Sostenibilità

Economia circolare, le startup ci sono ma manca l’ecosistema: perché puntare su blockchain

Le maggiori startup che rivendono prodotti di seconda mano sono diventate rapidamente unicorni: l’economia circolare permette di affrontare insieme la sostenibilità ambientale e l’aumento della povertà. Gli esempi europei e italiani, perché la blockchain potrà fare la differenza

16 Giu 2022
Pierluigi Casolari

founder di Unconventional Road, autore di Startup 3.0, blog su startup, innovazione e web 3.0

modello di sviluppo sostenibile - sostenibilità

Con l’inflazione che galoppa, al netto di politiche monetarie e di strategie di geopolitica, il bisogno di economia circolare aumenta. Il costo delle materie prime si sta rialzando e l’impatto dei consumi sull’economia delle famiglie è sempre più rilevante. In questo contesto, allungare la vita media dei prodotti può cambiare il decorso della crisi, quanto meno per le fasce deboli della popolazione.

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I dati del rapporto sull’economia circolare in Italia

Secondo il Rapporto sull’Economia Circolare in Italia, dal 2018 al 2020 il tasso complessivo di circolarità della merce è diminuito rispetto al biennio precedente. Stiamo dunque tornando indietro? Nel biennio 2018-2020 i consumi sono aumentati dell’8% rispetto al periodo precedente, ma il riciclo (in tutte le sue forme) è cresciuto solo del 3%.

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La conclusione del rapporto è molto negativa: l’Italia recupera solo il 9% delle risorse che vengono estratte dal pianeta per produrre prodotti di breve durata. Rispetto alla media europea, l’Italia ha in realtà migliorato qualche parametro, ma si tratta comunque di piccole variazioni. Il problema, tuona il report, è che consumiamo più di quanto rigeneriamo.

Economia circolare: le startup che vendono prodotti di seconda mano

L’ambiente startup ha affrontato il tema della circolarità con casi di successo interessanti a livello europeo, con un’idea fondamentale alla base: disaccoppiare consumo e produzione.

Vinted, Depop, Subito.it sono nate come marketplace per la rivendita di vestiti, accessori, abbigliamento. Nessuna delle tre è più definibile come una startup: sono unicorni che crescono con i ritmi delle scaleup turbofinanziate. Vinted ha raccolto oltre 600M di euro, vale più di un miliardo e ha 700 dipendenti.

Il modello di business è autoevidente: puoi vendere e comprare prodotti di seconda mano in tutte le nazioni abilitate. Le scaleup di questo tipo allungano la vita ai prodotti, aumentando il numero di “possessori” di una stessa merce. Aumentano i consumi, riducono la produzione.

La scaleup che aiuta a non buttare i prodotti

Si muove sulla stessa falsariga Too Good To Go, scaleup inglese, 45 milioni di euro raccolti. Ma lo fa nel settore del food. L’obiettivo di Too Good To Go è quello di aiutare bar, ristoranti, pasticcerie e supermercati a non buttare via i prodotti a rapida scadenza, creando magic box (con mix dei prodotti in scadenza, ma non scaduti!) che possono essere vendute sull’app a prezzi molto bassi.

Too Good to Go è l’emblema di un nuovo tipo di startup ad altissimo impatto ambientale. Too Good to Go non agisce soltanto sul tema dello spreco, ma consente a soggetti con scarse disponibilità di acquistare box a basso prezzo. Impatto ambientale e sociale va a braccetto. Too Good To Go è una delle poche scaleup europee che prova ad affrontare temi sociali come l’aumento del tasso di povertà.

Le startup che puntano sul made in Italy

E in Italia cosa sta succedendo? Non rimaniamo indietro. E lo facciamo guardando alla nostra storia. Quella del made in Italy che vede nel design, nella moda e nel mondo enogastronomico i propri punti di forza.

Deesup è il marketplace del design di seconda mano. Prodotti certificati e selezionati ma allo stesso rivenduti da soggetti privati. Deesup ha raccolto quasi 3 milioni di euro negli ultimi due anni. La blockchain potrebbe rappresentare la svolta in questo ambito, attraverso una certificazione della filiera e del passaggio di mano dei prodotti. La startup olandese Circularise ha creato un software che serve per certificare la filiera produttiva (supply chain) e potrebbe sostenere anche i progetti di economia circolare.

In ambito fashion, il caso di successo italiano più interessante è quello di Green Chic (ex Armadio Verde) progetto di economia circolare, nato per l’abbigliamento bambino e ora estesosi all’abbigliamento in generale. Greenchic si propone come un ambiente circolare e community di genitori che con i bambini in crescita vendono e comprano abbigliamento di seconda e terza mano da altri membri di Greenchic. I bambini crescono e ogni 3-6 mesi il guardaroba è praticamente tutto da rivedere. La community di genitori in fase diverse permette di trovare su Greenchic i prodotti che servono abbattendo costi e riducendo la produzione.

In ottica sistemica, dovremmo chiederci tuttavia se la circolarità abbia impatti nefasti sulle produzioni dei marchi di moda, accessori e design. Anche in questo caso potrebbe aiutarci la blockchain. Dovremmo iniziare a pensare a filiere senza soluzioni di continuità.

I brand producono i prodotti li potrebbero vendere ai consumatori insieme a specifici token che consentono la rivendita degli stessi. I token potrebbero avere uno specifico costo (da pagare in criptovalute), ma allo stesso tempo potrebbero consentire ai consumatori di vendere in maniera certificata i prodotti. Oppure in alternativa, i token potrebbero permettere ai produttori di ottenere una piccola percentuale delle vendite degli utenti.

Futuristico? Neanche tanto. Se i brand dovessero assistere ad un crollo delle vendite, il secondario potrebbe essere un’opzione più che sensata. E con la blockchain potrebbero generare catene del valore tracciate.

Il modello cooperativistico

Un modello alternativo è quello cooperativistico, che opera a livello locale ma che eventualmente può estendersi secondo logiche di franchising.

Triciclo è una cooperativa sociale di tipo B (ovvero che offre lavoro a soggetti con svantaggi sociali e sanitari certificati) che opera in Piemonte. Come cooperativa è nata occupandosi dello smaltimento di rifiuti per il comune di Torino, successivamente tuttavia i fondatori si sono resi conto delle potenzialità della circolarità e così hanno creato un laboratorio per la trasformazione e rielaborazione dei rifiuti.

Il laboratorio è diventato uno spazio sociale dove non solo i dipendenti possono lavorare i rifiuti, ma anche ragazzi e giovani possono imparare tecniche creative di riciclo. I prodotti rilavorati vengono poi venduti online e offline nei mercatini torinesi. È un modello non scalabile nei canoni del venture capital, ma sostenibile e che genera posti di lavoro. Inoltre può essere esportato in altre province, comuni e regioni. Sul tema del fashion sostenibile lavora Officine Frida, che destruttura abiti e utilizzando gli stessi materiali ne produce di nuovi, secondo la logica dei “makers” che oggi si contano a migliaia di Instagram.

Conclusioni

Gli spunti ci sono, le idee non mancano: serve probabilmente un grande collante tecnologico per tenere insieme i pezzi e creare un ecosistema.

Questo collante può essere dato dalla blockchain. Esistono ancora resistenze rispetto a questo modello decentralizzato, ma forse alcune di queste dipendono dall’associazione tra blockchain e speculazione finanziaria.

Associare invece blockchain a certificazione decentralizzata delle filiere produttive potrebbe portare ad applicazioni gigantesche.

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