ecosostenibilità

Startup per l’ambiente, è boom: ecco gli esempi del “verde” che avanza

Da Treedom a Myfood, passando per Babaco Market e Green Chic: avanzano le aziende le startup che incentrano il loro business sull’ambiente e sull’ecosistema. Adozione di alberi per incrementare la produzione di CO2; lotta allo spreco alimentare, abbigliamento di seconda mano: gli esempi più interessanti

31 Mar 2022
Pierluigi Casolari

founder di Unconventional Road, autore di Startup 3.0, blog su startup, innovazione e web 3.0

In questi giorni drammatici in cui si parla di ritorno al carbone, non possiamo non guardare alle startup “green” che invece continuano a ricordarci l’importanza della sostenibilità. Non come ideologia, ma come concrete azioni benefiche per l’ambiente, l’ecosistema e dunque noi stessi.

Facciamo qualche esempio di come queste aziende giovani e dinamiche possano rappresentare un piccolo barlume di speranza in questi tempi bui.

Digital, green, infrastrutture: ecco la strategia del PNRR per ripartire

Treedom, adotta un albero

Treedom startup nata nel 2010 è un eCommerce che permette a chiunque di adottare e piantare un albero nel mondo. Gli alberi riciclano la CO2 e in questo modo contribuiscono ad assorbire le emissioni inquinanti. Grazie alla piattaforma, l’albero adottato può essere visualizzato e monitorato nel tempo. In questo modo il donatore può vedere con i propri occhi gli effetti della propria donazione. Se è vero che una rondine non fa primavera, è anche vero che un albero non fa una foresta. Ed è per questo motivo che Treedom, si rivolge anche alle aziende che possono adottare centinaia di alberi e contribuire alla riduzione delle emissioni. Valorizzando al tempo stesso il proprio profilo di responsabilità sociale.

WHITEPAPER
Smart Logistic: semplificare, velocizzare e aumentare l'efficienza della logistica
IoT
Logistica/Trasporti

Myfoody e Too Good to Go, contro gli scarti alimentari

Myfoody affronta invece il tema degli scarti alimentari. Nei supermercati i prodotti vicino alla scadenza rischiano di essere buttati. Il problema in questo caso è quello della durata, “shelf life”, di un prodotto fresco e dell’incontro con la domanda, ovvero il bisogno del cliente, che deve avvenire in un determinato tempo. MyFoody risolve il problema creando offerte geolocalizzate dei prodotti in scadenza nel circuito dei negozi partner, permettendo dunque ai consumatori di attivarsi per gli acquisti last minute. Una formula simile è quella di Too Good to Go, startup danese fondata nel 2015, da due anni arrivata in Italia, che si propone come il Groupon dello spreco alimentare. I negozi partner possono creare dei box con i prodotti in scadenza (non scaduti!) e promuoverli attraverso l’app Too Good to Go. Too Good To Go si occupa sia di veicolare i box al pubblico, con prezzi fissi e scontati, sia della consegna al consumatore finale. In questo modo permette di evitare qualunque forma di spreco e inefficienza.

Babaco Market: obiettivo: ridurre l’inefficienza del sistema produttivo

A volte lo spreco non è nel comparto della distribuzione, ma in quello produttivo. Babaco Market si occupa di ridurre l’inefficienza del sistema produttivo. In pratica, i controlli qualità e le esigenze marketing dei brand e della grande distribuzione prevedono che solo frutta e verdura con le forme ordinarie e consuete possano entrare nel ciclo della vendita al consumatore finale. Le mele che vediamo al supermercato sono sempre rotonde e le carote sempre allungate e affusolate. Ma la realtà del supermercato è il risultato di un filtro qualitativo ed estetico, che permette solo ai vegetali con le forme ordinarie di entrare nella filiera. I frutti e le verdure con “forme originali” e con colori meno “ordinari” invece vengono escluse ed eliminate. Babaco Market è il marketplace del fresco con le forme uniche e originali. Ma non è un vezzo di estetica contro corrente. Da un lato ci sono gli agricoltori e i produttori locali, che collaborano con la GDO, ma che non riescono a vendere alla grande distribuzione i prodotti che non hanno le caratteristiche estetiche gradite dal marketing. Questo vale soprattutto per i produttori che non usano diserbanti, antiparassitari e concimi naturali e che quindi non alterano i prodotti per renderli più “appealing” all’industria. Dall’altro ci sono i consumatori alla ricerca di prodotti genuini, naturali, non “estetizzati” dall’industria del cibo. Babaco si occupa di fare incontrare la domanda e l’offerta, invitando i produttori a creare dei box di frutta e verdura che i consumatori possono ricevere in abbonamento o facendo direttamente la spesa online.

Il mercato dell’abbigliamento di seconda mano

Un altro grande tema è quello dell’economia circolare. Secondo una ricerca di Ellen MacArthur Foundation ogni anno l’industria dell’abbigliamento produce oltre 50 milioni di tonnellate di fibre tessili che diventano nella quasi totalità dei casi rifiuti non riciclabili. Vuoi per questo motivo e vuoi per la diminuzione – evidente – del potere d’acquisto delle nuove generazioni, il mercato dell’abbigliamento di seconda mano sta crescendo in un modo straordinario.

Le stime indicano volumi d’affari mondiali nell’ordine di 50 miliardi di dollari. Con una proiezione a 70 miliardi complessivi entro il 2030. Su Instagram sono presenti migliaia di micro imprenditori che vendono prodotti di seconda mano. Ma oltre alle micro-iniziative, sono nate anche piattaforme internazionali.

Green Chic

In Italia l’ecommerce di riferimento dell’abbigliamento di seconda mano è Green Chic, precedentemente noto come Armadio Verde. Startup nata nel 2015 dall’intuizione del neopadre David Erba che aveva capito le potenzialità del riciclo dell’abbigliamento bambino. I bambini crescono in pochi mesi, l’intero guardaroba non è più utilizzabile e occorre comprarne uno nuovo. Questa semplice considerazione ha due immediate conseguenze. La prima è che da qualche parte nel mondo c’è un bambino che invece è proprio nella fase di crescita compatibile con il guardaroba che a noi non serve più. La seconda è che si potrebbero ridurre drasticamente le spese per “vestire i nostri bambini”, attraverso uno scambio continuo di vestiti usati. Così è nata la piattaforma, che sostanzialmente consente ai genitori di vendere abbigliamento ad altri genitori e di comprare vestiti usati, con un sistema di crediti interno che ricorda per certi versi la formula del baratto.

Orange Fiber

Sempre nel settore dell’abbigliamento opera Orange Fiber, startup nata nel 2015, che ha brevettato un sistema per creare tessuti sostenibili a partire da scarti delle bucce degli agrumi. Due tradizioni del made in Italy si incontrano in questo progetto innovativo: l’alimentare e l’abbigliamento. Oggi che si riparla di ritorno al carbone per far fronte a possibili crisi energetiche e alla riduzione dell’affluenza del Gas russo in Italia, le startup green rappresentano un faro nella tempesta.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

Argomenti


Canali

Articolo 1 di 2