutata attentamente in quanto la dipendenza della Francia dal gas russo, ad esempio, è assai limitata e questo in funzione della risorsa nucleare la quale, peraltro, dovrebbe ancor più accentuarsi per la prossima realizzazione di sei nuovi reattori. Lo stesso Regno Unito si sta orientando verso la costruzione di mini reattori nucleari di quarta generazione (small modular reactors) meno costosi, più sicuri, più efficienti e meno impattanti in termini di sostenibilità ambientale. Ma sebbene alcune di queste soluzioni siano già state ampiamente utilizzate e in via di ulteriore consolidamento (soprattutto in campo solare, eolico e idroelettrico) altre sono state sì testate scientificamente ma mancano tuttora della necessaria implementazione tecnologica per essere utilizzate in maniera pervasiva ed efficiente.

La situazione attuale, connotata da un aumento vertiginoso dei prezzi, anche legata alla guerra in corso, può nondimeno accelerare il processo di modernizzazione e di diversificazione in campo energetico, a livello nazionale, comunitario e globale. L’adozione delle conoscenze scientifiche di base necessarie, e le relative soluzioni tecnologiche, rappresenta anche un modo non solo per proteggere le famiglie e le imprese da costi energetici insostenibili quanto anche di tutelare la sicurezza e l’interesse nazionale. A questo riguardo va evidenziato che seppur il settore energetico è tra quelli rientranti nell’ambito dell’esercizio del golden power tale normativa andrebbe ulteriormente estesa alle piccole e medie imprese le quali attualmente non vi rientrano. Ridurre l’esposizione alla dipendenza da paesi extra-UE significa, pertanto, migliorare anche le performance complessive del sistema produttivo con profondi impatti sull’economia reale.

A questo riguardo, la “Relazione sulle conseguenze del conflitto tra Russia e Ucraina nell’ambito della sicurezza energetica”, redatta dal Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir), trasmessa alle Camere e resa pubblica il 27 aprile scorso, riportava che in base ai dati del 2020, l’approvvigionamento energetico nazionale risulta composto da più dell’80% da fonti fossili quali gas (42%), petrolio (36%) e carbone (4%) mentre le fonti “verdi” incidono per un totale del 18% ripartite tra rinnovabili (fotovoltaico ed eolico) per un 11% e idroelettrico (7%).

Conclusioni

In conclusione, la sfida apportata dall’attuale crisi energetica, dal conflitto geopolitico in corso, dal cambiamento climatico, dall’impatto ambientale e dalle limitate risorse naturali sollecita la messa in produzione di nuove soluzioni tecnologiche e di nuovi strumenti innovativi rispetto a quelli tradizionali. La transizione digitale e quella ecologica vanno di pari passo e devono essere considerate alla stregua di una grande challenge, vale a dire di uno sforzo considerevole messo in atto al fine di affrontare e risolvere un problema di elevato impatto societario, di esperire le diverse possibilità ed opzioni tecnologiche che vengono prospettate, di valutare i rischi connessi nonché di cercare di avanzare velocemente in direzione del raggiungimento del triplice obiettivo della sicurezza energetica, della decarbonizzazione e dell’efficienza energetica. E non v’è alcun dubbio che per la risoluzione di una tale grande challenge vi è la necessità di uno sforzo congiunto, in primis di scienziati, ricercatori, politici, funzionari, giornalisti, di un esteso partenariato pubblico-privato, a livello comunitario e nazionale, nonché del consenso dell’opinione pubblica in generale.

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