Casi di studio

Perché tanti startupper continuano a emigrare nel Regno Unito

Il governo Monti e poi l’esecutivo Letta hanno introdotto alcune agevolazioni e semplificato la vita a chi voglia aprire una società in Italia. Eppure molti imprenditori di startup italiani aprono l’azienda a Londra. Il paragone con la semplicità burocratica e l’efficienza del sistema britannico resta imbarazzante. Vediamo le principali differenze

10 Ott 2013
Federico Guerrini

giornalista

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Che pacchia, il Regno Unito. Per molti imprenditori di startup italiani è diventato una specie di Terra Promessa, il luogo dove poter lanciare e sviluppare le proprie idee senza gli assilli burocratici che le soffocano in patria e senza dover attraversare l’Oceano per farlo. “Una delle cose che ci hanno spinto ad aprire una società nel Regno Unito, è il basso livello di costi necessari per partire – racconta Pietro Saccomani, che con il socio Alvise Susmel ha da un paio d’anni lanciato a Londra la sua startup – aiuta molto il fatto di non dover pagare un notaio, e tutto il procedimento di creazione di un’impresa si può fare online, con un’ora circa di lavoro”. Altra cosa incredibile, almeno se confrontata con i canoni nostrani, è che per aprire una Ltd (“Limited” company), molto simile per caratteristiche a una nostra Srl, non serve un capitale sociale stratosferico: se si vuole contenere al massimo i costi basta un pound per socio. “Un altro fattore che ci ha spinto ad aprire la nostra azienda qui – prosegue Saccomani – è l’ampia disponibilità di spiegazioni online: i siti promossi dal governo sono molto chiari e ben fatti, davvero un modello di usabilità”. Dalla scrittura di un business plan a come evitare i problemi di cash flow, ogni cosa è spiegata in maniera chiara e semplice. Perché le promesse di semplificazione burocratica proprie dell’Agenda Digitale europea in Uk non sono rimaste lettera morta o si sono perse nei meandri del burocratese, ma vengono messe in pratica giorno per giorno. Companies House, omonima del Registro Imprese in Italia, permette di gestire gli adempimenti fondamentali della propria Società UK, tramite il “cruscotto di controllo” messo a disposizione del nuovo utente dalla medesima autorità.

“L’attivazione – spiega Stefano Rossini, titolare di Dottori Commercialisti Londra Ltd, una società con sede nella capitale britannica che offre assistenza agli imprenditori che vogliano aprire un’attività nel Regno Unito – necessita di un “Authentication Code” inviato a mezzo cartaceo presso la sede legale (Registered Office) della società Uk. Con semplici ed intuitivi passaggi, l’amministratore (Director) è in grado di assolvere tutti i principali adempimenti connessi alla sua attività (deposito bilanci, presentazione Annual Return, comunicazione modifiche statutarie o delle informazioni riguardanti i propri organi sociali, ricevere avvisi su scadenze o richiedere documenti societari e altro); tutto ciò gratuitamente o a costi estremamente ridotti rispetto a quanto richiesto dalle corrispondenti autorità ed organizzazioni italiane a ciò preposte”. In Italia, peraltro, per eseguire tutti gli adempimenti sopra richiamati, è necessario utilizzare una “smart card” per il deposito virtuale dei documenti e l’utilizzo della PEC Posta Elettronica Certificata, strumento di alto contenuto tecnologico ma ignorato in altri Paesi Europei. “In ogni caso – dice Rossini – per chi volesse affidare a terzi la gestione di tali obblighi, egli può rivolgersi a un “Chartered Accountant” (Dottore Commercialista) o nominare un “Secretary”, preposto per legge a gestire gli adempimenti in vigore.

Susmel e Saccomani, che in Inghilterra hanno fondato 50pixels (http://www.50pixels.com), startup specializzata nella realizzazione di applicazioni mobile e per il Web, hanno avviato l’azienda direttamente nel Regno Unito, dopo aver lavorato per alcuni anni come dipendenti a Londra. Ma c’è anche chi, come Giuseppe D’Antonio, fondatore di Circle Me, aveva prima una società in Italia e poi ha aperto una controllata in Uk. “L’ho creata online, dall’Italia, in un circa un’ora. È semplicissimo: il costo varia dai 32 ai 65 pound se si vogliono fare le cose un po’ più sofisticate”. La parte finanziaria ha però qualche difficoltà in più: “Se hai sede all’estero e vuoi creare una filiale in Uk, è necessario avere alle spalle una banca; inoltre, è stata richiesta la mia presenza per firmare diversi documenti”. In compenso, chiudere una società è facilissimo: bastano tre mesi di inattività per poter avviare la liquidazione. Molto conveniente anche la gestione da parte di un commercialista: “Per la parte di paghe e fiscale – spiega D’Antonio – si spende attorno ai 120 – 130 pound al mese, quindi circa 1.500 euro l’anno; in Italia, meno di tre o quattromila euro l’anno è difficile spendere”. Le tasse sono decisamente più lievi che in Italia: l’aliquota societaria per le Ltd con profitti lordi fino a 300.000 sterline è del 20 %; per redditi oltre 1.500.000 sterline, si sale al 23%. A partire dal 1 aprile 2015 l’aliquota massima verrà ridotta al 20%. Va detto però che anche in Italia, almeno dal punto di vista della conformazione societaria e delle spese necessarie per l’avvio dell’attività, qualcosa si sta muovendo. Dopo che il governo Monti aveva introdotto le cosiddette Srl semplificate “a un euro”, per chi avesse compiuto meno di trent’anni al momento del lancio dell’attività, l’esecutivo attuale ha eliminato il limite anagrafico.

È vero che oggi è possibile aprire una società con un capitale minimo anche in Italia – conferma Rossini – ma qui Gran Bretagna vi sono enormi riduzioni in termini di costi ed adempimenti successivi all’apertura e nel corso delle scadenze annuali previste nel Belpaese”. “Di rilievo – prosegue Rossini – per esempio è la possibilità per un imprenditore, con volume d’affari annuo non superiore a £ 79.000, di operare senza l’utilizzo della Partita IVA Inglese (VAT Value Added Tax); in aggiunta, non sono previsti altri adempimenti tipici dell’amministrazione in Italia, quali: le ritenute su professionisti, gli studi di settore, dichiarazione dei redditi ed un fascicolo di bilancio così inutilmente corposi e complessi”. La certezza dei parametri fiscali fondamentali (aliquota VAT, soglia attività senza VAT, aliquota Corporation Tax ed altre) viene stabilita ogni anno entro il mese di marzo e andrà a disciplinare il periodo finanziario statale che va dal mese di aprile successivo a quello dell’anno seguente. In Italia, invece, la normativa fiscale è continuamente modificata, spesso finanche nei giorni immediatamente precedenti le scadenze, creando disorientamento, costi aggiuntivi e probabili errori nella compilazione delle dichiarazioni dei redditi periodiche. I contributi previsti per il personale dipendente sono ridotti rispetto a quelli praticati in Italia e la gestione del personale molto meno rigida, anche se comporta minori tutele a favore dei dipendenti, soprattutto in materia di licenziamento.

La stessa semplificazione burocratica si registra per quanto riguarda la normativa fallimentare. “Non vi è bisogno dell’intervento del notaio – continua ancora Rossini – come quasi sempre in Italia e, terminata la fase liquidatoria, si può procedere alla cancellazione della Società UK direttamente ed in maniera autonoma sul sito della Companies House. La chiusura dell’attività può anche avvenire “d’ufficio” nel momento in cui, ad esempio, non si proceda alla semplice presentazione dell’Annual Return, una comunicazione annuale riguardante l’assetto societario della Private Ltd ad una determinata data”. Nel Regno Unito è prevista, come in Italia, la procedura fallimentare (bankruptcy); gli avvocati (solicitors) sono mediamente più costosi dei corrispondenti italiani ma i tempi di giudizio sono molto più brevi.

Capitolo incentivi. “Il Governo Britannico – spiega Rossini – ha recentemente promosso degli incentivi all’avvio di startup sia attraverso micro finanziamenti ai giovani, sia creando strutture che promuovono e facilitano l’avvio ed il consolidamento di nuovi business (come il programma Startup Britain); obiettivo dichiarato delle Autorità è quello di rendere il Regno Unito un territorio ove poter avviare e gestire un’attività d’impresa in modo “easy” e con un carico fiscale contenuto”. I settori maggiormente sostenuti dalle iniziative governative sono nuove tecnologie e fonti rinnovabili; il tutto integrato in numerose e assai organizzate fiere annuali, sia generaliste sia specifiche per singoli settori. Un paio di eventi di particolare rilievo: TechPitch e Campus Party.

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