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i retroscena

Fondo nazionale innovazione, storia di una rivoluzione tradita

Dodici mesi di braccio di ferro sulle nomine e ora parte, a febbraio. Ma è un soggetto molto diverso dalla visione dirompente pensata dal M5S. Avrà infatti solo piccola porzione dei fondi promessi. E non tutte le nomine hanno seguito criteri di mercato; alcune, persino in conflitto con i requisiti Consob

30 Dic 2019

Dopo un anno di lavoro e grandi annunci, ora abbiamo il Fondo Nazionale Innovazione: presidente Francesca Bria, amministratore delegato Enrico Resmini, che ha annunciato l’inizio delle operazione a febbraio; peccato che non abbiamo niente di (davvero) nuovo. E quindi la reale efficacia del Fondo è incognita. Per ora la sola certezza è il danno già registrato all’ecosistema startup: nell’impasse abbiamo perso un anno in cui gli strumenti di investimento già esistenti sono stati in stand by.

Questa è la storia del Gattopardo in salsa startup. Ecco perché.

Si era partiti da Invitalia Ventures (IV, controllata da Invitalia) e Fondo Italiano di Investimento (FII, controllata da CDP) con l’intento di unificarle per toglierle dalle mani di soggetti autoreferenziali e farne un dirompente strumento strategico per la crescita del venture business e delle startup del paese; ma dopo dodici mesi di circonvoluzioni si è tornati più o meno alla casella di partenza. Nasce un FNI depotenziato, tra i mugugni – a quanto risulta – di chi nel M5S davvero all’inizio ci credeva.

Lo strumento “potente” che tutti chiedevano, che potrebbe dare una spinta alla nuova imprenditoria e al merito, alla fine viene gestito nel più tradizionale degli schemi: il Manuale Cencelli per l’assegnazione “politica” delle nomine. E con molti meno fondi del previsto, venendo meno la garanzia dei dividendi delle partecipate statali. 

Il bilancio risulterà chiaro dall’analisi di quello che è successo fin qui, condita da qualche retroscena sulle nomine.

Fondo Nazionale Innovazione, la storia di una nascita sofferta

Bisogna per prima cosa sapere che in Italia operava già da anni FII, come piccolo “fondo di fondi”, allargando la sua mission rispetto a quella del Private Equity e facendo cioè da cassa para-pubblica per gli operatori del Venture Capital che bussavano a questa porta per trovare la loro prima “dotazione” economica, da affiancare poi a sottoscrittori di altra natura.

FII era partecipato da CDP ma anche da altri soggetti, e la sua governance era da sempre più o meno “politica”, nel senso che per accedere ai suoi fondi era bene essere graditi ad un certo “giro” di quella casta finanziaria che da sempre presidia il settore in Italia e che non gradisce né che questo cresca troppo né che si generi concorrenza. D’altra parte i soldi disponibili in FII non erano molti.

Secondo alcuni operatori privati e secondo diversi esponenti politici, le modalità di gestione di FII sono state quelle che hanno tenuto il settore del Venture Capital asfittico per anni.

A latere di FII, stavolta sotto Invitalia e durante il Governo Renzi, era nata Invitalia Ventures: un fondo di Venture Capital – e non un fondo di fondi – di natura pubblica che era costituito per fare co-investimenti diretti in startup italiane ad altro potenziale. Nasceva cioè per aumentare l’investimento medio in progetti meritevoli, posizionandosi come soggetto fornitore di una importante leva finanziaria laddove fosse necessario e il mercato privato italiano dei capitali non fosse in grado di intervenire con ticket di dimensione sufficiente, a partire dai round seed. Il problema di IV purtroppo è che era controllato da Invitalia, agenzia pubblica che pur se sottoposta a controllo da parte del Ministero dello Sviluppo Economico è da sempre una “isola” di sottostato e di sottopotere autoreferenziale all’italiana. Il primo Amministratore Delegato di IV indicato da Renzi per avviare la macchina ed investire secondo criteri di copertura dell’area a fallimento di mercato durò quindi poco, essendo un “corpo estraneo”. L’AD subentrato, pescato dalla “solita” casta finanziaria del paese che tutto fa perché nulla si muova, riposizionò immediatamente il fondo, di fatto spegnendone l’efficacia.

Alla vittoria delle politiche del 2018 da parte del movimento 5 stelle, una delle poche cose davvero chiare che aveva in testa Di Maio andando a fare il Ministro dello Sviluppo Economico era che doveva smontare questa situazione e far nascere un soggetto ad alto impatto sul mercato, per portare risorse finanziarie ai progetti di impresa ad alto potenziale costituiti da nuovi imprenditori: meritocrazia al posto degli investimenti relazionali che da sempre hanno guidato la finanza, sia pubblica che privata, del paese. Partì un braccio di ferro contro i “poteri” che si ribellavano a questa visione: finanza privata, mondo bancario, gestori del risparmio, dirigenti di Banca d’Italia, alti dirigenti del Ministero dell’Economia e Finanze e perfino del Ministero dello Sviluppo Economico, raggruppati in una specie di alta loggia della finanza conservativa, schierati contro Di Maio che intendeva far arrivare capitali a “chi merita” e non più a “chi li deve avere” (ci sono dirigenti del MEF che affermano senza vergogna la difesa del capitalismo di relazione all’italiana).

L’inizio del braccio di ferro vide vittoriosa la politica, e il parlamento nonostante le solite tristi “manine” votò in più battute che Invitalia Ventures passasse sotto il controllo di CDP rinominandosi in Fondo Nazionale Innovazione e che questo soggetto acquisisse anche l’attività di Fondo di Fondi di FII. Il nascente FNI veniva quindi progettato come una “macchina” attiva sia nel fare da cassa per i fondi privati che da operatore di Venture Capital diretto, con lo scopo di spingere la crescita del mercato. La dotazione iniziale veniva definita in oltre un miliardo di Euro grazie all’allocazione obbligatoria di una quota dei dividendi delle partecipate di Stato.

A marzo 2019 quindi fu annunciata la imminente nascita del nuovo soggetto, in un scoppiettante evento torinese, e nel frattempo si disse all’uscente AD di IV di non fare più investimenti nell’attesa della nomina del nuovo consiglio di amministrazione e del passaggio di controllo da Invitalia a CDP. Sembrava cosa fatta, con volontà chiara da parte di Di Maio di ripescare il primo AD di IV, Salvo Mizzi, e metterlo a capo della nuova macchina per riprendere lo slancio sul mercato. Questa era l’indicazione di nomina data a CDP.

Che cosa è andato storto

Peccato che la storia è andata in modo diverso.

Per capire cosa succederà poi, bisogna aver chiaro il fatto che nell’ordinamento italiano il Governo non è “padrone” delle azioni delle società controllate ed ha come unico reale potere quello di nominarne gli amministratori quando questi vanno a scadenza. Ma il modo in cui questi amministratori agiscano, e se rispettino le richieste del Governo, è demandato alla volontà di questi amministratori di eseguire: nessuna legge li obbliga, anzi le norme ne tutelano l’autoreferenzialità (loro la chiamano “autonomia”).

In quella fase entrava in scadenza il mandato del CDA di Invitalia, che poteva rallentare l’operazione di trasferimento del controllo di IV a CDP semplicemente facendo un po’ di resistenza passiva, per inserire un elemento negoziale in favore della volontà dell’AD Domenico Arcuri di essere rinnovato nella carica, come poi ha ottenuto (per l’ennesima volta dal 2007).

In quel momento poi succedevano delle altre cose a contorno: mentre nei sondaggi il m5s scendeva e contemporaneamente cresceva vertiginosamente il consenso della Lega, l’amministratore delegato di CDP Fabrizio Palermo – di nomina m5s – decideva di affidare ad un head hunter la ricerca dei profili da nominare nel CDA e nella carica di AD. E inserendo tra i requisiti dell’AD una pregiudiziale di età che tagliava fuori Mizzi.

Nel frattempo a maggio salta la disponibilità di finanza dallo Stato: il budget della percentuale di dividendi dalle partecipate di Stato da fisso diventa “fino a” (il che può anche voler dire niente). Il nascente Fondo Nazionale Innovazione, quindi, diventa dotato dei soli fondi già in pancia ad IV oltre a quelli di CDP – cioè il risparmio postale degli italiani.  

Giugno e luglio passano nell’attesa delle firme di tutti i ministri competenti, perché la creazione del FNI anche se voluta da Di Maio come Ministro dello Sviluppo Economico deve necessariamente essere approvata da altri che hanno parziale competenza sul tema, per cui serve che firmi il Ministro dell’Economia e infine il meno ansioso di chiudere il tutto che è il Ministro per il Sud.

A fine luglio quindi, stante la volontà di Palermo di non incaricare Salvo Mizzi ma Enrico Resmini reperito dall’head hunter, sembra che si vada in porto con l’incarico di Presidente “con deleghe” a Mizzi e Resmini come AD. Ma la Lega apre la crisi di Governo che ha appassionato il paese e a settembre nasce il nuovo Governo, ma a quel punto se fino a quel momento al Governo con m5s c’era stata la Lega che era tutto sommato disinteressata, a quel punto c’è il PD a voler dire la sua e giammai a farsi sfuggire la possibilità di assegnare poltrone, e quindi tutto è da rifare. Tutto ciò per inciso con il MiSE che è passato di gestione a Patuanelli che pur se competente sul tema appare disinteressato a seguirlo per dedicarsi alle crisi aziendali.

Nel frattempo la dirigente di FII che si occupava dell’attività di Fondo di Fondi, Cristina Bini, pare che venga scelta non si sa bene da chi come nuova responsabile del Fondo di Fondi in FNI, quindi alcune tra le stesse persone che operavano proprio in quel FII a cui la politica voleva togliere la palla vengono messe a svolgere lo stesso ruolo nel nuovo soggetto.

Fabrizio Palermo insiste sull’incarico di AD a Enrico Resmini, ma esce fuori una situazione di possibile conflitto perché pare che sia cugino di un alto dirigente di CDP. Si riapre il ballo. Ma a questo punto oltre a FNI ci sono molte nomine da fare, intrecciate tra loro, e come al solito non si sblocca una partita se non si concorda tutto lo schema. Domenico Arcuri, che a luglio sembrava ormai soccombente e in uscita, riesce a farsi appoggiare dal Quirinale che non desidera troppi stravolgimenti, e di conseguenza dal Premier Conte che tiene molto a seguire i consigli del Presidente della Repubblica.

Ad un certo punto, chiuso l’accordo sul rinnovo di Arcuri, si torna alla possibilità che l’AD sia Mizzi e sembra che le nomine vadano in porto. Ma l’ultimo giorno utile interviene la Ministra per l’Innovazione Paola Pisano, suggerendo che l’AD di FNI sia Luigi Tomassini, già a capo di FI. Cioè la sua idea è quella di rimettere in mano il Venture Capital italiano al sistema relazionale da cui lo si è voluto togliere un anno prima. Si apre una mezza giornata di fuoco dove da Cassa Depositi e Prestiti fanno muro, e Tomassini ufficialmente “rinuncia”. A quel punto si torna a Enrico Resmini, che incassa la nomina nel gruppo dei sei membri di CDA che vanno nominati da Cassa Depositi e Prestiti, e si viene a sapere che Mizzi torna “in corsa” per essere di nuovo Presidente con deleghe.

La nomina del Presidente però spetta ad Invitalia – una volta interamente controllante IV, e che si riduce al 30% del capitale – e si aspetta che questa faccia i suoi tre nomi da aggiungere ai sei incaricati da CDP. Qui arrivano le nuove sorprese: a fronte di un m5s sempre più debole dilagano gli appetiti del PD, dove il gruppetto di Dario Franceschini, Enrico Letta e Marianna Madia identifica in Francesca Bria, una romana che opera a Barcellona come assessore all’innovazione, e che molti vedono bene come candidata Dem a correre come sindaco di Roma nel 2021. Bisogna però fino ad allora “piazzarla” su qualche poltrona che la radichi in Italia e le dia visibilità, per costruire il personaggio e la reputazione necessaria a metterla in corsa. Peccato che Francesca Bria sia una che non abbia mai avuto un minuto a che fare, nella vita, con l’economia ma solo con la Pubblica Amministrazione. La sua esperienza di “innovazione” cioè è sempre stata rivolta al pubblico e giammai al privato, ma per chi la vuole in quel ruolo di motore per l’economia privata la cosa è del tutto irrilevante. E allo stesso tempo è irrilevante che la Bria non possieda i requisiti definiti dal Testo Unico della Finanza per poter assumere il ruolo di Presidente di una SGR: esce lo studio legale che esprime il “parere positivo” con cui eventualmente in futuro prendersela.

La chiusura delle nomine

Finisce così: Invitalia nomina i suoi tre consiglieri, peraltro alzando la tensione con un iniziale rinvio della decisione a data da destinarsi, e alla fine incarica come presidente proprio Francesca Bria. In più, dalla propria terna di nomi scompare quello di Salvo Mizzi, esplicitamente richiesto dal Ministro dello Sviluppo Economico nonché il solo che dei nomi in lizza avesse chiara competenza ed esperienza di venture capital. Al suo posto il rinnovato (per altri tre anni) Domenico Arcuri inserisce Sergio Buonanno, il fedele amministratore delegato che aveva già sostituito Mizzi quando questo era uscito da Invitalia Ventures proprio per la rottura con Arcuri.

Alla fine, tutto il CDA viene nominato con una versione aggiornata del Cencelli: al di là di Enrico Resmini, che come AD pare un buon profilo di standing elevato e nel quale molti ripongono fiducia sebbene non strettamente competente di Venture Capital, si insediano una sfilza di persone dove il concetto di “merito” o di “competenza” è del tutto assente, sostituito dai concetti di “appartenenza” e di “fedeltà”.

E pazienza se qualche esperto (e idealista) fa notare che alcune delle nomine forse nemmeno rispettano i requisiti di legge previsti da Consob. Ultima delusione, nella Legge di Bilancio 2020 non c’è traccia di ulteriori fondi: stanti così le cose, il Fondo nel 2020 non ha risorse per sostenere il mercato superiori a quelle che erano già disponibili nei due soggetti precedenti e assimilati. E bloccati per un anno.

Insomma: dodici mesi di passione, e di fermo dei due soggetti che sono andati a convergere in quello nuovo, per non avere che una piccola porzione dei fondi inizialmente promessi, e governati da persone che non rispondono a criteri di mercato. 

Il Gattopardo è servito.

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