tecnologie e disuguaglianze

Innovazione, l’allarme della Silicon Valley: serve più Stato per guidare la crescita

L’attuale sistema economico-produttivo è inadeguato alle sfide che si sono concretizzate con la pandemia da covid-19. Così la Silicon Valley mette in discussione il libero mercato, che negli ultimi vent’anni ha prodotto disuguaglianza e minore benessere, minore crescita, minore capacità di competere a livello globale

12 Mag 2020
Paolino Madotto

manager esperto di innovazione, blogger e autore del podcast Radio Innovazione

mercati-digitali

L’emergenza Covid-19 sembra aver posto di fronte molti paesi alla necessità di un maggior intervento dello Stato, in forme diverse a seconda del paese ma nella consapevolezza comune che la sua abdicazione per lasciare mano libera al mercato abbia provocato un danno.

Negli ultimi venti anni, infatti, abbiamo avuto un periodo tra i più importanti nella storia in termini di finanziamenti all’innovazione, abbiamo visto crescere i valori di Borsa di molte società e molte startup sono diventate dei colossi globali acquisendo via via potenziali concorrenti.

Eppure, se oggi parliamo di innovazione guardiamo più alla Cina: pensiamo al vaccino contro il Covid-19 che il presidente Usa Donald Trump voleva acquisire attraverso l’offerta di una cifra enorme da una azienda tedesca mentre la Cina ha in corso una delle sperimentazioni più promettenti.

In discussione, dunque, vi è il modello economico degli ultimi vent’anni e l’allarme non viene da cinici osservatori, ma niente di meno anche da Marc Andreessen, uno dei maggiori Venture Capitalist della Silicon Valley e precedentemente uno dei fondatori di Netscape che è stato il primo browser commerciale per navigare in internet.

Qualche giorno fa (il 18 aprile) in un preoccupato post, Andreessen ha lanciato un grido di allarme sulla capacità degli Stati Uniti di costruire e di produrre i beni di cui ha più bisogno ora.

L’oggetto principale della sua critica è rivolto ad un sistema produttivo che non è più in grado di produrre vaccini, tamponi, DPI e quant’altro necessario in questa emergenza ma non è in grado di produrre nemmeno molti dei prodotti tecnologici o a ridisegnare la società in modo che sia possibile offrire un alloggio per la maggioranza della popolazione, ripensare la sanità o affrontare concretamente il cambiamento climatico e così via.

Andreessen lancia l’allarme verso una società incapace di creare e di innovare, dove ci sono le big del digitale ma questo non si trasforma in una capacità di leadership mondiale.

Le conseguenze dell’outsourcing

Un post che colpisce, scritto da uno dei maggiori VC mondiali che negli ultimi anni ha investito in molte delle aziende che sono cresciute in borsa sull’onda delle startup innovative.

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Andreessen se la prende con il capitalismo clientelare, con l’ossificazione dei monopoli e in generale con le forze che bloccano la società e ne riducono la capacità di innovare e portare benefici per tutti ad esempio espandendo il sistema della formazione e dell’educazione, la capacità di produrre luoghi economici dove abitare e un sistema sanitario efficace. Andreessen afferma che questo non è il risultato di una minore capacità del sistema USA ma di una precisa scelta decidendo di trasferire sempre più produzioni in outsourcing in Asia.

Questa riflessione non emerge la prima volta, dieci anni fa Andy Grove (mitico fondatore di Intel) lanciò sulle pagine di Bloomberg una riflessione contro l’outsourcing e il trasferimento di lavoro all’estero. Grove segnalava che non basta inventare e progettare, molta della capacità di produrre innovazione viene dall’esperienza nel costruirle, venderle, essere in contatto con i clienti, migliorarle quotidianamente. Secondo Grove la grande produzione industriale non costruisce benefici solo dal punto di vista produttivo o di posti di lavoro creati e benessere generale ma pone di fronte a sfide che aumentano le capacità delle aziende che la affrontano come la capacità di organizzare la produzione e di pianificare grandi progetti, fare investimenti a lungo termine. Da questo punto di vista le aziende cinesi hanno saputo capitalizzare molto meglio questa strategia occidentale, hanno saputo costruire colossi in grado di produrre volumi enormi, migliorare prodotti e ormai da qualche tempo produrli meglio.

La questione è anche oggetto di riflessione di John Van Reenen della Sloan Management School del MIT che in un recente articolo confronta la crescita storica USA con quella degli ultimi anni e la confronta con i paesi maggiormente industrializzati arrivando alla conclusione che il deficit accumulato dagli USA non è risolvibile solo con l’intervento privato, anzi è provocato proprio dall’aver lasciato tutto in mano ad esso. Van Reenan mette in evidenza come l’innovazione abbia prodotto disuguaglianza e che i modelli asiatici, con una partecipazione forte dello Stato, sono stati in grado di avere performance notevolmente migliori. Riporta poi quelle che a suo dire sono policy che gli USA dovrebbero adottare per colmare il gap come una tassazione incentivante per la R&D, un intervento diretto in alcune aree di R&D anche attraverso laboratori pubblici e finanziamenti mirati, la disponibilità di capitale umano anche utilizzando maggiormente l’immigrazione di talenti.

Finanziarizzazione delle startup, un modello messo in discussione

È interessante come la riflessione negli USA si stia facendo sempre più serrata nel rimettere in discussione delle politiche degli ultimi venti anni incentrate quasi esclusivamente sul modello della finanziarizzazione delle startup. Un modello che ha spinto la borsa a finanziare enormemente le startup e trasformarle in investimenti azionari su cui far crescere azioni speculative, piccole aziende che in poco tempo si trovano ad essere quotate in miliardi di dollari e a ricevere finanziamenti di centinaia di milioni di dollari malgrado un business in perdita (ne ho parlato già qualche mese fa).

Sembra evidente che questo modello da solo non consente di fare politiche a medio lungo termine e non consente di raggiungere posizioni di competizione rispetto al modello che negli anni ’60 e ’70 ha disegnato la nascita del settore IT determinando un impressionante incremento della produttività e dell’innovazione. Un modello fondato su interventi statali, in quegli anni attraverso gli investimenti nel settore spaziale e militare, e gli interventi privati con aziende in grado di finanziare laboratori interni di innovazione (pensiamo a quel crogiolo di innovazioni rappresentato dall’Hewlett Packard a Palo Alto). È mancata sicuramente la parte pubblica e sono stati delegati gli interventi in R&D da una parte alla borsa, attraverso una finanziarizzazione dell’innovazione e dall’altra al settore privato fatto dalle cosiddette GAFA (Google, Apple, Facebook, Amazon) che sono le big del digitale molto simili alla “ossificazione dei monopoli” a cui alludeva Andreessen. Una indagine aperta dall’antitrust USA sta indagando su presunti comportamenti anti competitivi volti ad acquisire startup potenzialmente competitor prima che possano essere “pericolose”.

Una strategia di medio-lungo termine per l’innovazione (con la presenza dello Stato)

Il modello USA (ma anche in Europa) semplicemente lasciato al mercato non ha pagato, ha fatto crescere altri paesi in termini di PIL, in termini di innovazione e soprattutto (come sottolinea anche l’articolo della Sloan Management School) in termini di benessere sociale, posti di lavoro, ecc. Sì, perché oggi se cerchiamo paesi dove la crescita del benessere è aumentata di più negli ultimi anni dobbiamo guardare di nuovo il sud-est asiatico e al colosso cinese, ci piaccia o meno. Un paradosso se pensiamo che fino a qualche decennio fa il problema più rilevante della Cina era come poter sfamare la sua popolazione e oggi, non senza aver imposto enormi sacrifici, può offrire un profilo di consumo molto più elevato. Non so se anche di benessere e in che misura. Non si tratta di vedere la Cina come un obiettivo da raggiungere ma di analizzare come i pochi anni abbia fatto un balzo enorme.

Ciò che viene richiesto a gran voce all’amministrazione americana da un numero crescente di opinion leader e dai suoi stessi cittadini è di occuparsi di più di aumentare il benessere della popolazione, di investire in innovazione con una presenza più forte dello Stato in modo da direzionare gli sforzi e coprire settori che il privato non fa, di guardare nel medio lungo termine anziché semplicemente nel breve termine della trimestrale di borsa. Si chiede una maggiore presenza e direzione allo stato ma anche un cambiamento nella mentalità dei manager e degli stakeholder.

Una riflessione che dovrebbe maturare anche in Europa che negli ultimi decenni è quell’area geografica che maggiormente ha abbandonato l’intervento dello Stato, la produzione interna optando per sempre maggiori settori esternalizzati in est Europa ma molto anche in Cina, interventi sempre più scarsi sull’innovazione che a parole viene posta al primo posto ma nei fatti non trovano concretezza.

Dieci anni fa Barroso, lanciando la “strategia Europa 2020” indicava la necessità di rilanciare la “crescita intelligente (promuovendo la conoscenza, l’innovazione, l’istruzione e la società digitale), crescita sostenibile (rendendo la nostra produzione più efficiente sotto il profilo delle risorse e rilanciando contemporaneamente la nostra competitività) e crescita inclusiva (incentivando la partecipazione al mercato del lavoro, l’acquisizione di competenze e la lotta alla povertà)”, obiettivi mancati anche se il programma è stato oggetto di finanziamenti imponenti.

Conclusioni

Se dunque ci troviamo in questa situazione dovremmo chiederci dove sono finite le energie di innovazione che ci aspettiamo continuamente dagli investimenti imponenti in startup (sempre meno selezionate sulla base della loro innovatività) e se non dobbiamo modificare questa nostra idea per seguire un modello diverso nel quale mercato e Stato si muovono in simbiosi. Ci dobbiamo chiedere dove sono finiti i frutti degli incentivi messi a disposizione delle aziende per innovare e fare crescita, gli incentivi in industria 4.0 se non possiamo chiuderle nemmeno in caso di pandemia perché devono lavorarci gli operai (eppure qualche anno fa parlavamo di fabbriche automatiche e industry 4.0) e gli sgravi fiscali se abbiano finanziato realmente interventi di R&D o nuovo accumulo di ricchezza.

Porsi questa domanda è assolutamente necessario in un quadro di evidenze econometriche sugli effetti delle politiche economiche adottate negli ultimi decenni, è necessario lasciar da parte le ideologie e confrontarsi con un approccio pragmatico.

Dove è stata più spinta la mano libera del mercato, termine di Adam Smith usato impropriamente rispetto alla complessità del suo pensiero, ha prodotto disuguaglianza e diminuzione di benessere, minore crescita, minore capacità di competere con altre economie a livello globale, minore capacità di innovare non solo tecnologicamente ma anche dal punto di vista organizzativo e sociale. Si tratterà ora di prenderne atto e trasformare la testardaggine dei numeri in policy e interventi, in scelta attenta delle persone a cui affidare ruoli di responsabilità, in azioni concrete per costruire il futuro dei nostri paesi e dei loro cittadini.

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